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Mons. Scarano ha agito da delinquente

Edizione del: 1 agosto 2013

“Una personalità particolarmente inquietante, caratterizzata da spiccate attitudini criminali”, che nella vicenda legata al tentativo di trasferire in Italia, attraverso lo Ior, 20 milioni di euro in contanti depositati presso un Istituto di credito elvetico, ha agito “da consumato delinquente”.

Ecco il ritratto che il Tribunale del Riesame di Roma fa di Monsignor Nunzio Scarano, già Addetto Contabile all’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, finito in carcere il 28 giugno scorso per corruzione in concorso con l’ex 007 in servizio all’Aisi Giovanni Maria Zito e il broker finanziario Giovanni Carenzio. Tutti e tre – scrive il Collegio presieduto da Filippo Casa nel confermare l’ordinanza cautelare del Gip – “sono uniti da comune spregiudicatezza e capaci di gestire uomini, Istituzioni e cose asservendoli a finalità illecite e al proprio tornaconto personale”.

A parere del Tribunale, Monsignor Scarano, che martedì ha incassato la netta presa di distanza del Pontefice che ha auspicato per lui una giusta punizione per essersi comportato male, è un soggetto che gli interrogatori resi ai Magistrati di Roma e Salerno, dove è indagato per violazione della normativa antiriciclaggio, non hanno ancora del tutto svelato per aver curato in passato, come da lui stesso confidato al suo amico Massimiliano Marciano, “operazioni di rientro di capitali dall’estero, oltre che per la famiglia degli Armatori D’Amico, anche per la famiglia Agnelli”.

Secondo gli Inquirenti due milioni e mezzo di euro sarebbero spettati a Scarano se fosse riuscito a far transitare in Italia i 20 milioni.

Il Collegio ricorda come Scarano non si sia fatto troppi scrupoli nel denunciare lo smarrimento dell’assegno di 200mila euro, costatogli l’imputazione ulteriore di calunnia, e nel “predisporre una serie di comunicazioni, a futura memoria, finalizzata a legittimare la pretesa restituzione dei 400mila euro consegnati Zito”, che dovevano apparire come frutto di un prestito personale dello stesso Religioso e che, in realtà, erano il compenso concordato per trasportare in Italia, tramite volo aereo privato, la somma dei 20 milioni di euro dalla Svizzera.

Secondo il riesame “la disponibilità a praticare la scorciatoia dell’illecito per il proprio utile personale, a prezzo della violazione dei propri doveri istituzionali, delinea nello Zito una personalità altrettanto pericolosa. E analogo giudizio – si legge nelle dieci pagine di motivazione del Provvedimento – va espresso per Carenzio, il quale, pur avendo garantito lo smobilizzo dell’ingente somma di 41 milioni di euro, non si presentava all’appuntamento con Zito, tradendo gli accordi presi con i complici e avrebbe prelevato dall’Istituto bancario il denaro per trasferirlo a una sua fiduciaria”.

Per i Giudici, non c’è altra misura idonea, se non quella del carcere, per i tre indagati, considerato che le esigenze cautelari si giustificano anche per “la necessità di mettere a fuoco le vere causali delle mensili cospicue rimesse, 20-30mila euro dichiarati dal Monsignore, accreditate dagli Armatori Paolo e Cesare D’Amico, committenti dell’operazione di rimpatrio dei 20 milioni di euro, su uno dei due conti intestati a Scarano presso lo Ior e l’esigenza di preservare l’acquisizione di ulteriori necessarie dichiarazioni degli stessi D’Amico, essendo fin troppo reticenti quelle allo stato rese, dalla verosimile influenza che, per i risalenti rapporti di conoscenza e amicizia intessuti con Scarano e per quelli d’affari intrattenuto con Carenzio, subirebbero dagli indagati”.

E al Collegio poco importa se, come ha fatto notare la difesa sollecitando misure più gradate del carcere, Zito sia stato allontanato dall’Aisi e Scarano sia stato sospeso dall’incarico di Responsabile dell’Apsa, “posto che, in attesa delle nuove collocazioni da attribuire agli indagati nei rispettivi ambiti lavorativi, non ancora note, non possono drasticamente e automaticamente essere venute meno le dimostrate capacità di influenza e interferenza degli stessi negli ambiti medesimi. Né risulta a questo Tribunale che Scarano abbia perso la titolarità e la disponibilità dei conti bancari utilizzati per veicolare le sospette rimesse dei D’Amico e di altre persone”.

“Per i tratti comuni di pericolosità e per il conseguente giudizio di inaffidabilità”, i tre, dunque, devono stare in carcere.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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