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Patriarca Venezia: chiese aperte

Edizione del: 30 ottobre 2013

Il Patriarca di Venezia, Mons. Francesco Moraglia, affida alla Chiesa locale un compito e una “missione” che non deve trascurare il fatto che le proposte non devono far perdere agli edifici “la loro dimensione simbolica in nome di un funzionalismo e di una polivalenza che non solo li impoverisce ma addirittura li snatura”.

Trovare le soluzioni e le proposte per rendere “utili”, anche alla stessa collettività, quegli edifici religiosi “che non rispondono più ai bisogni Pastorali”, alla luce anche della “innegabile flessione demografica” di cui soffre Venezia.

Senza dimenticare che “vi sono problemi conservativi urgenti che riguardano molte chiese”.

Il Patriarca ha colto l’occasione del convegno “Chiese tra culto e cultura” anche per una riflessione sulla specifica situazione veneziana.

“A Venezia – ha detto nei passi conclusivi di una lunga disamina sul tema dell’incontro, con richiami al Concilio Vaticano II e alle indicazioni del Concilio Permanente della Cei sull’accesso gratuito e gli eventuali ticket extra luoghi di preghiera – vi sono problemi conservativi urgenti che riguardano molte chiese e che il loro numero, un centinaio in città e oltre 200 nell’intera diocesi, richiede una riflessione su una razionalizzazione del loro ruolo Liturgico e Pastorale”.

Questo anche alla luce proprio del calo della popolazione, che nel centro storico è oramai al di sotto dei 58mila residenti.

La premessa però è d’obbligo: “è essenziale che ogni uso delle chiese differente da quello liturgico, o strettamente espressivo di questo – ha detto Mons. Moraglia -, sia regolamentato e si svolga sotto la guida dei competenti Organi e Uffici diocesani”.

“Lo spazio Sacro di una chiesa, nata per il culto, deve rimanere – ha rilevato in un altro passo del suo intervento – riferito all’azione Liturgica o a momenti che, direttamente o indirettamente, preparano o seguono tali azioni”.

E ancora: “come l’azione Liturgica può esser segnata da una gestualità non consona o da linguaggi e toni non appropriati, così anche gli spazi di culto, a loro volta, non devono essere segnati da progetti, eventi e percorsi culturali non rispondenti alla specificità del luogo e quindi, non in grado di veicolare, anche al di fuori dell’azione Liturgica, il mistero che si dona a noi in Cristo”.

Per Mons. Moraglia, in sostanza, deve restare il rispetto dell’edificio perché altrimenti “i segni non avrebbero più la forza di parlare, perderebbero la loro eloquenza e, quindi, non sarebbero più strumenti espressivi di relazionalità ma di una mera funzionalità”.

“Non va mai dimenticata, inoltre – ha aggiunto -, la partecipazione affettiva dei fedeli e degli abitanti dei luoghi che hanno segnato la loro storia personale e comunitaria. E’ stridente, nel caso di alienazioni, vedere attività commerciali o profane nel luogo in cui sono stati battezzati i propri genitori o si è costituita la propria famiglia nella celebrazione del Matrimonio o, ancora, si è dato l’estremo saluto ai propri cari”.

In una città come Venezia, meta ogni anno di milioni di visitatori da tutto il mondo, le chiese “devono essere – ha detto Moraglia – espressioni percepibili di questa comunione che nell’Eucarestia è la ragione ultima dei nostri luoghi di culto e che in essa trovano il loro fondamento”.


Autore: 

Iscritto all’Ordine dei Giornalisti e al Sindacato Nazionale Critici Cinematografici, prima di approdare a questa redazione (settembre 2013) ha collaborato con altre testate giornalistiche nazionali e toscane, occupandosi oltre che di cinema anche di spettacolo e cronaca.

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