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P. Fagba protegge 650 Musulmani

Edizione del: 21 febbraio 2014

In un paese come il Centrafrica dove normali vicini di casa, dopo anni di convivenza pacifica, hanno cominciato a uccidersi a vicenda a colpi di mitra o di machete in una spirale di vendette che non conosce limiti, alimentata da un conflitto di potere, etnico e religioso che va avanti da quasi 1 anno, non c’è spazio per la riconciliazione o il perdono, né per persone come Padre Xavier Fagba.

I fori di proiettile che riempiono i muri della sua parrocchia e della sua chiesa di San Pietro, nella piccola città di Boali, lo dimostrano.

Fino a pochi mesi fa il sacerdote Cattolico avvolto nel suo abito talare doveva difendersi e difendere i Cristiani dalle Milizie Islamiste Seleka, che arrivate dal Ciad a marzo per appoggiare il Colpo di Stato del Musulmano Djotodia, avevano fatto della “caccia al Cristiano” la loro attività preferita.

In 8 mesi hanno ucciso e torturato centinaia di Cristiani, razziato e distrutto migliaia di case, rubato tutto quello che potevano terrorizzando e gettando nella disperazione il popolo.

Ora però la situazione è cambiata e Padre Fagba si danna giorno e notte per dare da mangiare a 650 Musulmani, che da 1 mese sono rifugiati nella sua chiesa.

Cacciati i Seleka con l’aiuto delle Forze Armate francesi e deposto il Presidente Golpista, infatti, bande di Animisti detti anti-balaka, cioè “antidoto”, hanno cominciato a massacrare per vendetta i Musulmani, minoranza nel paese.

A loro si sono aggiunti anche gruppi di Cristiani.

I fori di proiettile dei persecutori si mischiano in modo indistinto sui muri della chiesa di San Pietro a quelli dei nuovi.

“È giunto il momento per gli uomini di buona volontà di alzarsi in piedi e mostrare la forza e la qualità della loro fede”, spiega il sacerdote mentre consola i bambini che giocano seduti sul pavimento della sua parrocchia.

Quando il 16 e il 17 gennaio le Truppe francesi hanno cacciato i Seleka dalla città di Boali, Padre Fagba è andato a cercare porta a porta i Musulmani per trarli in salvo dagli attacchi imminenti degli anti-balaka: “Non avevo un piano – racconta – Ho solo pensato: ‘Qui ci sono dei fratelli in difficoltà, hanno bisogno di aiuto’. Io sono andato a darglielo come Pastore e come Cristiano. L’ho fatto in nome della mia fede”.

Gli anti-balaka, però, non conoscono il linguaggio del perdono di Padre Fagba e hanno attaccato la sua parrocchia, che fortunatamente è stata difesa dai militari.

Ma sono pochi, non riescono a fare la guardia giorno e notte e per questo nessun Musulmano osa uscire fuori dalla chiesa.

Si assiepano nei pochi locali, dove pregano anche Allah, e sono spaventati: “Non siamo al sicuro. Ogni sera sparano contro la chiesa. I Cristiani non ci vogliono qui, vogliono ucciderci”, parla un profugo.

Gli anti-balaka hanno fatto parte Padre Fagba delle loro intenzioni più volte: “Tutti gli Islamici del paese devono andarsene”, gli ha detto un giorno un ragazzo armato di appena 18 anni che si fa chiamare Mad Dog.

“Se non lo faranno li uccideremo tutti”.

Il sacerdote è stato criticato e attaccato non solo dalle Milizie ma anche dai Cristiani: molte delle persone che protegge in chiesa, infatti, hanno partecipato alla persecuzione della comunità di Boali.

“Quando i Seleka sono arrivati qui”, spiega un Cristiano del posto, “i Musulmani sono cambiati all’improvviso. Ti sparavano per niente, per la più piccola cosa cercavano di ucciderti”.

Molti degli Islamici che oggi vivono nella chiesa sanno perché gli anti-balaka li cercano e lo sa anche Padre Fagba, che non è uno stupido: “Ho parlato a molti di loro, che hanno compiuto crimini orrendi. Ma io non menziono apertamente quello che hanno fatto. Quando gli parlo, li invito a cambiare la loro vita e il loro comportamento”.

Padre Fagba sa che per riportare la pace e la riconciliazione in Centrafrica dopo tanto odio ci vorrà tempo e comincia dall’accoglienza verso i Musulmani: “Loro stanno scoprendo che nella nostra chiesa il Dio che adoriamo è lo stesso in cui credono loro. E capiscono che questa è la visione che tutto il paese deve assumere. Dobbiamo considerarci come fratelli, quello che vedo accadere qui mi dà la convinzione per andare avanti”.


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