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Tunisia: Salafiti conquistano carceri

Edizione del: 6 maggio 2013

Da luogo di espiazione, le carceri tunisine si stanno trasformando in un contenitore di rabbia e disperazione, in cui i detenuti Salafiti fanno proselitismo, conquistando alla loro causa criminali che, sino a giovedì, con la religione non avevano spartito nulla.

Un proselitismo che procede a tappe forzate e sta creando non poca inquietudine nelle Autorità tunisine, davanti ad un problema che, oggi in embrione, potrebbe deflagrare quando per i detenuti dei due gruppi si apriranno le porte delle prigioni e torneranno insieme in una società che appare impreparata a fare fronte a questo fenomeno.

I segnali di come i Salafiti sappiano fare valere la loro forza di convincimento è dato dal moltiplicarsi di casi di sciopero della fame che, dapprima appannaggio solo degli integralisti, è ora usato dai “comuni” per reclamare migliori condizioni di detenzione, con una protesta che, dapprima dettata da motivazioni abbastanza scontate, ora appare progressivamente sempre più intrisa delle tematiche care ai Salafiti.

L’esempio più lampante di questa commistione è dato dalla prigione di Mornaguia, la più grande della Tunisia, con i suoi ottomila ospiti, spesso costretti a dividere celle piccolissime, con i muri che trasudano d’umidità.

Quando, a cominciare da circa un anno, sono cominciati ad arrivare i Salafiti, la situazione era abbastanza definita, con i detenuti comuni, spesso divisi in clan, a “gestire” la vita nel reclusorio.

Solo che, forti della comune fede Islamica, i Salafiti hanno cominciato ad affermare la saldezza dei loro legami e a diventare essi stessi una forza.

Cosa che ha fatto presa sui delinquenti che hanno cominciato a mutuare da loro gli atteggiamenti, quelli contro l’Amministrazione del reclusorio, a condividerne l’afflato religioso per arrivare anche ad imitarne i segni distintivi, come le barbe.

E domenica, ha detto il Direttore della prigione, Hatem Laabidi, ad un sito on line in lingua araba, la maggior parte dei detenuti comuni s’è fatto crescere la barba, più che per sancire un’alleanza, per farsi passare per Salafiti.

Poi, ci si sono messe in mezzo le Associazioni di volontariato vicine al Partito Islamico Ennahda che, dopo una battaglia di principio, hanno ottenuto che ad alcuni detenuti – ma è facile pensare che di questo privilegio abbiano poi indirettamente goduto tutti gli altri – avessero dei telefoni cellulari, per segnalare quel che non va nella prigione o eventuali violazioni dei loro diritti.

Motivazione socialmente lodevole, ma che, lamenta Labidi, ha consentito ad alcuni detenuti Salafiti, riconosciuti come i più influenti della comunità, di avere frequenti contatti con il Leader del Movimento, Abou Iyadh.

Proprio quello che è latitante dal 14 settembre scorso per avere guidato i suoi confratelli nel sanguinoso assalto all’Ambasciata Usa.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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