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Sinodo Vescovi: cerimonia per i 50 anni della creazione

Edizione del: 17 ottobre 2015

Video della diretta dall’Aula Paolo VI della cerimonia commemorativa. presieduta da Papa Francesco in occasione del 50mo Anniversario della creazione del Sinodo dei Vescovi, nell’ambito del Sinodo Generale Ordinario (4-25 ottobre 2015) sul tema: La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Intervento canoro a cura del Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni.

Questa mattina nell’Aula Paolo VI in Vaticano si è tenuta la Commemorazione del 50mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi.

Dopo l’introduzione del Segretario generale del Sinodo dei Vescovi, Card. Lorenzo Baldisseri, il Card. Christoph Schönborn, O.P., Arcivescovo di Vienna e Presidente della Conferenza Episcopale dell’Austria ha tenuto la Relazione commemorativa.

Sono quindi intervenuti – in rappresentanza dei cinque continenti – il Card. Vincent Gerard Nichols, Arcivescovo di Westminster, Presidente della Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles (per l’Europa); S.E. Mons. Mathieu Madega Lebouakehan, Vescovo di Mouila, Presidente della Conferenza Episcopale del Gabon (per l’Africa); il Card. Ricardo Ezzati Andrello, Sdb, Arcivescovo di Santiago de Chile (per l’America); Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq), Capo del Sinodo della Chiesa Caldea (per l’Asia); e il Card Soane Patita Paini Mafi, Vescovo di Tonga, Presidente della Conferenza Episcopale del Pacifico (CEPAC) (per l’Oceania).

Riportiamo di seguito i testi relativi alla commemorazione del 50mo Anniversario del Sinodo dei Vescovi:

Introduzione del Cardinale Lorenzo Baldisseri

Beatissimo Padre,
Eminenze, Beatitudini, Eccellenze,
Fratelli e Sorelle,

con grande gioia ci troviamo in quest’Aula per commemorare il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi.

Nella mia qualità di Segretario Generale, desidero ringraziare vivamente Vostra Santità, per aver voluto che, nel corso della XIV Assemblea Generale Ordinaria, si svolgesse questa celebrazione, solennizzata dalla Sua presenza e da quella di tutti i Padri sinodali; dei Cardinali, Arcivescovi e Vescovi invitati a quest’evento; nonché degli Ecc.mi Signori Ambasciatori e dei distinti Rappresentanti di numerose Istituzioni ecclesiastiche e civili.

Un ringraziamento particolare estendo a tutti coloro che, nel corso di questi cinquant’anni, hanno offerto un servizio generoso e competente al cammino sinodale, specialmente ai Segretari Generali che mi hanno preceduto, ai Sotto-Segretari, ai Consultori e agli Officiali di ieri e di oggi.

Infine, desidero salutare cordialmente e ringraziare sentitamente tutti i presenti in quest’Aula.

Il 15 settembre 1965 il Beato Paolo VI promulgò il motu proprio Apostolica sollicitudo, con il quale istituiva il Sinodo dei Vescovi quale «speciale Consiglio permanente di sacri Pastori, e ciò affinché anche dopo il Concilio continuasse a giungere al Popolo cristiano quella larga abbondanza di benefici, che durante il Concilio felicemente si ebbe dalla viva unione [del Sommo Pontefice] con i Vescovi»1. Con l’istituzione del Sinodo, Paolo VI intendeva rispondere all’esigenza di «adattare le vie e i metodi del sacro apostolato alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società», esigenza che richiede di «ricorrere sempre più all’aiuto dei Vescovi per il bene della Chiesa universale»2.

Soltanto pochi mesi prima della conclusione del Concilio Vaticano II, il Sinodo dei Vescovi iniziava il suo cammino: il nuovo organismo riceveva il “testimone” della grande assise ecumenica, affinché lo “spirito collegiale” del Concilio continuasse anche in seguito a “spirare” sulla Chiesa.

Da allora ad oggi si contano 27 Assemblee sinodali, compresa quella in corso: 14 Assemblee Generali Ordinarie, 3 Assemblee Generali Straordinarie, 10 Assemblee Speciali.

Le 14 Assemblee Generali Ordinarie si sono occupate della preservazione e del rafforzamento della fede cattolica, del sacerdozio ministeriale e della formazione dei Presbiteri nelle circostanze attuali, della giustizia nel mondo, dell’evangelizzazione e della catechesi nell’epoca contemporanea, della Penitenza e della Riconciliazione, della vocazione e missione dei Laici, della vita consacrata e del ministero pastorale dei Vescovi, dell’Eucaristia e della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, della nuova evangelizzazione e per due volte della famiglia.

Le tre Assemblee Generali Straordinarie hanno invece trattato della cooperazione tra la Santa Sede e le Conferenze Episcopali, del ventesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II e, lo scorso anno, della famiglia come prima tappa del cammino sinodale che si sta concludendo.

Dieci sono state le Assemblee Speciali, che per loro natura si riferiscono ad una o più aree geografiche: i Paesi Bassi, l’Europa per due volte, l’Africa per due volte, il Libano, l’America, l’Asia, l’Oceania e il Medioriente.

Il Sinodo, in questo mezzo secolo, ha toccato molteplici temi attinenti alla missione evangelizzatrice della Chiesa nel nostro tempo. Le varie Assemblee sinodali, che oggi ad uno sguardo d’insieme si mostrano a noi come le tappe di un cammino unitario e coerente, sono divenute uno strumento privilegiato per l’attuazione e la recezione del Concilio Vaticano II, in vista del rinnovamento pastorale della Chiesa e del suo dialogo con il mondo contemporaneo.

È rilevante che ben tre delle 27 Assemblee sinodali si siano concentrate sulla famiglia: una scelta di grande attualità per la Chiesa e per il mondo contemporaneo. Come Vostra Santità ci ha recentemente ricordato, il «respiro mondiale» del Sinodo dei Vescovi ben corrisponde alla «portata universale di questa comunità umana fondamentale e insostituibile che è appunto la famiglia»3.

Parlando ai membri del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale, San Giovanni Paolo II nel 1983 ha paragonato il Sinodo ad un albero che porta sempre nuovi frutti: «Il Sinodo dei Vescovi – egli ha affermato – è germogliato nel fertile terreno del Concilio Vaticano II, ha potuto vedere il sole grazie alla sensibile mente del mio Predecessore, Paolo VI, ed ha cominciato a portare i suoi frutti sin dalla prima Assemblea Ordinaria del 1967. […] Di fronte a questa ricchezza di frutti già prodotti e di potenzialità ancora non dispiegate dell’ancor giovane istituzione sinodale, è giusto anzitutto rendere grazie a Dio perché ha voluto ispirare la sua fondazione e guidare la sua opera. […] Come ogni istituzione umana, anche il Sinodo dei Vescovi sta crescendo e potrà ancora crescere e sviluppare le sue potenzialità»4.

Anche Vostra Santità ha applicato l’immagine dei frutti all’organismo sinodale: il Sinodo – Ella ha asserito – «è stato uno dei frutti del Concilio Vaticano II. Grazie a Dio, in questi quasi cinquant’anni, si sono potuti sperimentare i benefici di questa istituzione, che, in modo permanente, è posta al servizio della missione e della comunione della Chiesa, come espressione della collegialità»5.

Attraverso il Sinodo – nel quale Vescovi provenienti da tutto il mondo mettono al servizio del Successore di Pietro il loro consiglio, la loro prudenza e la loro esperienza6 – la Chiesa intende sempre più «avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria»7, per proclamare con slancio rinnovato agli uomini del nostro tempo «la gioia del Vangelo [che] riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»8. Questa conversione dev’essere «capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale»9.

Santità, Le siamo riconoscenti per aver incoraggiato, fin dall’inizio del Suo ministero petrino, il cammino sinodale, non solo con le Sue parole autorevoli pronunciate in molteplici occasioni, ma anche con la Sua presenza costante alle Assemblee Sinodali e alle riunioni del Consiglio Ordinario della Segreteria Generale. Nella persuasione che «il cammino della sinodalità […] è il cammino che Dio ci chiede»10, Ella ci esorta con determinazione a «cercare forme sempre più profonde e autentiche dell’esercizio della collegialità sinodale, per meglio realizzare la comunione ecclesiale e per promuovere la sua inesauribile missione»11.

Soltanto pochi giorni fa, nella prima Congregazione Generale dell’Assemblea in corso, Vostra Santità ci ha ricordato che il Sinodo è il luogo di manifestazione della collegialità episcopale, del rinnovamento della Chiesa nella fedeltà al Vangelo e dell’azione imprevedibile dello Spirito Santo12. Con queste tre preziose indicazioni la strada del Sinodo per il tempo a venire è già tracciata. È una strada che desideriamo continuare a “percorrere insieme”, noi Vescovi uniti cum Petro et sub Petro nel servizio al Popolo santo di Dio.

Relazione Commemorativa del Card. Christoph Schönborn, O.P.

Santo Padre,
Cari fratelli e sorelle nel Signore,

Sono intanto trascorsi due terzi dell’assemblea del Sinodo di quest’anno. Cade bene a proposito potersi fermare, oggi, a rendere grazie a Dio per la creazione del Sinodo dei Vescovi da parte del Beato Papa Paolo VI, che lo istituì, cinquant’anni fa, all’inizio dell’ultima sessione del Concilio, con la Lettera Apostolica sollicitudo del 15 settembre 1965.

Il grande interesse, a livello mondiale, che il Sinodo attuale ha suscitato, non solo mostra come il tema matrimonio e famiglia sia intensamente sentito da molte persone, ben al di là dell’orizzonte della Chiesa cattolica. Mostra anche come sia vitale, anche dopo cinquant’anni, l’istituzione del Sinodo dei Vescovi, di cui il Santo Papa Giovanni Paolo II poteva dire che era “germogliato nel fertile terreno del Concilio Vaticano II”.1

Il Sinodo dei Vescovi e il Concilio sono inseparabilmente legati insieme. A cinquant’anni dalla fine del Concilio possiamo ribadire, con maggiore convinzione, quanto Papa Giovanni Paolo II già nel 1983 constatava: “Il Sinodo dei Vescovi ha contribuito in maniera notevolissima all’attuazione degli insegnamenti e degli orientamenti dottrinali e pastorali del Concilio Vaticano II nella vita della Chiesa universale”. Quest’attuazione è ancora in corso, come di solito succede dopo un concilio.

Infatti, dopo ogni concilio c’è stata, nella lunga storia della Chiesa, la fase della recezione, dell’interpretazione e dell’applicazione delle dottrine e delle disposizioni conciliari. Pensiamo solo a quanto tempo ci volle prima che il primo Concilio Ecumenico, quello di Nicea (325) trovasse pieno riscontro nel pensiero, nelle dottrine e nella prassi della Chiesa. In un certo senso si può dire che questo processo durò fino al secondo Concilio di Nicea, fino dunque al 787, fino alla conclusione del ciclo dei sette primi grandi concili ecumenici.2 Infatti, solo con il secondo Concilio di Nicea (sulle immagini sacre e il loro significato) si fece luce sul mistero di Cristo nelle sue dimensioni essenziali. Per arrivare a ciò ci vollero pur sempre 450 anni!

Oppure pensiamo al Concilio di Trento, il grande concilio della riforma, nella crisi della riforma protestante. In alcuni luoghi ci son voluti quasi 200 anni prima che le riforme di Trento venissero davvero realizzate. Nell’arcidiocesi di Vienna la riforma per la formazione al sacerdozio fu attuata solo 200 anni dopo la fine del Concilio, con l’istituzione di un Seminario per sacerdoti (1758). Vienna non aveva, infatti, un San Carlo Borromeo che mettesse subito in pratica le riforme volute dal Concilio!

Nel corso degli ultimi cinquant’anni il Sinodo dei Vescovi è certamente stato uno degli strumenti privilegiati per l’attuazione del Vaticano II. Nel 1983 Papa Giovanni Paolo II poteva affermare: “La chiave sinodale di lettura del Concilio è diventata quasi un luogo di interpretazione, di applicazione e di sviluppo del Vaticano II. Il ricco elenco dei temi trattati nei diversi Sinodi rivela da solo l’importanza delle sue assemblee per la Chiesa e per l’attuazione delle riforme volute dal Concilio.”3

Il Sinodo dei Vescovi è un luogo privilegiato di interpretazione del Concilio

Il Sinodo dei Vescovi è certamente solo uno dei luoghi di interpretazione e di applicazione delle riforme volute dal Concilio. Tutta la ricca varietà di espressioni di vita della Chiesa contribuisce al rinnovamento desiderato dal Concilio, a una sua ermeneutica più ampia.

Nei cinquant’anni della sua esistenza, non sono neanche mai mancate critiche al Sinodo dei Vescovi e alla sua efficienza. Non ho bisogno di elencare qui i diversi punti di critica di volta in volta avanzati. Un tema spesso ed ancora discusso è la questione dell’autorità del Sinodo, se esso sia un organo di consulenza a supporto del Ministero Petrino, oppure se abbia anche pieni poteri decisionali. Il Sinodo dei Vescovi è una forma di co-governo della Chiesa universale? O serve soprattutto a vivere la collegialità, la collegialità effettiva ed affettiva fra i vescovi cum et sub Petro? Si è discusso anche molto sul metodo del Sinodo. Si sono criticati spesso aspetti del metodo di lavoro, e qualcosa, nel corso degli anni si è imparato dall’esperienza ed è stato migliorato. Guardiamo con gratitudine ai rinnovamenti di metodo sotto Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.

Molto si è scritto, di importante e di valido, circa i fondamenti giuridico-canonici ed ecclesiologici del Sinodo. Penso soprattutto alla lectio magistralis del 1983 dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger sugli “Scopi e metodi del Sinodo dei Vescovi”.4 Con la sua solita chiarezza, egli si è espresso qui sulla collocazione giuridica e teologica del Sinodo dei Vescovi nell’insieme della Chiesa. Le sue spiegazioni non hanno perso di valore.

Già allora, quando l’istituzione del Sinodo dei Vescovi non aveva ancora 20 anni, si ponevano soprattutto due domande, rimaste finora attuali, che il Cardinale Ratzinger nella sua relazione formulò nel modo seguente: “Va discusso se l’attuale figura giuridica del Sinodo corrisponde perfettamente al suo scopo, che viene delineato… nell’ambito di una certa realtà teologica esistente nel Concilio Vaticano II, vale a dire all’interno del rapporto tra missione del Successore di S. Pietro e la responsabilità comune di tutto il collegio del Vescovi, al quale, con e sotto Pietro, è stata affidata la cura della Chiesa universale”. La prima domanda è dunque questa: il Sinodo dei Vescovi, promuove in modo adeguato la collegialità vescovile, cum et sub Petro, nella responsabilità per la Chiesa?

Il Cardinale Ratzinger formulò la seconda domanda nel modo seguente: “Dobbiamo anche indagare se i metodi finora adottati sono veramente adeguati allo scopo del Sinodo.”5

Cominciamo dalla seconda domanda. La questione del metodo accompagna il cammino del Sinodo fin dal principio. Così il Santo Papa Giovanni Paolo II disse, a conclusione della VI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, il 29 ottobre 1983: “Forse questo strumento potrà esser ancora migliorato. Forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente.”

E Papa Francesco: “Trascorsi quasi cinquant’anni dall’istituzione del Sinodo dei Vescovi, avendo anch’io perscrutato i segni dei tempi e nella consapevolezza che per l’esercizio del mio Ministero Petrino serve, quanto mai, ravvivare ancor di più lo stretto legame con tutti i Pastori della Chiesa, desidero valorizzare questa preziosa eredità conciliare.”6

Synodos significa “cammino insieme”. Sinodalità significa “essere insieme in cammino”. Chi è insieme in cammino, ha bisogno di una mèta chiara e di una buona via verso tale mèta. Metodo viene da methodos: “Via verso qualcosa”. Il methodos è del tutto decisivo, se si vuole che il syn-odos abbia un buon esito. I dibattiti sul metodo del Sinodo non sono questioni secondarie di carattere organizzativo. Essi contribuiscono in modo molto decisivo a che il syn-odos conduca al fine.

Quest’inseparabile comunione e relazione intrinseca di synodos e methodos è già chiara agli inizi dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, nelle parole con cui il Beato Papa Paolo VI lo fondò: “Scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi… alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società.”7

Il Concilio di Gerusalemme: modello per il metodo del Sinodo

Per considerare questa relazione intrinseca di synodos e methodos propongo di rivolgere lo sguardo al “Sinodo d’origine”, al modello originario dei sinodi, il cosiddetto “Concilio degli Apostoli” di Gerusalemme. Anche se mi è chiaro che il Concilio di Gerusalemme non sia stato né un concilio né un sinodo nel senso più tardo dei termini, vale tuttavia la pena ritornare costantemente a questo inizio. Mi sembra, infatti, che proprio il metodo allora applicato sia indicativo per il cammino ulteriore del Sinodo dei Vescovi. E possiamo a posteriori certamente affermare: questo primo sinodo ebbe una tale importanza, che ancora oggi viviamo dai suoi frutti.

Cominciò tutto con un drammatico conflitto: “Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi” (At 15,1). Non si trattava di una cosa da poco conto. Era in gioco il tutto del cammino cristiano. Non solo la dottrina, ma la vita. Non meraviglia che la questione suscitasse una grande discussione: “Poiché Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione” (At 15,2). Non stupisce dunque, che anche a Gerusalemme “sorse una grande discussione” (At 15,7). Infatti, non appena si riunirono, “si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè” (At 15,5).

Il conflitto circa il cammino dei pagani convertiti al cristianesimo mostra qualcosa di molto importante: tale conflitto venne espresso, lo si chiamò chiaramente per nome e se ne discusse apertamente. Questa parresia mi ricorda due frasi che Papa Francesco rivolse a noi Padri Sinodali l’ottobre scorso, all’inizio e alla fine dell’assemblea straordinaria del Sinodo: “Una condizione generale di base è questa: parlare chiaro. Nessuno dica: ‘questo non si può dire; penserà di me così o così…’ Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia …. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Per questo vi domando, per favore, questi atteggiamenti nel Signore: parlare con parresia e ascoltare con umiltà”.

Con questi due atteggiamenti si può arrivare anche ad “animate discussioni”. Così avvenne al “Concilio di Gerusalemme”. E così è stato anche per il Sinodo dello scorso ottobre. Nel suo discorso di chiusura, il 18 ottobre 2014, Papa Francesco si è riferito anche espressamente a queste discussioni cariche di tensioni:

“Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni (il Papa ne aveva nominate cinque) e queste animate discussioni: questo movimento degli spiriti, come lo chiamava Sant’Ignazio (EE, 6), se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho ascoltato – con gioia e riconoscenza – discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la ‘suprema lex, la ‘salus animarum (cf. Can. 1752).”

Papa Francesco ci incoraggia a non temere le discussioni, a viverle come quel “movimento degli spiriti” che fa maturare il discernimento degli spiriti e prepara i cuori a riconoscere ciò che il Signore stesso ci mostra, sì, quello che egli ha già deciso (cf. At 15,7), quello che però noi, mediante la preghiera e le fatiche delle nostre discussioni, dobbiamo riconoscere.

Con ciò torno di nuovo a considerare il “Sinodo originario”, il “Concilio di Gerusalemme”. Io vedo nel methodos, nel modo, nel come la giovane Chiesa risolse questo drammatico conflitto, l’insegnamento più importante sul “cammino sinodale” della Chiesa primitiva. Essi non scrissero delle perizie teologiche contro cui poi scrivere e presentare delle controperizie. Il dibattito teologico è importante e imprescindibile. È normale che il synodos, che Papa Francesco ha cominciato scegliendo il tema “matrimonio e famiglia”, suscitasse in tutta la Chiesa un intenso dibattito teologico. In ciò vedo un vero guadagno per lo “sviluppo organico” della dottrina della Chiesa. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica:

“Grazie all’assistenza dello Spirito Santo, l’intelligenza tanto della realtà quanto delle parole del deposito della fede può progredire nella vita della Chiesa:

- “con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro”; in particolare “la ricerca teologica… prosegue nella conoscenza profonda della verità rivelata”;

- “con la profonda intelligenza che [i credenti] provano delle cose spirituali”; “divina eloquia cum legente crescunt – le parole divine crescono insieme con chi le legge”;

- “con la predicazione di coloro i quali, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma certo di verità” (CCC nr. 94).

Così il dibattito teologico degli ultimi mesi è diventato un contributo importante per il cammino sinodale, come pure l’opera del Vaticano II non sarebbe pensabile senza il grande lavoro dei teologi nei decenni prima e durante il Concilio. Che a volte tali dibattiti teologici fossero condotti, come accade ancora oggi, con un certo accanimento, con inasprimento e non sempre nello spirito del reciproco ascolto e dello sforzo di capire i motivi dell’altro, fa parte delle classiche tentazioni di cui Papa Francesco parlò alla fine dell’assemblea straordinaria del Sinodo.

La Chiesa primitiva ha usato però un altro metodo per arrivare a una decisione e per risolvere il conflitto. Questo metodo è certamente importante anche per il dibattito teologico, ma lo è ancora di più per la riuscita del cammino sinodale. Ascoltiamo la narrazione dagli Atti degli Apostoli:

“Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. Dopo lunga discussione, Pietro si alzò e disse: “Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede. Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro” (At 15, 6-11).

In sintesi: Pietro riferisce quello che Dio stesso ha fatto e in tal modo deciso. Il metodo che Pietro usa consiste nel raccontare le azioni di Dio. Possiamo anche dire: egli riferisce ciò che ha sperimentato come agire di Dio. Da ciò egli tira le conseguenze. Non si tratta del risultato di una riflessione teologica, ma di attenta osservazione e di ascolto dell’agire di Dio.

Come reagisce il “Sinodo”, l’assemblea, al discorso di Pietro? “Tutta l’assemblea tacque” (At 15,12). Essi fanno proprio ciò che Papa Francesco ci aveva pregato di fare nel Sinodo dello scorso anno: Pietro parlò con parresia. E l’assemblea ascoltò “con umiltà”. La testimonianza di Pietro non viene subito “messa al vaglio” e criticata minuziosamente in una grande discussione. La sua parola viene accolta in silenzio e può così essere “meditata nel cuore” (cf. Lc 2, 19 e 51).

Come è importante questo silenzio e questo ascolto con il cuore! In tale atteggiamento essi sono poi pronti a ricevere anche la testimonianza di Paolo e di Barnaba: “Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro” (At 15,12).

Essi raccontavano! Non spiegavano trattati teologici. Non teorizzavano astrattamente sulla salvezza dei pagani, ma esponevano quello che avevano “visto e ascoltato” (cf. At 4,20). Ciò che Pietro e Giovanni dissero davanti al Sinedrio vale ancor più per l’assemblea della Chiesa a Gerusalemme: “Noi non possiamo tacere su quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 20).

Anche la testimonianza di Paolo e di Barnaba viene accolta, in un primo momento, dall’assemblea: non si discute subito, ma si ascolta e si accoglie nel cuore.

“Quand’essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome” (At 15, 13 seg.). Giacomo conferma ciò che Pietro ha già detto: Dio stesso è intervenuto e ha deciso la cosa. Come autorità egli ripota le parole dei Profeti che confermano in anticipo ciò che il Signore in quei giorni fa per “scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome” (At 15, 13). Così la Scrittura e l’esperienza concordano. L’assemblea, ascoltandole tutte e due, la Scrittura e l’esperienza, riconosce la via e la volontà di Dio. Si arrivò così alla decisione comune “degli apostoli, degli anziani e di tutta la Chiesa” (At 15,22). Il testo continua: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia”(At 15,28 seg.).

Gli Atti degli Apostoli parlano poi anche della recezione delle decisioni di Gerusalemme: “Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento (paraklêsei) che infondeva”(At 15,31). Che bello, quando il risultato di un sinodo incoraggia i fedeli! Non sempre fu accolto, con una tale gioia, l’esito di un sinodo.

Tre conclusioni: missione, testimonianza, discernimento

Chiedo indulgenza per essermi dilungato sul “Concilio d’origine” di Gerusalemme. Da ciò voglio cercare di formulare, infine, tre pensieri sul cammino del Sinodo dei Vescovi. L’orientamento alla Sacra Scrittura è essenziale per il nostro “synodos”, per il nostro cammino comune. Li sintetizzo in tre parole chiave: missione, testimonianza, discernimento.

1. La finalità più intima del Sinodo in quanto strumento di applicazione del Vaticano II può essere solo la missione. “Il Sinodo originario” di Gerusalemme ha reso possibile la dinamica missionaria della Chiesa primitiva, l’ha fortemente promossa, portandola a fioritura. La consapevolezza fondamentale che noi tutti, giudei e pagani, “siamo salvati per la grazia del Signore Gesù” (At 15,11), ha aperto ai pagani la porta della Chiesa.

Il successo dell’istituzione “Sinodo dei Vescovi” si misurerà sulla sua capacità di promuovere “la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria” (EG nr. 32). Il “Sinodo dei Vescovi” può davvero essere un vettore trainante per il necessario “passaggio” a tutti i livelli ecclesiali “da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria” (EG nr. 15).

Certamente il Sinodo dei Vescovi non è un concilio. Esso deve sostenere il Papa nel suo servizio alla Chiesa e, insieme con lui, alimentare in chi vi partecipa, “l’entusiasmo per la missione”, così caro sia a San Giovanni Paolo II (Redemptoris missio, 45), sia a Papa Francesco (EG, 265).

2. Ma come può, il Sinodo, sostenere il Papa nella comune dinamica missionaria? Anche qui ci può essere di aiuto guardare al “Sinodo originario” di Gerusalemme. Da 50 anni si è posta ripetutamente la domanda se il Sinodo debba avere non solo un “voto consultativo” ma anche un “voto deliberativo”. Papa Francesco ha sempre sottolineato che il Sinodo non è un parlamento, che è di diversa natura.

Il Beato Papa Paolo VI ha istituito il Sinodo dei Vescovi come un nuovo organo consultativo a livello della Chiesa universale. Certo, i vescovi, in quanto membri del sinodo, rappresentano la loro Chiesa locale, con la loro vita, le loro gioie e preoccupazioni. Nei loro pastori c’è sempre anche, compresente, tutto il popolo di Dio. Ma i vescovi non sono rappresentanti come i deputati in parlamento. Rappresentanza ha un significato diverso nella struttura ecclesiale retta dal principio di comunione e conosciuto per fede. La fede però non può essere rappresentata ma solo testimoniata.

E proprio questo accadde allora a Gerusalemme. Gli apostoli hanno dato testimonianza di quello che hanno visto e ascoltato. Se posso esprimere un desiderio per il futuro cammino del Sinodo dei Vescovi: per favore orientiamoci al Concilio di Gerusalemme! Parliamo in modo meno astratto e distaccato. Testimoniamoci reciprocamente quello che il Signore ci mostra e come noi sperimentiamo il suo agire.

Ho avuto modo di partecipare al Sinodo sulla nuova evangelizzazione. Ci sono stati molti interventi interessanti. Ma pochissimi hanno dato testimonianza di come noi stessi facciamo esperienza della missione e dell’evangelizzazione. A Gerusalemme Pietro, Paolo e Barnaba hanno parlato di avvenimenti e di esperienze. Noi restiamo troppo spesso nelle teorie, nei “si potrebbe” e “si dovrebbe”, quasi mai parliamo in maniera personale delle nostre esperienze di missione. Ma è questo che si aspettano i nostri fedeli!

3. E proprio questo è il punto decisivo: A Gerusalemme la questione non era quella di un voto consultativo o deliberativo, ma del discernimento della volontà e della via di Dio. Discussioni accese, liti addirittura, e l’intenso disputare fanno naturalmente parte del cammino sinodale. Già a Gerusalemme fu così. Ma lo scopo dei dibattiti, lo scopo dei testimoni è il discernimento comune del volere di Dio. Anche quando si vota (come alla fine di ogni sinodo), non si tratta di lotte di potere, di formazioni di partiti (di cui poi i media con piacere riferiscono), ma di questo processo di formazione comunionale del giudizio, come lo abbiamo visto a Gerusalemme. L’esito infine, così speriamo, non è un compromesso politico su un minimo comune denominatore, bensì questo “valore-aggiunto”, questo plusvalore che dona lo Spirito Santo, così da poter dire, a conclusione: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi” (At 15, 28).

Concludo: dall’inizio Papa Francesco ha detto che tutte le strutture giuridiche della Chiesa devono fare in modo di “diventare tutte più missionarie”, affinché tutti siano aiutati ad assumere un atteggiamento missionario capace di evitare il “cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale” (EG, nr. 27). Allora il Sinodo dei Vescovi, per il solo fatto di esserci e di continuare il suo cammino di maturazione al servizio dei Successori di Pietro, è una grazia estremamente preziosa, della quale dobbiamo ringraziare lo Spirito Santo che ha suggerito al Beato Papa Paolo VI la sua istituzione cinquant’anni orsono.

AFRICA

S.E. Mons. Mathieu Madega Lebouakehan, Vescovo di Mouila, Presidente della Conferenza Episcopale del Gabon

‘‘Benedetto sia Dio,

Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli,

in Cristo.’’(Ef 1,3).

Santo Padre,

Carissimi figli e figlie di Dio,

Con queste parole di San Paolo agli Efesini desideriamo esprimere oggi il nostro gaudio per il giubileo (Ff. Lv 25,10-11) dei 50 anni del ‘‘Sinodo dei Vescovi’’. Tutti insieme lodiamo Dio Padre, Creatore del mondo e di quanto contiene, Lui che ci ha gratificati con il tesoro incommensurabile della fede, grazie al quale diventiamo capaci diconoscere ed di accettare il Suo grande Amore misericordioso. Cantiamo al Signore Gesù Cristo, Nostro Redentore. Benediciamo lo Spirito Santo che ci ha rigenerati mediante il Battesimo e ci ha resi figli Dio e della Chiesa, una, santa, cattolica ed apostolica, nostra Madre.

L’esperienza della cattolicità.

Anni fa, cui a Roma, ad Limina Apostolorum, presso la Sede di Pietro, avevamo vissuto la prima esperienza della cattolicità ‘‘incarnata’’ e visibile della nostra Chiesa, nel Pontificio Collegio Urbano de Propaganda Fide, dove i formatori e gli studenti ecclesiastici erano provenienti dall’Africa e Madagascar, dall’America, dall’Asia, dall’Australia, dall’Europa Centrale e dall’Europa dell’Est, dal Medio-Oriente e dall’Oceania, coi rispettivi riti: caldei, copti, latini, siro-malabaresi, ecc. Alcuni anni dopo, in Vaticano, avevamo avuto la seconda esperienza di cattolicità durante le Assemblee sinodali. Benché distesa nel tempo, quest’ultima esperienza rimane più pregnante a causa della costante presenza del Papa con i Padri sinodali, i Delegati fraterni ed altri partecipanti al Sinodo, alle Congregazioni generali quotidiane. Questa ultima esperienza è una specie di crescita in qualità e comprensione della prima esperienza di cattolicità fatta al Collegio Urbano.

Presenza ai Sinodi.

Dal 1994 al 2015 abbiamo partecipato a 7 Assemblee Sinodali: le due prime come adiutore e le cinque successive come Padre Sinodale.

1°/- Alla Ia – Assemblea Speciale per l’Africa nel 1994(10/04-8/05/).

2°/ alla IXa – Assemblea Generale Ordinaria, sulla Vita Consacrata nel 1994(2-29 ottobre).

3°/- Nell’anno 2001 alla X- Assemblea Generale Ordinaria, sul Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo (30 settembre -27 ottobre 2001).

4°/- Nel 2009 alla II- Assemblea Speciale per l’Africa . La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. ‘‘Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo’’(Mt 5,13.14) (4-25 ottobre 2009).

5°/- Nel 2012alla XIII Assemblea Generale Ordinaria. ” La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, (7-28 OTTOBRE 2012)

6°/- Nel 2014 alla III Assemblea Generale Straordinaria. ‘‘Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione’’ (5-19 ottobre 2014)

7°/- Nel 2015 la presente XIV Assemblea Generale Ordinaria. ‘‘La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo’’ (4-25 ottobre 2015).

Il Sinodo dei Vescovi.

Il Sinodo dei Vescovi procede dal Concilio Vaticano II. Istituendolo con il Motu proprio Apostolica Sollicitudo del 15 settembre 1965, il Beato Papa Paolo VI affermava quanto segue: ‘‘di Nostra iniziativa e con la Nostra autorità apostolica erigiamo e costituiamo in questa alma Città un consiglio permanente di Vescovi per la Chiesa universale, soggetto direttamente ed immediatamente alla Nostra potestà, che con nome proprio chiamiamo Sinodo dei Vescovi’’(Ordo Synodi, p.9). La motivazione del Papa è fra altro per dare a tutti i Vescovi Cattolici ‘‘la possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più efficace alla [Sua ] Nostra sollecitudine per la Chiesa universale’’ (ivi.). Il testo del Regolamento del Sinodo dei Vescovi, riveduto da Papa Benedetto, il 29 settembre 2006, stipulaancora : ‘‘Il Sinodo dei Vescovi è direttamente sottoposto all’autorità del Romano Pontefice, al quale spetta propriamente’’ fra altro ‘‘decidere sui voti espressi ’’ (O.S, Art. 1 § 1. 7° p.27). Il Sinodo dei Vescovi è un ‘‘Organo collegiale’’ avendo come fine ‘‘la ricerca della verità o del bene della Chiesa’’.

Con il Papa Francesco ribadiamo le parole de Beato Paolo VI, ‘‘Padre’’ del Sinodo dei Vescovi:

‘‘Che cosa è il Sinodo Episcopale? Tutti ormai lo sanno. È una istituzione ecclesiastica, che noi, interrogando i segni dei tempi, ed ancor più cercando di interpretare in profondità i disegni divini e la costituzione della Chiesa cattolica, abbiamo stabilita dopo il Concilio ecumenico Vaticano secondo, per favorire l’unione e la collaborazione dei Vescovi di tutto il mondo con questa Sede Apostolica, mediante uno studio comune delle condizioni della Chiesa e la soluzione concorde delle questioni relative alla sua missione. Non è un Concilio, non è un Congresso, non è un Parlamento, ma un Sinodo…’’ (Angelus, Domenica 22/09/1974).

Il Papa è l’autorità che, dopo aver valutato e vagliato le conclusioni di un’Assemblea Generale Ordinaria, dà alla Chiesa una Esortazione Apostolica Post-Sinodale, in genere nell’arco di uno anno (Cf. I Sinodi dal 1980 al 1988 e del 2013) oppure dopo due anni (Cf. I Sinodi del 1979, e dal 1990 al 2010).

Tipi di assemblee sinodali.

Il Sinodo dei Vescovi si riunisce in Assemblee Generali Ordinarii, in Assemblee Generali Straordinari, e in Assemblee Speciali (Cf. Ordo Synodi Episcoporum. Art.4, p.31). Dal 1965 ad oggi la Chiesa ha celebrato 27 Assemblee Sinodali.

-1° Assemblea generale ordinaria, se la materia da trattare, per sua natura o per importanza, quanto al bene della Chiesa universale, sembra richiedere la dottrina, la prudenza e il parere dell’intero Episcopato cattolico; (Esempio: l’assemblea sinodale in corso).Abbiamo un totale di 14 Assemblee Generali Ordinarii finora (1967, 1971, 1974, 1980,1983, 1987, 1990,1994, 2001, 2005,2008, 2012, 2015).

- 2° Assemblea generale straordinaria, se la materia da trattare, pur riguardando il bene della Chiesa universale, esige una rapida definizione; (Esempio : l’assemblea sinodale dello scorso anno). Ci sono state 3 Assemblee Generali straordinari (1969, 1985, 2014)

- 3° Assemblea speciale, se la materia di grande importanza riguarda il bene della Chiesa, riferito ad una o più regioni particolari (Esempio: una assemblea sinodale per un continente). Questo tipo totalizza 10 Assemblee Speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998, 1998, 1999, 2009, 2010,2014).

L’unità dei Vescovi Cum et Sum Petro si è sempre manifesta durante tutti i tipi di assemblea.

Alcuni ricordi

A/- La Ia- Assemblea Speciale per l’Africa (10/04-8/05/1994).

Durante la celebrazione della Ia- Assemblea Speciale per l’Africa, come adiutore, eravamo anche responsabile dei Padri sinodali ed altri partecipanti al sinodo alloggiati alla Domus Mariae. Grande fu la nostra ammirazione nel vedere da vicino i Sacri Pastori e I fedeli vivere insieme nella semplicità amandosi gli uni gli altri con affetto fraterno, e quasi gareggiando nello stimarsi a vicenda (Cf Rm 12,10).

Riguardo al Messaggio Finale di quella Assemblea, la prima stesura non fu accettata e tutto il messaggio fu ripreso. Nell’Aula sinodale alcuni Padri trovano il Messaggio tropo lungo, tuttavia volevano aggiungere qualche cosa cose, altri lo dicevano corto, ma volevano loro toglierne delle parti. La grande gioia era veder l’accordo totale alla fine. Durante tutti gli altri Sinodi successivi ‘‘il ritornello’’ si rispettava puntualmente.

Al di là di questi fatterelli, come tutti gli altri Sinodi prima e quelli dopo, l’Assemblea Speciale per l’Africa ebbe al punto di partenza un periodo storico ‘‘veramente turbinoso e pieno di pericoli, ma tanto largamente aperto ai soffi salutari della grazia divina’’ (Cf A.S. in O.S., p.7).

Il suo frutto maturo è quello di aver fatto ricordare a tutta la Chiesa una dei suoi nomi, presente nel Nuovo Testamento e nella Lumen Gentium, pero spesso dimenticato o trascurato, riproposto alla Chiesa dal Santo Papa Giovani Paolo II, in Ecclesia in Africa, ribadito da Benedetto XVI nonché dal Papa Francesco il mercoledì 29 maggio 2013: ‘‘La Chiesa Famiglia di Dio’’( Cf. Ef 2,19 soprattutto la traduzione liturgica francese; L.G, 6; ).

E il punto culmine dei Sinodi è sempre la manifestazione reale della collegialità tra i membri del collegio episcopale col Sommo Pontefice e tra di loro, dopo uno scambio fraterno e fruttuoso di notizie ed esperienza, nell’ascolto reciproco.

B/- La Xa- Assemblea Generale Ordinaria, sul Vescovo: Servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo.

Durante questa Assemblea ricordiamo che uno dei due Relatori Generali era S.Em. R. il Sig. Card. Jorge Mario BERGOGLIO, S.I., Arcivescovo di Buenos Aires (Argentina), cioè il nostro Papa Francesco, cui presente in mezzo a Noi; e il Segretario Speciale era S.E.R. Mons. Marcello Semeraro, allora Vescovo di Oria, oggi Vescovo di Albano (Italia).

‘‘Un ricordo particolare. Durante una Congregazione Generale, un Padre chiese che l’età dei Vescovi per andare in pensione sia abbassato, un altro chiese il contrario. Sua Eminenza Jan Peter SCHOTTE rispose, visto che uno chiede il contrario dell’altro, lasciamo dunque le cose come stanno. Chi si stancherà presto si riposerà e chi avrà ancora forza per lavorare, farà la sua opera.’’

Concludendo.

A 50 anni della conclusione del Concilio Vaticano II, l’intuizione del Santo Papa Giovanni XXIII rimane intatta. Tutti i suoi successori hanno accompagnato, oppure accompagnano tuttora la Chiesa in questo cammino tanto difficile quanto soave. Tutti i Sinodi che si succedono, cercano con i temi trattati, di approfondire l’uno o l’altro aspetto della vita della Chiesa.

Il Sacro Concilio (Sacrosanctum Concilium) Vaticano II, ancorato sulla Parola di Dio (Dei Verbum ) ci insegna che la Chiesa, Luce delle Genti (Lumen gentium), fa sue le gioie e le speranze (gaudium et spes) degli uomini nel nostro tempo (Nostrae Aetate), nel quale gli ‘‘esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone’’ (Dignitatis humanae).

Perciò inviata da Cristo Signore (Christus Dominus) alle genti (Ad gentes) per essere «sacramento universale di salvezza», la Chiesa ‘‘ben consapevole che l’auspicato rinnovamento di tutta’’ se stessa [Optatam Totius] ‘‘dipende in gran parte dal ministero sacerdotale animato dallo spirito di Cristo’’, afferma l’estrema importanza dell’educazione (Gravissimum Educationis) nella vita dell’uomo: educazione mediante la quale l’ordine dei presbiteri (Presbyterorum Ordinis ) cerca di ‘‘rendere più intensa l’attività apostolica (Apostolicam Actuositatem) del popolo di Dio’’ affinché ‘‘il raggiungimento della carità perfetta (Perfectae Caritatis)’’ come traguardo, possa fra altro ‘‘promuovere il ristabilimento dell’unità [Unitatis Redintegratio] fra tutti i cristiani’’, con una grande stima della ricchezza spirituale delle Chiese orientali (Orientalium Ecclesiarium), accogliendo gli strumenti di comunicazione sociale tra le meravigliose invenzioni tecniche (Inter Mirifica).

Ci auguriamo che prima di intraprendere una nuova via, si possa ripercorrere il tragitto già fatto, per fare memoria ‘‘del già accaduto’’, celebrare la Risurrezione e protendersi verso la promessa-invito di Cristo. Non a caso la prima Assemblea Generale Ordinaria dei Sinodo dei Vescovi del 1967 ebbe come tema: ‘‘La preservazione e il rafforzamento della fede cattolica, la sua integrità, il suo vigore, il suo sviluppo, la sua coerenza dottrinale e storica.

Apriamo i Nostri cuori alle sollecitazioni dello Spirito Santo perché, cum et sub Petro, vale a dire il Papa Francesco, i Pastori e le pecore possano camminare spediti verso le acque della salvezza.

Gesù, Maria, Giuseppe, pregate per Noi.

ASIA

Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq), Capo del Sinodo della Chiesa Caldea

1. Questa iniziativa geniale ed evangelica fatta nel 1964 da un Pastore con un carisma straordinario come PaoloVI è una iniziativa profetica. Adottare un metodo collettivo che unisce la chiesadi tutti iPaesi per studiare un tema, era una cosa nuova. Ci ha donato una ricchezza straordinaria, soprattutto nel sentirci una sola famigliaepiù forti nelnostro cuore e nella nostra missione di pastori. Dialogare insieme (collegialità) è stato per noi un balsamo spirituale di bellezza profetica.

2. Il nostro grazie va senz’altro ai suoi successori che hannocontinuato la suaidea e non solo ma indiredei sinodi straordinari. Lavorareinsieme per contribuire alla realizzazione di un progetto con tutti gli elementi spiritualied ecclesiali non è facile, ma con la guida sicura dello Spirito Santoha portato sempre dei frutti. Tanti sono i contributi scaturiti e nati dai sinodi durante i 50 anni. La mia riflessione mi porta a dire che insieme, si può lavorare e fare delbene non solo alla chiesa ma anche alla società. I sinodi hannotrattato argomenti che riguardano lavita della chiesa cattolica, teologia, spiritualità, pastorale, missione, disciplina.

3. L’interesse di questi sinodi è l’aggiornamento, cercando didare un senso alla vita dei fedeli con tanta speranza, ciò di cui hanno bisogno.Formare informando è questo il nostro motto nel lavoro che svolgiamo ogni giorno insieme ai nostri collaboratori. Noiorientali siamo abituati alla sinodalità, cioè lavorare insieme. Ma ci dobbiamo realizzare una sinodalità affettiva ed effettiva così pure riguardo alle conferenze episcopali locali.

4. Questi sinodi da cinquanta anni con semplicità, libertà, accortezza ed attenzione ci hannofatto respirare il soffio buono del vento dello Spirito,che ci ha fatto sentirela sua presenza tra noi. Quel ventosoffia ancoraoggi nella nostra terra, nel nostro cuore e nella nostra mente.

5. Come professore poi rettore del seminario maggiore e poi come vescovo ho sempre seguitoe approfittato del messaggio di questi sinodi, enon solo nell’insegnamento ma anche nell’accompagnamento dei seminaristi e fedeli.

6. Come orientali, forse non abbiamo approfittato molto di questi sinodi, dato il nostro esiguo numero, l’ambiente chesempre piena di problemi, di conflitti e di insicurezza, la società musulmana che considera la religione come una cosa sacra e immutabile non facilita il cambiamento. I nostri padri erano più coraggiosi di noi.

7. Ma abbiamo approfittato almeno di due sinodi, il sinodo per il Libano, e per il medio oriente e anche il sinodo per Asia. Siamo piccole Chiese, ci manca il personale, il metodo… Abbiamo bisogno d’essereaiutati e non isolati o marginati… Senza l’aggiornamento non c’è entusiasmo. Il messaggio del Vangelo è per sempre e per tutte le persone e culture… dunque l’aggiornamento è una esigenza e un impegno.

8. Il sinodo approfondisce la comunione e rinforza l’unità nella chiesa e l’universalità. Bisogna lavorare insieme con coraggio ed investire sulla formazione dei nostri preti, religiosi e religiose, fedeli per realizzare una “casa comune” dove tutti possiamo integrarci e amarci da veri cristiani.

9. Invito la chiesa a rivedere e studiare la situazione attuale degli suoi istituti per corrispondere alla situazione attuale in cui vivono i cristiani e per conservare la sua veridicità elo zelo evangelico e pastorale.

10. Credo che ci sono certe cose nella chiesa che sono rimaste fuori uso, e non vanno bene per l’oggi e per le nostre realtà. Per questo è necessario formulare nuovi leggi adatti ai nostri tempi e fedeli.Spero che oggi il sinodo sulle famiglie ci darà un impulso per una nuova pastorale familiare.

11. Il concetto della sinodalità sia integrato nella vita e spiritualità della Chiesa insieme al principio della sussidiarietà per un continuo aggiornamento e rinnovamento nella Chiesa.

12. Si auspica di fare molto più per un seguito dopo ogni sinodo per realizzare i risultati post sinodali nelle strutture della Chiesa.

 

 

 


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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