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Mons. Scarano: Apsa come banca

Edizione del: 5 ottobre 2013

Il 24 luglio scorso agli inquirenti romani Monsignor Nunzio Scarano, già Contabile dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, Apsa, attualmente detenuto in una struttura ospedaliera nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sul fallito tentativo di far rientrare illecitamente in Italia 20 milioni di euro riconducibili, secondo l’accusa, agli Imprenditori D’Amico, ha dichiarato che  “noi come Apsa non potevano avere clienti esterni, ma pur non potendo in realtà facevamo banca”.

La Procura ha recentemente chiesto il giudizio immediato per l’alto Prelato e altri 2 protagonisti della vicenda: l’Operatore Finanziario Giovanni Carenzio e l’ex 007 Giovanni Maria Zito.

L’udienza è fissata per il 3 dicembre prossimo.

“L’Apsa – ha aggiunto il Prelato – non dovrebbe essere una banca, ma tante volte ha fatto operazioni bancarie appoggiandosi su altre banche. Avevo notato che si faceva questo tipo di lavoro bancario e ovviamente questo mio disappunto non fu approvato all’epoca dai miei Superiori, in particolare dal Dottor Giorgio Stoppa, il quale guardava molto male la mia presenza nell’Amministrazione perché non avrebbe mai voluto la presenza del prete perché il prete era una persona scomoda”.

“Compravamo azioni – aggiunge Scarano – obbligazioni, titoli. L’Apsa aveva anche dei clienti esterni, laici. C’è anzitutto un vantaggio che si pagava meno tasse, erano investimenti sicuri, tranquilli, non c’erano tassazioni particolari. Noi eravamo investitori dei titoli, settore della Nestlé o altre aziende internazionali; all’epoca ci si muoveva in maniera tipo Stati Uniti, Parigi, Londra e altri stati”.


Autore: 

Iscritto all’Ordine dei Giornalisti e al Sindacato Nazionale Critici Cinematografici, prima di approdare a questa redazione (settembre 2013) ha collaborato con altre testate giornalistiche nazionali e toscane, occupandosi oltre che di cinema anche di spettacolo e cronaca.

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