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Melloni, Quel che resta di Dio

Edizione del: 11 novembre 2013

Una Chiesa che si impigrisce “beandosi del nuovo Papa e gli concede un superpallio mediatico, come se la vita Cristiana, l’unità, la povertà fossero affar suo” è uno dei rischi segnalati da Alberto Melloni nel suo libro “Quel che resta di Dio”.

La Chiesa Cattolica e mondiale viene vista allo snodo del cambio di Pontificato, in un saggio pensato prima della rinuncia di Benedetto XVI e che ha per sfondo lo scollamento tra “esperienza Cristiana” e “sordità di un centro romano imbozzolato nelle sue dinamiche”.

Lo scollamento ha radice in parte nella “mancata risposta” ad alcune istanze conciliari, tra cui “alla vocazione dell’unità, della povertà, della collegialità”.

Queste mancate risposte, osserva Melloni, non potevano restare senza “contraccolpi”, e la auspicata Riforma, se ci sarà, “non verrà dall’alto”.

“Riformare questa Chiesa in questa fase storica nel senso della vita Cristiana, dell’unità e della povertà – osserva lo Storico . non può essere soltanto affare di Papa Francesco, se lo fosse sarebbe un guaio, giacché nelle Chiese e nella Chiesa Cattolica in ispecie per le questioni difficili si può ricorrere all’autorità, ma per quelle difficilissime c’è solo la comunione”.

Tra i motivi di interesse del saggio c’è un excursus sulla Chiesa dei poveri così come la pensò Papa Giovanni e come è stata interpretata nei decenni successivi, fino al desiderio di Papa Bergoglio di riportarla al centro della prassi ecclesiale, e una lettura della figura e del ruolo dei Vescovi.

Melloni denuncia il problema di un “Episcopato assorbito da funzioni amministrative prevalenti, che nella società dei media, paradossalmente, ha visto restringersi i margini di originalità pastorale. Il Vescovo – commenta lo storico – conta sempre meno, talora niente: perché è lui stesso che fa intendere come, fino a Benedetto XVI incluso, da lui non ci si debba aspettare un discernimento, ma un surplus di allineamento, non a Pietro, ma, a ciò che di Pietro dice il circo mediatico”.

Fino a Papa Bergoglio, è l’analisi di Melloni, la “autorità anche Episcopale ha praticato una singolarissima forma di centralismo scismatico”, e ha “messo la sua voce a disposizione di chi vuole farne uso”.

Così “la ricerca teologica del Papa è stata usata con spregiudicato cinismo da tutti i conservatori”, i Vescovi “si sono consolati con le piccole vanità dell’apparire”, il Clero è stato “in tutt’altre faccende affaccendato”.

L’attenzione alla Chiesa dei poveri di Roncalli consente a Melloni una analisi della povertà come mistero e della povertà qualificata teologicamente che, dopo un interessante excursus sulla Teologia della Liberazione, lo porta dritto al primo Papa che ha scelto di chiamarsi come il Santo d’Assisi.

Le pagine di “Quel che resta di Dio”  consegnano al lettore tutto il fascino delle incognite su questa primavera della Chiesa, giunta, come le altre, “senza segni premonitori”.

E così, commenta Melloni, “il disastro di un periodo vicino può oggi essere letto come il migliore preannuncio di una primavera che per qualcuno è già arrivata ‘dalla fine del mondo’, o forse dalla fine di un mondo che se sarà sfidato non si arrenderà, se sconfitto non sarà rimpianto”.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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