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La Manna su visita Papa Centro Astalli

Edizione del: 12 settembre 2013

Il Padre Gesuita Giovanni La Manna, il Presidente del Centro Astalli per i rifugiati visitato martedì 10 settembre da Papa Francesco, sottolinea tutta la sua soddisfazione e “allegria” nel vedere realizzato il desiderio di avere il Pontefice nella struttura nel centro di Roma dedicata all’accoglienza di profughi e richiedenti asilo, insomma di chi fugge da guerre e violenze, non di rado anche torture.

“Per me è stata un’esperienza speciale, dal punto di vista spirituale e umano, vedere i rifugiati abbracciare il Papa: lui ci dice come tenere viva la speranza, non solo dei rifugiati ma di tutti, perché insieme è possibile trasformare questo nostro mondo”.

“E’ stato molto significativo – commenta al termine della visita ‘privata’ del Pontefice – vedere i rifugiati mettersi in fila perché ognuno voleva raccontare al Papa: io vengo dalla Somalia, io vengo dal Congo, io dalla Siria, ognuno con le sue storie e con i suoi drammi, perché sapevano che avrebbero trovato in lui un ascolto diretto. Il Pontefice, come già a Lampedusa, è venuto a dare nuova testimonianza contro quella ‘globalizzazione dell’indifferenza’ da cui tutti dobbiamo uscire”.

Padre La Manna, rivolgendo lo sguardo sull’attualità, tocca il problema degli “sbarchi”, a proposito dei quali il Papa “ha ascoltato oggi l’esperienza di quanti arrivano a Roma”, e sottolinea che l’aspetto dell’accoglienza di chi arriva dall’Africa è “da rivedere, oggi si pone in modo poco dignitoso”: “ed è un tema che il Papa conosce e su cui insiste perché si imbocchi la strada per arrivare ad un’accoglienza adeguata”.

Secondo il Presidente del Centro Astalli, “quelli che hanno la fortuna di arrivare vivi non desiderano rimanere in Italia ma transitare verso altri Paesi d’Europa: è necessario quindi organizzarsi con canali umanitari sicuri”.

“Alla famiglia siriana che scappa dalla guerra – insiste La Manna – qualcuno dovrebbe spiegare come arrivare in Italia senza farsi sfruttare dai trafficanti”.

Il Gesuita spiega di vivere ancora “con allegria” l’aver “facilitato l’incontro con questo testimone incredibile”.

E racconta: “Sentir parlare di ‘Chiesa povera per i poveri’ ha rafforzato il nostro entusiasmo nel servire. Ho fatto quindi l’invito al Papa, già pochi giorni dopo la sua elezione, e a poca distanza, già in aprile mi è arrivata la telefonata: Sono Papa Francesco, verrò, non so ancora quando ma verrò, saluta a nome mio i rifugiati”.

Poi in agosto un’altra chiamata: “sono Papa Francesco, vediamo quando posso venire”, con all’altro capo un Bergoglio che studiava personalmente il possibile appuntamento scorrendo l’agenda, senza neanche l’ausilio di un Segretario.

“E’ questa semplicità, questo desiderio – osserva La Manna – che parla del suo contatto diretto con la realtà delle persone”.

Proprio come quei rifugiati dai più diversi Paesi con cui, parlando guardandosi negli occhi, sussurrandosi parole all’orecchio, con cui Bergoglio ha dato dimostrazione di vicinanza anche a livello personale, con toni e gesti di grande profondità.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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