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Sindaco Renzi contro Cardinale Betori

Edizione del: 26 giugno 2013

Intensa quanto dura l’omelia del Cardinale Arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, in occasione delle celebrazioni per il patrono della città, San Giovanni Battista, lo scorso 24 giugno.

In una cattedrale piena più del solito il porporato ha denunciato, come abbiamo scritto nei giorni scorsi in un nostro articolo, il degrado morale della città (riportiamo il testo integrale dell’omelia in fondo a questo editoriale).

Ebbene il Sindaco della città, meglio conosciuto come il rottamatore d’Italia, Matteo Renzi, presente ala messa assieme al Gonfalone cittadino, appena uscito dal duomo non ha mancato, con i giornalisti, di schernire la denuncia dell’Arcivescovo, fino ad arrivare, questa mattina, in diretta radiofonica a Lady Radio ad affermare che il Cardinale Betori ha descritto un degrado morale della città che non c’è.

Coraggioso il Sindaco, visto che nei giorni scorsi i giornali hanno portato alla ribalta scandali sessuali che vedono protagonisti un assessore, ora dimessosi, anche se “per motivi di salute”, e un dirigente del Comune che avrebbe fatto sesso in ufficio con una escort.

”E’ giusto e legittimo che il Cardinale dica la sua – ha detto Betori oggi alla radio – è una lettura che si può condividere o meno ma è giusto che possa esprimere la sua opinione. L’immagine dell’omelia di San Giovanni è l’immagine di una città devastata, con i senzatetto a giro, scandali sessuali in ogni dove, cocaina dappertutto. Sono problemi reali, bisogna eliminare il gioco d’azzardo, combattere la prostituzione, ma Firenze non la trovo dedita al degrado morale”.

Per il Sindaco Renzi “non ci sono a Firenze 2mila persone senza casa”, come denunciato dal Cardinale.

Sul caso delle escort, Renzi ha sottolineato che “i media di Firenze hanno scoperto che ci sono le escort, una grande scoperta quando poi da anni pubblicano gli annunci. Chi si macchia di reati odiosi come lo sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione – ha sottolineato il Sindaco – è giusto che venga perseguito. Pero ho letto le cose più inaudite, il tentativo di rappresentare Firenze come una città che non è. Firenze – ha ribadito Renzi – non è come viene rappresentata e chi decide di dare quella idea di città dà un’immagine parziale”.

Tra l’altro oggi anche il cattolicissimo Massimo Cacciari, ex Sindaco di Venezia, dalle pagine del quotidiano La Repubblica, edizione di Firenze, si scaglia contro l’omelia del Cardinale Betori.

Eppure era la Pasqua di qualche anno fa quando quel quotidiano denunciò il caso degli abusi sessuali e di pedofilia di don Cantini, poi sospeso a divinis dal Papa, e morto recentemente dopo essere stato condannato, non dalla Procura, in quanto tutti i reati sono andati in prescrizione, ma dalla Chiesa a fare vita ritirata in un istituto segregato dal mondo esterno.

Ieri poi la notizia – come riportiamo in un altro nostro articolo - di un nuovo caso di pedofilia a Roma, che vede implicati 9 persone tra sacerdoti e religiosi, tra cui il segretario di un vescovo, caso denunciato da Patrizio Poggi, ex prete, perché sospeso a divinis nel 2008, condannato per pedofilia, con 5 anni di carcere già scontati, che accusa i suoi 9 confratelli, e che ha anche denunciato che quando negli anni ’80 era in seminario a Firenze, ha subito lui stesso degli abusi. Molestie inflitte da parte di un prete che aveva tra i suoi fedeli anche Pietro Pacciani e Mario Vanni, i compagni di merende coinvolti nell’indagine sugli omicidi legati al mostro di Firenze.

Forse il Cardinale, quando ha pronunciato la sua omelia, pensava a questo caso, o forse non ne era ancora a conoscenza – tra l’altro la violenza in seminario è tutta da verificare –  certo che, pur non facendo nomi e cognomi, né tantomeno entrando nello specifico dei casi, in quanto Betori ha parlato in generale, lo stesso non “ha pisciato fuori dal vaso”, come si usa dire a Firenze quando una persona non centra la questione.

Certo ci vuole coraggio da parte del Sindaco Rendi di dire che “non vedo la mia città in preda al degrado morale, e che è compito di un Sindaco difendere la stessa da attacchi non veritieri”.

“La mia città non è quella che viene rappresentata: abbiamo raddoppiato le biblioteche, siamo la città che spende di più sul sociale, che aumenta i fondi sulla scuola e sta eliminando le liste di attesa per gli asili nido”, ribatte il Sindaco  

Il primo cittadino dice di aver “letto le cose più inaudite, il tentativo di rappresentare Firenze come una città che non è. Firenze non è come viene rappresentata e chi decide di dare quella idea di città dà un’immagine parziale”.

“Bisogna combattere il gioco d’azzardo, la prostituzione, ma quello che non mi convince – prosegue Renzi – è l’immagine di un degrado morale che non vedo”.

Lunedì, in Palazzo Vecchio, tra i suoi primi commenti sull’omelia, prima di dare il fiorino d’oro a Jovannotti e Carlo Conti aveva detto, con il suo solito sorrisino a presa di giro: “Vorrà dire che l’anno prossimo a Benigni chiederemo di non leggere Dante ma il Boccacio”.

Di seguito trovare il testo integrale dell’omelia del Cardinale Betori, poi giudicate voi se il Cardinale Betori “ha pisciato fuori dal vaso”, come vorrebbe far credere il Sindaco Renzi.

Per noi, nel bene o nel male, Betori ancora una volta ha fatto centro.

Renzi no.

Franco Mariani

 

Questo il testo integrale dell’omelia pronunciata in duomo lo scorso 24 giugno dal Cardinale Betori

C’è qualcosa di non casuale nel fatto che la nostra città celebri il suo patrono nel giorno della sua nascita e non in quello del suo martirio. C’è un messaggio in questa solennità, strettamente legato al tema della vita colta al momento del suo dischiudersi, con la carica di futuro e di speranza che porta con sé, ma anche con la responsabilità di una missione da attuare, di un disegno da compiere. «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome» (Is 49,1): le parole di Isaia calano sul Battista e ne tracciano il profilo di profeta a cui Dio ha affidato di preparare l’evento centrale della salvezza, la venuta nella carne del Figlio stesso di Dio. E continua: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria» (Is 49,3).

            La coscienza della missione, il farsi carico di una responsabilità verso la storia, verso l’umanità, completa l’immagine che Isaia ci offre del Servo e che la liturgia della Chiesa vede riflessa sul volto di Giovanni. Non c’è solo un futuro di cui mettersi al servizio, ma anche un ministero di edificazione e di riconciliazione, che come luce risplende nel mondo: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6). Lo scenario planetario in cui si colloca la missione del Battista non può non suonare come un richiamo esigente per la vocazione di questa città, che in lui riconosce il proprio patrono e quindi la propria identità, fino ad effigiarlo in quello che fu lo strumento della sua affermazione nelle cose del mondo.

            La festa di oggi, dunque, ha per noi anzitutto questo significato di speranza e di chiamata alla responsabilità circa il posto che spetta a Firenze nel farsi testimone di ricostruzione dell’umano e di ritessitura delle relazioni nel mondo, da sempre sua vocazione esigente e misura alta del proprio destino, per il quale mai ci si può sentire adeguati. Firenze deve ripensarsi su questi orizzonti universali: si tratta di non limitarsi alla ricerca di questo o quel bene, ma operare per aprire i cuori all’irrompere di un significato pieno di vita, di una salvezza di tutta la persona umana e di tutti gli uomini e le donne del mondo. L’alternativa è restare preda di ben noti vezzi provinciali e di altrettanto ben noti astiosi antagonismi.

            Di questo significato pieno e salvezza integrale fa parte ovviamente anche il giusto posto che va riconosciuto a Dio, in cui identificare non il minaccioso concorrente dell’uomo, non una presenza divisiva e di parte, ma un dono fatto alla coscienza di tutti, perché presenza generosa e gratuita d’amore. Un posto da riconoscere anche per la Chiesa, che non vuole rincorrere ingerenze o egemonie, ma solo porsi al servizio.

            Ma se questi sono i pensieri che ci suggerisce la nascita del Battista, aprendo allo slancio delle menti e dei cuori, non possiamo però dimenticare che l’esercizio di questa missione è stato per Giovanni un esercizio spesso di denuncia e di contrapposizione rispetto al pensare e all’agire comune. Vi accenna l’apostolo Paolo nel discorso che, nel testo degli Atti, pronuncia nella sinagoga di Antiochia in Pisidia, qualificando la missione di Giovanni come la predicazione di «un battesimo di conversione» (At 13,24), un appello al cambiamento, la denuncia di scelte e comportamento che vanno radicalmente rimossi. Emblematico, in questo, il suo opporsi al potere incarnato in Erode: «Non ti è lecito» (Mc 6,18), gli dirà, riferendosi al suo legame con Erodiade, la moglie del fratello. Con non minore vigore si pone di fronte alle folle, cui si rivolge con l’appellativo «razza di vipere» (Lc 3,7) e che istruisce con insegnamenti decisi, che contrastano il pensare comune: dare a chi non ha, non esigere oltre il dovuto, non maltrattare e non estorcere nulla (cfr. Lc 3,10-14).

            Nell’immagine del Battista risplende dunque anche il potere che ha la parola di Dio di illuminare le zone d’ombra della vita e della storia, per farne emergere l’inconsistenza e indirizzarla alla redenzione. Ed è proprio questa invece una delle carenze più evidenti del nostro tempo, cui non sfugge neanche la nostra città: l’incapacità di discernere ciò che va approvato e ciò che va contrastato, ciò che è bene e ciò che è male e, per estensione, ciò che è giusto e ciò che è illecito, ciò che è bello e ciò che è brutto. Perché bene, giustizia e bellezza si tengono insieme, come la storia di Firenze mostra, o cadono insieme. È questa stessa storia che ci illumina sul fatto che quando le risorse economiche presero la strada della pura speculazione, ne venne anche la rovina di chi ne disponeva, mentre quando quelle risorse divennero strumento di fraternità per il soccorso del povero e per l’immagine stessa della città, ovunque sbocciò la bellezza dell’opera degli uomini e la gioia della convivenza.

            Di questa cura amorosa dell’unità tra il bene, il giusto e il bello oggi abbiamo estremo bisogno. Non mancano infatti segnali preoccupanti che ci dicono quale scivolamento del vivere civile e del comportamento personale può generarsi tra noi quando istinti e desideri prendono il sopravvento sull’oggettività del bene e del bello. Si aprono spazi di trasgressione, in tutte le forme possibili, che incidono sull’identità stessa della città, la quale non può non salvaguardare i beni di cui è custode per il mondo, ma deve anche continuare a generare bellezza e cultura per tutti. Il rispetto dei nostri luoghi d’arte ne è il presupposto, non per ridurci a un museo, ma per far comprendere a tutti il senso dell’umano e del divino che li ha generati. E un’improvvida voglia di trasgressione passa dalle piazze ai luoghi della cultura, anche qui senza che si notino apprezzabili reazioni, pur con qualche lodevole eccezione.

            Di questa cura del bene, del giusto e del bello nessuno ha l’esclusiva, ma tutti si è chiamati a concorrervi, ciascuno secondo il proprio ruolo. Non voglio fare esempi perché non spetta a me l’agire, ma oggi non posso non richiamare il valore e l’efficacia di questo principio del concorrere insieme di fronte alla delicatissima situazione del Maggio Musicale Fiorentino, che non ha voluto però mancare con la propria arte alla festa del patrono della città in questa cattedrale. Mentre ringrazio quanti lo hanno reso possibile, chiamo tutti a un’azione responsabile e concorde nel ricercare le vie migliori per dare futuro a questa espressione di cultura e di bellezza che tutti ci onora. Anch’io sono il Maggio.

            Ma lo sguardo non può soffermarsi sulla cultura senza al tempo stesso volgersi alla solidarietà, secondo le migliori tradizioni fiorentine. Ho letto che la nostra città è al quarto posto in Italia per presenza di senza dimora: quasi duemila persone, quindi centinaia e centinaia di famiglie cui è negata la possibilità di un tetto che le accolga. Non ho soluzioni tecniche al riguardo, ma sarebbe grave che si assistesse a questa tragedia senza reagire, nell’indifferenza dei più e lasciando la sola responsabilità alle istituzioni. La Chiesa fa e farà sempre la sua parte. E giungono anche notizie su una allarmante crescita del bisogno alimentare: aumenta la gente che letteralmente ha fame, mentre non si riescono a debellare le gravi forme di spreco che definiscono il nostro stile di vita. Quando poi lo spreco non diventa anche un pernicioso vizio, che apre a ulteriori baratri: come non reagire alla notizia del primato di questa città nel consumo di cocaina e agli avvertimenti circa la diffusione anche tra noi della piaga del gioco d’azzardo?

            Un’ultima parola devo ancora dedicarla alle nostre carceri. Anche qui c’è da chiedersi come la terra che si gloria di essere stata la culla di una delle svolte più significative del diritto penale, con la cancellazione per primi della pena di morte, possa tollerare che uomini e donne vivano in condizioni a dir poco disumane.

            Fin qui la condivisione della missione di denuncia che la memoria del Battista ci ispira, lasciando a quanti altri hanno a cuore il futuro di Firenze di completare il quadro e di richiamare le coscienze. Ma la denuncia non può essere fine a se stessa se non vuole scadere nel moralismo. C’è bisogno anche di un appello positivo, che lo stesso Battista ci suggerisce nel momento in cui la sua missione viene qualificata da una parte dall’annuncio di uno più grande di lui e dall’altra nel preparare un popolo ben disposto ad accoglierlo. È quanto il Rustici ha immortalato per la porta nord del nostro Battistero.

            Di ambedue questi orizzonti abbiamo bisogno. Anzitutto di riconoscere chi può dare sguardo ulteriore e trascendenza alla nostra vita, perché lo accogliamo come la nostra verità, e per noi credenti nel Vangelo questi è il volto umano che Dio ha preso tra noi, il suo Figlio Gesù, che non possiamo stancarci di proclamare come verità dell’uomo. Dall’altra abbiamo bisogno che ogni percorso di riconoscimento della verità sia un percorso fatto insieme, come un popolo, una famiglia, la cui unità scaturisce dal riconoscersi intessuti dallo stesso principio umano, che è la nostra dignità ma anche la nostra missione. 

        Giuseppe Cardinale Betori
Arcivescovo Metropolita di Firenze


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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