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Intervista al Cardinale Piovanelli

Edizione del: 18 marzo 2013

Il Cardinale Silvano Piovanelli,  nostro commentatore delle letture domenicali  della messa, 89 anni, da 13 anni Arcivescovo Emerito di Firenze, ha festeggiato 65 anni di Sacerdozio, 30 da Vescovo, 27 da Cardinale.

Il 18 febbraio del 1983, esattamente 30 anni fa, veniva nominato dal Beato Giovanni Paolo II Arcivescovo di Firenze.

Dallo scorso 28 febbraio, ad oggi, è a Roma per prendere parte in Vaticano alle Congregazioni Generali del Sacro Collegio e all’inizio di Pontificato di Papa Francesco. 

E’ nato il 21 febbraio 1924 nel Mugello.

Ha compiuto gli studi nel Seminario fiorentino dal 1935 al 1947, anno in cui ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale, il 13 luglio per l’imposizione delle mani del Servo di Dio Elia Dalla Costa, Cardinale Arcivescovo di Firenze.

Il suo primo incarico pastorale è stato quello di vicario cooperatore di un altro Servo di Dio, mons. Giulio Facibeni, il pievano di Rifredi, fondatore dell’opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa. La permanenza a Rifredi lo ha messo, giovanissimo sacerdote nei primi anni del dopoguerra, dinanzi ai gravi problemi di una vasta e complessa comunità parrocchiale, nella periferia industriale di Firenze, che si stava sviluppando e strutturando intorno a due grandi fabbriche.

Nell’ottobre 1948, fu chiamato ad assumere un incarico che avrebbe segnato profondamente la sua vita di educatore e di pastore: a fianco di mons. Enrico Bartoletti, per dodici anni, fu vice rettore del Seminario minore.

Dopo il trasferimento a Lucca di mons. Bartoletti, nel 1960 fu nominato preposto di Castelfiorentino, un grande centro dell’estrema periferia dell’arcidiocesi, con una lunga tradizione di vigoroso impegno politico fortemente ideologizzato, dove, nell’immediato dopoguerra, tensioni violente e un risorgente anticlericalismo avevano provocato lacerazioni profonde nel tessuto sociale e religioso.

Proseguendo l’opera di recupero e di pacificazione iniziata dal suo predecessore, mons. Giovanni Bianchi, che fu poi Vescovo Ausiliare di Firenze, e poi Vescovo a Pescia,  gettò le basi per una rispettosa e feconda collaborazione. Soprattutto, però, sensibilizzò la comunità ecclesiale all’assunzione delle sue responsabilità. Nasceva così nell’arcidiocesi il primo esperimento di conduzione pastorale comunitaria: il primo consiglio pastorale parrocchiale che si occupasse non solo di problemi pastorali specifici, ma anche di quelli amministrativi.

Nel 1979, il cardinale Giovanni Benelli, Arcivescovo di Firenze, lo chiamò nella Curia Arcidiocesana, affidandogli l’incarico di Pro Vicario e poi di Vicario Generale, anche qui succedendo, nell’incarico, allo stesso Mons. Giovanni Bianchi.

Il 28 maggio 1982 fu nominato da Papa Giovanni Paolo II  Vescovo Ausiliare.

La morte improvvisa del Cardinale Benelli, avvenuta nell’autunno 1982, lo ha portato ad assumere come Amministratore Apostolico il governo pastorale venendo poi nominato il 18 marzo 1983 Arcivescovo di Firenze.

Il 25 maggio 1985 ricevette la porpora Cardinalizia del titolo di Santa Maria delle Grazie a Via Trionfale.

Dal 1985 al 2001 è stato Presidente della Conferenza Episcopale Toscana mentre dal 1990 al 1995 Vice Presidente Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana.

 Eminenza, quando è nata in lei la vocazione?

 “Sono entrato in Seminario da ragazzino. la scelta è stata abbastanza semplice, il primo lampo della vocazione, il primo orizzonte, che io ho scoperto ancora bambino è attraverso il mio parroco, don Giuseppe Bertaccini. Ho ancora in mente il punto preciso in cui questo lampo è apparso nella mia mente. Eravamo fuori del paese, per la strada, con il parroco e i compagni del catechismo, e stavamo cantando, eravamo molto allegri, questo lo ricordo, e una donna, che ci ha visti passare, ha esclamato: ‘Ma guardalo, sembra don Bosco!’, indicando il mio parroco, don Bosco era stato santificato da poco. E io l’ho guardato in faccia. Mi è sembrato contento, e ho pensato: ‘voglio essere come lui’.

Per oltre 10 anni è stato Vice Rettore del Seminario Minore, con Rettore Mons. Enrico Bartoletti. All’epoca il Minore, che era in via Santa Marta era importante, con 150-214 ragazzi. Che esperienza è stata per Lei ? 

“Devo riconoscere che quei 10 anni che sono stato con Bartoletti, con l’impostazione che lui dava all’educazione dei giovani e alla impostazione che alla formazione della vita sacerdotale, hanno influito tantissimo. Hanno sostituito, in un certo senso, gli studi non profondi di Teologia che non abbiamo potuto fare a causa della guerra. Abbiamo dovuto arrangiarsi, come si dice oggi, non essendo potuti andare via da Firenze. Evidentemente quello è un tempo diverso da quello di ora. C’era una certa continuità tra educatore della famiglia ed educatore del seminario, in fondo eravamo ragazzi e si viveva in famiglie tranquille, dal punto di vista religioso certi principi non venivano messi in discussione”.

Segue la nomina a Proposto di Castelfiorentino. Un esperienza questa, che l’ha molto maturato, e che l’ha temprato poi per fare il vescovo. Da questa esperienza, a contatto con una popolazione culturalmente di sinistra, è poi venuta fuori la sua fama di essere “un vescovo di sinistra”?

CARDINALE PIOVANELLI MESSA 45 ALLUVIONE - foto giornalista Franco Mariani 4 nov 2011 (13)“ Io non so che cosa sarei stato, perché è difficile immaginarle queste cose. La grande scuola, la cattedra più forte che io ho avuto è stata quella del popolo, stare in mezzo alla gente, a contatto con le persone, dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, sempre disponibile, incontrando tutti, affrontando tutte le situazioni, con la gente, anche le situazioni più scabrose, e vivendole insieme con loro.  Questo per me è stata, io credo, la formazione, da un punto di vista umano, la più profonda. Mi ha dato serenità nel contatto con la gente. Ne avevo viste tante, e poi di tutte le specie. Stando a contatto con la gente, e con ogni tipo di gente, credenti e non credenti, quelli che sono dalla tua parte, e ti sostengono, e quelli che sono polemici, contro di te, ma trattando tutti nello stesso modo, riconoscendo il valore che ogni uomo ha in se. Proprio perché uomo, lo devi incontrare. E io mi ripetevo, con profonda convinzione, che noi dobbiamo ascoltare la parola di Dio, ma la prima parola che Dio ha detto non è quella uscita dalle sue labbra ed è stata scritta sui libri, ma è l’uomo. Per cui se uno incontra l’uomo, se lo incontra davvero, poi incontra Dio, e incontra anche gli altri uomini. Ci sono stati anche momenti di stanchezza, di sconforto. Però non ho mai messo in dubbio la mia vocazione, e di questo devo ringraziare la Misericordia di Dio, ma non ho neanche messo in dubbio l’impegno, nonostante le difficoltà che ci sono state, e che si possono anche immaginare. Nonostante questo io ho continuato il mio cammino, Facendo anche un esperienza bella con i miei fratelli sacerdoti. Eravamo o due, o tre, a volte anche quattro. Mia madre ha fatto da madre a tutti. Trattava me come trattava tutti. Non solo mettendoci a tavola ma addirittura lavando i panni. E questo è un altro dono che il Signore mi ha dato, questa donna, che per fede ha vissuto tutta la sua vita donandola interamente.  Il segreto di ogni pastorale è quella di stare a contatto con le persone”.

 Poi la nomina a Pro Vicario Generale ?

“Mi ha chiamato il Cardinale Benelli, un sabato mattina del 1979, sono andato in arcivescovado, mi ha fatto mettere a sedere sul divano, e mi ha detto: ‘Guarda ti voglio proporre di diventare mio collaboratore, vieni a fare il Pro-Vicario Generale’. Allora io ho domandato: ìE’ una proposta, oppure una obbedienza, se una proposta ci posso ripensare’. ‘No, è la mia volontà’ mi ha risposto, e io: ‘Allora non posso dire che si’.

 Cosa ha significato il breve, ma intenso periodo pastorale del Cardinale Benelli?

“E’ stata una improvvisa ventata, una novità. E’ uno che ha cambiato pagina, si direbbe. Sia nei rapporti con i preti ma soprattutto nell’impegno pastorale, con l’incontro con la gente, con i sacerdoti, ha messo  in movimento, la chiesa fiorentina, e grazie a Dio c’è riuscito. Poi, improvvisa, la sua morte. Nemmeno io, che ero il suo principale collaboratore sapevo niente. Solo le Suore che si era portato dal Vaticano, e che lo accudivano in tutto e per tutto, erano a conoscenza dei suoi problemi di salute”.

 E quando poi Giovanni Paolo II ha deciso che fosse lei il nuovo Arcivescovo di Firenze ?

IL CARDINALE PIOVANELLI BENEDICE FIUME ARNO E LA CITTA' DI FIRENZE 45 ALLUVONE“Ho provato un senso di smarrimento, di paura, una specie di sconcerto, appartengo a questa chiesa, sono con i preti che sono miei compagni, i miei amici, e ora, tutto un tratto divento Arcivescovo. Come è possibile che possa fare il mio servizio, che è un servizio di essere al di sotto ma anche al di sopra. Ma quella era la strada che il Signore aveva scelto per me, e io ho detto: ‘vado avanti, il Signore si può servire di tutti, si può servire anche di me’ ”.

 Sembra quasi certo che Firenze non sarà più considerata sede cardinalizia, contribuendo alla crescita della Chiesa universale. Qual è il suo giudizio?

“Di per se stesso, anche se evidentemente i contatti che uno ha essendo Cardinale arricchiscono, anche da un punto vista di conoscenza, di spiritualità, di pastoralità, di visione del mondo, tuttavia io ritengo che il punto principale, da un punto di vista pastorale, di presenza e di promozione proprio della vita religiosa e civile della città, sia il fatto di essere ‘Arcivescovo di Firenze’.  Il resto può essere un lustro per la città, si, però da un punto di vista effettivo, pratico, non è che porti grandi cose”.

 Mons. Pietro Marini, storico Maestro delle Cerimonie di Papa Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, quando venne a Firenze per la consacrazione episcopale di Mons. Claudio Maniago, mi confidò che Lei si era rifiutato di mandare Maniago in Vaticano, è vero ?

Si, è vero. Però io da questo di punto di vista sono tranquillo, anche perché io non ho imposto nulla a nessuno, mi sono limitato a dare il mio parere, ritenendo che fosse più ricca l’esperienza pastorale che poteva continuare a fare qui in diocesi piuttosto che quella che si fa in un ufficio, anche se questo è l’ufficio delle cerimonie liturgiche del Papa in Vaticano. Io non me ne pento.  Non ci siamo mai ritornati con Mons. Maniago, e io mi sono sempre servito di lui con piena fiducia e con corresponsione piena”.

 Andando in queste settimane a parlare con diversi parroci fiorentini ho notato che molti ricordano con grande affetto il Cardinale Ermenegildo Florit, Lei che ricordo ha del suo predecessore?

“Florit era buono. Era di una grande bontà. Si è trovato in un momento difficile, non soltanto per la chiesa fiorentina, ma per la chiesa in generale, un periodo estremamente polemico, contestatario,e ognuno lì si muove secondo le possibilità che ha, ma diciamolo pure, chiunque fosse sulla cattedra fiorentina in quel momento ci avrebbe rimesso le penne.  Lui ha vissuto tutta la sua vicenda sicuramente secondo la fede, e  ha dato a tutti noi un grandissimo esempio.  E’ stato sulla croce”.

 Lei ha anche cercato, non capito da molti fedeli e sacerdoti per questa sua scelta, di riallacciare i fili con la comunità dell’Isolotto e con l’ex sacerdote Mazzi. Perchè?

“Il Vangelo c’insegna che la porta della casa deve essere sempre aperta. Anzi non soltanto, ci dice il Vangelo, dobbiamo accogliere chi ritorna, vedi il figliol prodigo, ma addirittura dobbiamo andare alla ricerca di chi si è perduto, vedi la pecora perduta. Esteriormente non ha dato frutti, ma il resto lo giudica soltanto Dio”.

Lei è stato il primo Arcivescovo ad impegnare pastoralmente in diocesi i sacerdoti extracomunitari venuti a studiare a Firenze o in Italia. Non tutti però sono d’accordo con questa scelta, sia per via della lingua, sia perché sono presenti solo la domenica.

“Più tu gli occupi nella pastorale, più tu fai a loro un regalo. Perché chi viene a studiare alla Facoltà, se fa anche un esperienza pastorale, ha due scuole: la scuola della cattedra, alla Facoltà, e la scuola della pratica pastorale in parrocchia, che è altrettanto importante”.

Lei ha avuto quattro segretari e un autista, che sono stati un po’ la sua famiglia in arcivescovado. che ricordi ha di loro?

FRANCO MARIANI CON IL CARDINALE PIOVANELLI“Sono contento di aver fatto di aver avuto vari segretari, quattro, Don Aimo Petracchi, Mons. Giancarlo Corti, Don Leonardo Altobelli, Mons. Luigi Innocenti, mentre molti miei confratelli Vescovi hanno un segretario per tutta la vita.  Questo mi ha permesso di non “condannare” uno a fare per sempre il segretario, per dare poi una ricompensa, mentre così tutti hanno potuto continuare a fare la “loro” strada.  Gli ho scelti sempre giovani, eccetto don Aimo, vedevo in loro la buona volontà. Mi è stato utile. Ma penso anche per loro.  Virgilio Gori, autista e factotum, è un uomo veramente buono, nel senso più profondo del termine, una volta si diceva “buono come il pane di campagna”, fatto nella casa del contadino, tirato fuori dal forno ancora fragrante,  sincero, vero, rispettoso, mai maldicente di nessuno, sempre pronto, sempre presente. Un uomo di Fede.

Ci lasciamo abbracciandoci e baciandoci, cosa mai successa fino ad oggi, e lo conosco da moltissimi anni, e ricordandogli una scritta che si trova scolpita in una lapide nella chiesa romana di cui è titolare, e che mi dice non aver mai notato: “Facemo bene, adesso ch’avemo tempo”.

  Auguri Eminenza.

Franco Mariani


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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