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Mons. Scarano: prestito di 2,5 milioni

Edizione del: 11 luglio 2013

Per il suo intervento, per il suo ruolo nell’operazione di rientro di quel “tesoretto” da 20 milioni, Monsignor Nunzio Scarano avrebbe dovuto prendere circa 2 milioni e mezzo di euro.

Denaro che in parte, un milione, sarebbe stato utilizzato per la costruzione di una piccola chiesa in Umbria, secondo la sua versione.

Il Prelato lo ha raccontato al Gip del Tribunale di Roma nel corso dell’interrogatorio di garanzia del primo luglio nel carcere di Regina Coeli.

Penitenziario in cui Scarano si trova dal 28 giugno perché accusato di aver organizzato, assieme al broker Giovanni Carenzio e all’ex agente dei servizi Giovanni Maria Zito, il rientro illecito in Italia dei 20 milioni, a bordo di un aereo.

Scarano, accusato di concorso in corruzione e calunnia, ha ammesso “di aver ricevuto mensilmente offerte sul conto Ior da parte dei D’Amico”, gli imprenditori a cui sarebbe riconducibile il denaro da riportare in Italia.

Nel verbale dell’interrogatorio, circa 70 pagine, il Religioso rispondendo al Gip Barbara Callari ricostruisce i vari passaggi che hanno portato Paolo, Cesare e Maurizio D’Amico a chiedere il suo intervento per il rientro dei capitali.

Scarano, ex contabile dell’Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica, Apsa, è ritenuto un personaggio chiave della vicenda.

“Nei limiti delle mie condizioni attuali – dice al Gip – voglio dare la massima collaborazione”, dice il Monsignore, che però aggiunge: “Non mi sono mai servito della Chiesa”.

“Il corrispettivo per il reingresso dei capitali che Scarano doveva percepire era due milioni e mezzo – si legge nel verbale – di cui, a detta del Religioso, un milione era destinato alla costruzione di una chiesa”.

Scarano spiega che quella cifra rappresentava per lui un prestito che sarebbe stato poi restituito.

“Lo dissi anche a Carenzio mentre prendevamo un caffè davanti al Vaticano – racconta il Monsignore -, che consideravo quel denaro come un prestito che mi sarebbe servito a risolvere alcuni problemi finanziari” che aveva con parente.

In passato infatti, spiega il Religioso, “ho avuto una società con mio cugino dalla quale poi ho cercato di tirarmi fuori perché mi sono reso conto che distraeva fondi”.

Scarano racconta anche di un Rolex d’oro regalatogli da Zito, che però avrebbe restituito il giorno dopo, assicura.

Nell’interrogatorio Scarano afferma di percepire “un stipendio di circa 3 mila e 200 euro al mese” e di avere due appartamenti, un garage e un posto auto sotto casa a Salerno, la sua città d’origine.

Parlando dei suoi rapporti con il broker Carenzio, Monsignor Scarano dice: “Mi sono reso conto che era un gran bugiardo, alle volte era anche un po’ aggressivo e questa aggressività un po’ mi intimoriva perché è una cosa che non mi è mai piaciuta. Mi disse che lui aveva la possibilità… i soldi stavano tutti depositati in Svizzera, però non parlava di 20 milioni, parlava di molto di più credo 40 milioni, forse”.

Soldi che secondo Scarano sarebbero finiti a Beirut, in base a quanto gli fu riferito.

Intanto il Tribunale del Riesame si è riservato di decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dai difensori dei tre arrestati, oltre a Scarano anche Carenzio e Zito.

Sulle istanze il Pm Stefano Pesci ha espresso parere negativo.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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