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Intervista al Vescovo Meini

Edizione del: 10 novembre 2012

Mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole dal 18 aprile 2010, è nato a Legoli di Peccioli (Pisa), diocesi di Volterra il 17 novembre 1946.

Ha compiuto gli studi ginnasiali nel Seminario Minore di Volterra e quelli liceali e teologici nel Pontificio Seminario Regionale ”Pio XII” di Siena.

Ha conseguito la Laurea in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.

E’ stato ordinato sacerdote per la diocesi di Volterra il 27 giugno 1971.

 E’ stato vicario cooperatore nella Parrocchia di San Michele in Volterra, dal 1973 al 1976, professore di Teologia Dogmatica nel Seminario regionale di Siena, dal 1973 al 1984,  vicario economo della Parrocchia di San Cipriano, dal 1977 al 1986, parroco di San Giusto in Volterra, dal 1976 al 1996, vicario foraneo della città di Volterra, dal 1985 al 1990, direttore della Scuola di Formazione Teologica della diocesi, dal 1980 al 1996, professore di Teologia Dogmatica presso lo Studio Teologico Fiorentino, dal 1985 al 1996.

Eletto alla sede vescovile di Pitigliano-Sovana-Orbetello il 13 luglio 1996, è stato ordinato vescovo il 7 settembre.

Attualmente è membro della Commissione Episcopale della CEI per la cultura e le comunicazioni sociali, in precedenza ha fatto parte, per due mandati, di quella per la liturgia, mentre per i Vescovi toscani è responsabile per la pastorale familiare.

Personalmente lo conosco da oltre vent’anni, da quando è stato mio professore di teologia alla Facoltà Teologica per l’Italia Centrale.

Che impressione ha avuto della sua nuova diocesi, in questi 18 mesi?

“Una scorza generale penso di averla fatta. Non posso dire di conoscerla tutta, questo sarà rimandato alla visita pastorale, quando ci sarà. C’è una presenza di carismi. Le ricchezze ci sono. Fiesole, in questo momento m’impegna appieno. Perché entri in una diocesi bella, bella, ma con la sua complessità. Sei nuovo, per i primi mesi ho avuto in più anche l’amministrazione apostolica di Pitigliano”.

Ha imparato, dopo 13 anni, a fare il Vescovo?

Vescovo Meini Fiesole“Non so se ho imparato. Almeno quale preliminare forse si, l’ho imparato condividendolo con gli altri,  confrontandomi con loro e anche con diversi laici. Consigliandoci e parlandoci assieme. Non ho mai sentito un attimo di solitudine, perché tutte le decisioni prese, sapevo di averle, più o meno, condivise, mica sempre a maggioranza bulgara, però sempre dopo aver sentito un po’ tutti. Questo come vescovo mi ha insegnato tanto. E questo non è una perdita del ruolo, anzi. Molti  sacerdoti con questo hanno imparato a condividere. In fondo è sempre la stessa domanda: ‘Ma tu al mio posto che faresti? Tu al posto del Vescovo che faresti, che diresti?’.  Può sembrare una domanda banale, in realtà non lo è, perche mette gli altri in condizione di prendersi le proprie responsabilità, di dare suggerimenti, di sentirsi coinvolti. Inoltre, per me, non è uno scaricare le responsabilità, perché poi la decisione finale è sempre mia, del Vescovo”.

Cosa le è rimasto dei 13 anni di guida della diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello?

“A parte la celebrazione del Sinodo, di tante celebrazioni sul territorio, a quella di saluto, però il vero ricordo non è uno, è un tessuto. Iniziative, collaborazioni, affetti, rapporti di fiducia, speranze, progetti fatti insieme. Non è una cosa più di un’altra, direi più il tessuto che abbiamo costruito insieme, con l’aiuto di Dio.  Così l’ho sentita,  e mi pare anche sia la cosa più importante”.

Sono più difficili i traslochi da parroco, visto che ne ha fatti tre, o da vescovo?

“I traslochi sono sempre brutti. Sono ogni aspetto. Da una parte c’è la speranza del nuovo e c’è un senso  d’obbedienza e di servizio alla Chiesa, soprattutto questo,  però c’è sempre uno strappo. Quando dispiace cambiare è  buon segno, ed è garanzia per un cambiamento sereno. Quando uno cambia troppo volentieri è brutto segno. Un certo dispiacere, mi ha fatto piacere, è un bisticcio di parole, ma credo sia interessante. Sia dentro di me, prima di tutto, sia in tante persone2.  

Mentre faceva il parroco contemporaneamente ha sempre insegnato Teologia, le manca l’insegnamento?

Mi è mancato, come mi è mancato il rapporto diretto in parrocchia. Anche se non c’è più il magistero d’insegnamento diretto, scolastico, accademico, c’è un magistero di inserimento catechetico da parte del vescovo, che si è recuperato ad altri livelli, man mano che è diminuito il precedente.  Non sto a rimpiangere quel che è passato, mi trovo qua e ci metto quello che ho, e tutto l’impegno possibile. L’esperienza passata mi si filtra nella reale situazione2.

In seno alla Conferenza Episcopale Italiana ha fatto parte  della commissione liturgia per due mandati; a cosa avete lavorato ?

“Abbiamo lavorato tanto per la traduzione della terza edizione del Messale latino in italiano, È un lavoro gravoso che mira a rendere i testi, oltre che fedeli alle fonti originarie, anche accessibili a coloro cui sono destinati. Quando uscirà vediamo un po’ come sarà”.

 Ha per caso ha notato una riscoperta della devozione mariana, anche legata ai fatti di Ostina (dove una donna del posto asserisce di avere da diversi anni l’apparizione della Madonna ndr) luogo che si trova nella sua diocesi?

 “Se c’è un riscoperta, o se sia una continuità, questo non lo posso dire, perché ancora non conosco come era prima. Ho notato che c’è una devozione mariana. In questi primi mesi ho partecipato a diversi appuntamenti mariani in diocesi. Ho visto varie volte partecipazione di gente. Questa devozione c’è, e fa piacere.  Una apparizione se c’è, ed è riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa, tipo Lourdes e Fatima, allora diventa anche un luogo di culto e di richiamo per tutti. Ma quello che mi interessa non è l’apparizione, ma il fatto che la gente và, che prega, che si confessa. Il Santuario crea l’occasione. Ci sono anche dei luoghi sacri, dei santuari, dove non è apparso nessuno, ma ormai è venuto fuori un santuario, e diventa un occasione di sacramenti e d’incontro con Dio, ben venga. Quando invece diventa una apparizione non riconosciuta dalla Chiesa, quella si c’è, e ammesso che sia vero, è un beneficio dato al singolo credente, e la persona intelligente se la tiene per se, e la investe al Signore. Quando è un dono, una grazia, data gratuitamente per lui, se la tiene, e ne ringrazia Dio, e ne beneficia. E la sua gioia poi innonda gli altri. Il giorno in cui ci sarà un riconoscimento da parte della Chiesa, se ci sarà,  quando ci sarà, allora si potrà pensare ad un luogo di culto. Questo giusto per disciplina. Qualcuno una volta, in passato, mi disse. ‘Ma per Lourdes il vescovo e il Papa l’hanno riconosciuta in ritardo, e se non l’avessero riconosciuta…’. Se non si fosse riconosciuto Lourdes, per assurdo, la Chiesa sarebbe andata avanti lo stesso. Mettiamo il contrario, non dico di Lourdes, ma di qualunque altro posto. Se fosse un bleff e la Chiesa lo riconosce, e poi è costretta a smentirlo che figura si fa. L’Autorità  della Chiesa deve sempre arrivare per ultima in queste cose. Io non conosco il caso. Non ho ancora avuto modo di esaminare, di approfondire il caso, non lo conosco. Non sono in grado, onestamente, di pronunciarmi. Tornando indietro al principio quello importante è il vangelo e i sacramenti. Il credo della domenica è quello, sul resto un po’ più o un po’ meno”.

Spesso si parla dell’accorpamento della diocesi di Fiesole con quella di Firenze, Lei cosa ne pensa?

“Con l’Arcivescovo Betori, come con gli altri confratelli Vescovi, c’è un rapporto bellissimo, di grande schiettezza, collaborazione, stima, affetto. Viviamo nell’epoca della globalizzazione. Non si possono creare steccati. I confini sono necessari. Però il confine non deve essere una chiusura verso chi è oltre, ma l’orizzonte della missione, della responsabilità. Io parroco devo avere cura di tutte le persone che sono dentro il confine della mia parrocchia, di tutte, personalmente. Se poi una frequenta un’altra parrocchia è libera, ma io me ne devo interessare. Me ne devo prendere cura. Per una diocesi, lo stesso. Ma l’avere confini, che determinano delle responsabilità, non vuol dire delle chiusure che impediscono dialogo, suggerimenti, costruzioni, condivisioni d’esperienze, osmosi benefica. In Toscana ci sono problemi specifici di qualche zona della diocesi di Fiesole, ma ci sono anche tante cose che sono comuni a tanti vescovi della toscana, e spesso ci si trova a parlare insieme, ci si rende conto che non sono problematiche peculiari della nostra regione, ma che sono di tutta Italia, e anche oltre. Quindi attenzione a non chiudere, a non chiuderti, e al tempo stesso fai attenzione a non dimenticare quello che è affidato alla tua responsabilità territoriale. Nella diocesi in cui ero prima, Pitigliano, un territorio enorme, grande quanto quello dell’arcidiocesi di Firenze, quasi il doppio di quella di Fiesole, senza una città, quindi senza un punto di aggregazione. E’ bene, è male, è un dato di fatto. Prendiamone atto. E a quel punto il vescovo và in giro, non aspetta in vescovado. Sotto certi aspetti qui mi sono ritrovato nella stessa situazione. Che si deve fare. E’ cosi. D’altra parte uno dice allora una diocesi unica con Firenze . Firenze è già grande di suo. Che cosa intendiamo per diocesi? Se intendiamo un fatto burocratico, amministrativo è un conto, se invece è una relazione, e un mettere insieme delle relazioni, penso alle comunità tra parrocchie, tra vicariati, con il vescovo, il sentirsi una chiesa a rapporto d’uomo, allora non si può aggregare troppo, perché poi le diocesi grosse hanno più problemi di quelle piccole. Anche in questo caso il piccolo è bello. Quindi io credo che va preso con realismo il dato di fatto come è,  è una eredità della storia, cosi è, cosi lo viviamo, cerchiamo di servire questa realtà nel modo migliore. Sapendo che non è uniforme. Si porterà il vangelo  in maniere diverse, si faranno alcune, poche riunioni tutti insieme, se ne faranno di più frastagliate nei singoli luoghi. E’ vero ci vuole più tempo, ma facendole in loco porta maggiore  partecipazione. Chiaramente qualcosa di unitario in capo all’anno va salvato, e ci sono, dal calendario liturgico a quello pastorale. Ci sono, e mi sembrano ben partecipate.  La fiesonalità non è sentita tanto come un legame alla città di Fiesole, anche, senza dubbio, ma quanto a sentirsi chiesa, ovunque ci si trovi a celebrare2.

Quanto servono le riunioni-pellegrinaggi che come Vescovi Toscani fate una volta all’anno all’estero?

vescovo meini con vescovo giovannetti“Servono, oltre a trovarsi in riunione, ognuno col proprio ruolo, per trovarci in maniera distesa, anche in riunione, ma in maniera distesa. A pregare, a condividere, a scherzare, a vivere insieme come persone. Molto più ci si conosce come persone, tanto più diventa anche facile ed agevole entrare nei ruoli e condividere le responsabilità”.

Lei è originario della diocesi di Volterra. Il Vescovo Bertelli, quando dovette lasciare la diocesi non passò il pastorale al suo successore, come è prassi. Lei, per Fiesole, l’ha ricevuto dal vescovo Giovannetti, mentre a Pitigliano lo passerà al suo successore; con che sentimenti ha vissuto questi passaggi? 

“Il mio successore a Pitigliano, Mons. Guglielmo Borghetti  mi ha invitato a presiedere la sua consacrazione episcopale, ad essere il primo vescovo ordinante, consacrate. Qual è il motivo? ‘vorrei evidenziare – mi ha detto – la continuità; cioè cambiano i ministri, rimangano i ministeri, perché la Chiesa è questo’. Quando Mons. Giovannetti mi ha dato il pastorale, e lo ringrazio proprio per quel gesto affettuoso, per quelle belle parole, per avermi aiutato ad inserirmi, per tante situazioni, per tanti motivi, quello che ho sentito è questo: cambiano i ministri, rimangano i ministeri. Qui a Fiesole ho trovato un antico pastorale del 1400. Quanti vescovi lo hanno portato in mano, no?  E’ lo stesso ministero, in epoche diverse, con persone diverse, però è la Chiesa che continua. L’unica Chiesa”.

Franco Mariani


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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