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Intervista al Cardinale Betori

Edizione del: 23 dicembre 2013

Il Cardinale Giuseppe Betori, nato a Foligno (Perugia) il 25 febbraio 1947, ordinato sacerdote della diocesi di Foligno il 26 settembre 1970, dal 26 ottobre 2008 è Arcivescovo di Firenze.

Ha studiato alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico, dove ha conseguito il dottorato in Sacra Scrittura.

Autore di numerosi saggi sull’opera lucana  e su temi di ermeneutica biblica e di catechetica, è stato docente di introduzione alla Sacra Scrittura e di esegesi del Nuovo Testamento presso l’Istituto Teologico di Assisi.

Già direttore dell’Ufficio catechistico nazionale e poi Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana, ha curato la pubblicazione di vari volumi del catechismo della Chiesa italiana, l’organizzazione del Convegno ecclesiale di Palermo (1995) e di quello di Verona (2006), l’avvio e lo sviluppo del “progetto culturale”, la preparazione della XV Giornata mondiale della gioventù (2000).

Il 5 aprile 2001 è stato nominato dal Papa Giovanni Paolo II Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana e Vescovo titolare di Falerone, ricevendo l’ordinazione episcopale a Foligno dalle mani del Card. Camillo Ruini il 6 maggio 2001.

Il 6 aprile 2006 Papa Benedetto XVI lo ha confermato Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana per un ulteriore quinquennio.

Nominato Arcivescovo di Firenze l’8 settembre 2008,  ha fatto il suo ingresso nell’arcidiocesi fiorentina il 26 ottobre.

 Dal 10 febbraio 2009 è Presidente della Conferenza Episcopale Toscana.

 È Moderatore del Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco e Gran Cancelliere della Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

 Nel Concistoro del 18 febbraio 2012 Papa Benedetto XVI lo ha creato Cardinale di Santa Romana Chiesa del titolo di San Marcello in via del Corso.

CARDINALE BETORI CON GONFALONE COMUNE BASILICA SAN PIETRO  (4)Eminenza sta per chiudersi un anno, il 2013, che forse, da quando è iniziata la crisi è stato l’anno più difficile per gli italiani. L’Arcidiocesi fiorentina è stata sempre in prima fila ad aiutare tutti coloro, stranieri ma anche, e sempre di più, tanti fiorentini, che hanno bussato alle porte della Caritas, come delle parrocchie. Ci può raccontare, visto che lei è il Presidente della Caritas, come avete affrontato questa nuova emergenza caritatevole e qual è il suo giudizio su come Firenze ha risposto a questa richiesta di aiuto da parte non solo di singoli, ma anche di tante famiglie, alla luce anche delle richieste e degli insegnamenti di Papa Francesco?

“La tradizione di questa città, da un punto di vista culturale, è da secoli una tradizione di grande attenzione alla fragilità, e quindi di innovazioni continue sul piano della carità e della solidarietà, Questo direi è il tratto più significativo di Firenze e dei Fiorentini, cioè la capacità che ha la cultura fiorentina, di secolo in secolo, di saper  sempre creare risposte nuove sul fronte dell’attenzione agli ultimi. Non si è rimasti alle Misericordie, che pur vivono da oltre 700 anni, e che sono una parte importante del tessuto sociale della nostra città e del nostro territorio, ma in ogni secolo, fino ai giorni nostri, sono nate associazioni e movimenti per rispondere alle esigenze di quel determinato periodo. Da questo punto di vista, quindi, per noi, non è una novità, perché il tema dell’accoglienza, della solidarietà, fa parte del tessuto culturale della città, appartiene al profondo dei fiorentini, di noi stessi. C’è qualcosa però che Papa Francesco ci dice, e che dobbiamo saper cogliere: l’accentuazione della dimensione personale di tutto questo.  L’espressione della solidarietà comporta anche un atteggiamento di relazionalità tra le persone, che non può essere fatto soltanto di Istituzioni e iniziative, ma deve crescere di più proprio nel rapporto personale. Questo io l’ho visto molto bene. La differenza che noto tra la mia ‘funzione’ da Arcivescovo, e la mia funzione quando vado in Visita Pastorale. La dove il contatto personale, soprattutto nella visita alle famiglie, fa emergere una dimensione, in quel caso, del mio essere Pastore, che si rivela solo nel momento del rapporto con la persona concreta, che ho davanti a me in quella situazione concreta. Credo che questo è un dono che il Papa ci sta facendo, che dobbiamo saper immettere dentro alla nostra tradizione. Negli anni recenti, ovviamente l’insieme dell’approccio della Chiesa alle problematiche delle povertà e delle marginalità è stato coordinato attraverso uno strumento nuovo, che è la Caritas diocesana, e questo strumento, anche qui in pochi anni, ha saputo creare tante risposte vicine alla gente. Oggi leggevo su un quotidiano  una risposta a una lettera in cui si diceva come si affronta l’emergenza freddo a Firenze, e tutto veniva, giustamente, intestato al Comune, dimenticando però che tutte quelle strutture ‘comunali’ sono gestite dalla Caritas, cioè la Caritas è di fatto lo strumento attraverso il quale la comunità, sia quella amministrativa-istituzionale come i Comuni, sia la comunità del convergere della solidarietà dei singoli, si serve nella maggior parte dei casi; non tutto, ma nella maggior parte dei casi, per venire incontro. Anche i nostri interventi sul piano del ridar lavoro, ridare prospettive di lavoro alla gente, sono entrati su questa strada. Certo, le richieste sono sempre di più. Io ho una cassa, dove tutto quello che arriva nelle mie tasche, in ordine al mio Ministero di Vescovo, entra dentro a un conto corrente che si chiama Cassa dei Poveri e va via per i poveri, tutto quanto. Quest’anno noto che le oscillazioni sono molte più ampie che nel passato: di solito a questo mese il livello era un po’ più alto rispetto a quello che è adesso negli anni precedenti. La maggior parte delle lettere che ricevo mi chiedono ‘ho questo numero di bollette da pagare, non ce la faccio sennò mi sfrattano’, ma non ci sono soltanto richieste di denaro: un altra tipica richiesta fortissima, è quella di un tetto. E qui c’è un problema che, secondo me, dobbiamo porci, perché noi in fondo, un tetto più o meno, riusciamo a assicurarlo a tutti, ma al prezzo di distruggere la famiglia, nel senso che abbiamo un tetto per gli uomini, tipo l’albergo popolare, San Paolino e altre strutture, e poi abbiamo altre strutture per le mamme, eventualmente con figli, in un altro istituto, separando così le famiglie, sotto due tetti diversi e lontani tra di loro. L’ultima delle lettere era di questo tipo: una famiglia, credo islamica, che mi chiedeva appunto di poter essere ricongiunta perché non volevano che i figli vivessero in una casa lontano dal padre. Credo che qualcosa di più, per tenere insieme la famiglia, anche nelle situazioni dell’estremo disagio, cioè della perdita della casa,  dovremmo farlo. Certo qui i problemi strutturali sono enormi. Abbiamo strutture che ancora permettono di accogliere, ma accogliere la famiglia è qualcosa di più, e su questo ritengo che tutti si debba lavorare di più per trovare valide soluzioni”.

Cardinale Betori con Papa FrancescoLei Eminenza è stato per due mandati nominato dal Papa Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. In questo periodo si parla molto della Riforma della Cei che Papa Francesco vorrebbe attuare con l’elezione diretta del Presidente, mentre oggi viene nominato dal Papa. Pensa che quando a Firenze si terranno gli Stati Generali della Chiesa, nel 2015 questa Riforma sarà attuata?

“Su questa non saprei dire, perché i passaggi sono legati a degli adempimenti di carattere statutario molto precisi. Sembra che un Papa può far tutto, ma, per esempio, non può cambiare lo Statuto della Cei, se prima la Cei stessa non presenta al Papa il suo progetto di cambiamento, attraverso il passaggio che va necessariamente dentro un’Assemblea Generale della Cei. Fino a Maggio 2014 non se ne parla, quindi da qui a maggio vedremo quali saranno le proposte, soprattutto se a fine gennaio il Consiglio Permanente (il Parlamentino della Cei di cui fa parte anche Betori ndr)   presenterà  delle proposte. Entro il 7 di gennaio tutte le Conferenze Episcopali Regionali dovranno rispondere a 4 domande che il Consiglio Permanente ha proposto per esplicitare il desiderio del Papa, che fondamentalmente è duplice: da una parte quello della valorizzazione delle Conferenze Episcopali Regionali stesse, dall’altro di accrescere le modalità di partecipazione all’interno della struttura della Conferenza, comprese le modalità di elezione dei vari ruoli della Conferenza. Non bisogna staccare il tema elezione della direzione di un Presidente, del Segretario, da questa visione più partecipativa. Questo è lo scopo: avere una Conferenza più partecipante, più partecipata, e una valorizzazione delle Conferenze Episcopali Regionali. Vediamo dunque se a fine gennaio si presenterà qualche ipotesi, perché poi i tempi sono molto ristretti: a fine marzo dovremmo avere delle proposte da fare all’Assemblea, perché in Assemblea non si può arrivare senza l’approvazione del Consiglio Permanente. Sembra una cosa verticistica, ma in realtà è molto più legata a momenti di consultazione, di partecipazione. Solo il Consiglio Permanente può dare il permesso di presentare all’Assemblea delle proposte. Quindi a fine marzo si dovrebbe avere un orientamento per sapere se a maggio possiamo votare in Assemblea Generale una Riforma della struttura della Cei, che poi però, per andare a regime, dovrà avere prima l’approvazione del Papa attraverso l’approvazione della Congregazione per i Vescovi e poi dei tempi tecnici di attuazione, perché se dovessero arrivare forme nuove di elezioni c’è bisogno di un’altra Assemblea. La Cei da tempo prevede, ogni due anni, un Assemblea straordinaria a Novembre, e il 2014 è l’anno in cui tale Assemblea è prevista. Siamo in cammino”.

Ma Lei, alla luce della sua esperienza personale è favorevole all’elezione diretta da parte dei Vescovi del loro Presidente, togliendo al Papa questa prerogativa di nomina?

VESCOVI TOSCANI CON IL PAPA“La mia esperienza dice che siccome il Vescovo di Roma è un Vescovo italiano, è bene che anche il Vescovo di Roma stia dentro ai processi partecipativi. Il problema è sapere come. Però è bene che non ci sia un processo unicamente dei Vescovi italiani senza il Vescovo di Roma. Per esempio, il modo con cui si nomina il Segretario Generale, è un tentativo di far questo, non dico che sia il migliore, ma è un tentativo, perché si parte da una terna di nomi su cui non tutti i Vescovi del Consiglio Permanente votano, questi voti li conosce solo il Papa, il quale quindi fa una scelta che è sua, ma tenendo conto di quello che è l’orientamento del gruppo dei Vescovi che hanno votato nel Consiglio Permanente. Ecco, questo mix, tra responsabilità del Papa e responsabilità dei Vescovi, non dico che sia il meglio, però è un modo in cui si è cercato di tenere insieme che i Vescovi dicano la loro e il Papa dica la sua. Ovviamente la parola del Papa non può essere un voto di 226 Ordinari, mettiamoci anche i Vescovi Ausiliari, facciamoli votare anche loro. In Italia è così, in Germania non è così. In Germania votano solo i Vescovi Ordinari, non gli Ausiliari, perché altrimenti gli Ausiliari avrebbero la maggioranza, in quanto il numero delle diocesi è talmente ristretto che il numero degli Ausiliari credo che sia, se non sbaglio, il doppio dei Vescovi diocesani. Questa non è il caso dell’Italia, dove gli Ausiliari sono appena il 10%. Quindi, per me, ci deve essere un momento in cui il Papa interviene, perché sennò vien fuori una cosa abnorme dal punto di vista ecclesiologico: che i Papi, compreso e soprattutto Papa Francesco, che sottolineano che sono  Papi in quanto Vescovi di Roma, poi  tirano fuori la diocesi di Roma dalla comunione delle Chiese d’Italia. Ecclesiologicamente, la diocesi di Roma, è una diocesi italiana, che deve esprimersi. Certo, quando si esprime il Pastore della Chiesa di Roma, non è il Pastore della Chiesa di Firenze, quindi deve esserci un modo di intervento che sia rispettoso della pluralità delle voci, dall’altra però che sia rispettoso anche della peculiarità. Io non ho una ricetta. Qui ci vogliono i giuristi che sanno loro come combinare queste cose. Guai però a dividere i Vescovi italiani dal Papa. Bisogna stare insieme”.

Eminenza, lei ha parlato di smarrimento, di sofferenza, di crisi di fiducia fra la gente. Come si può uscire e quanto il Natale può servire a questo?

NAPOLITANO RICEVE IL NUOVO ARCIVESCOVO DI FIRENZE GIUSEPPE BETORI Quirinale 15 sett 2008“Direi anzitutto, che il problema non è un problema di sentimenti e di emozioni, purtroppo a volte il Natale viene vissuto a livello soltanto emotivo e sentimentale, invece il Natale è un fatto, Dio che si fa uomo, e quindi la fiducia che Dio ripone nell’umanità. Credo che allora chi crede nel Dio fatto uomo, debba testimoniare questa fiducia negli altri. Questa fiducia che Dio ha avuto verso l’umanità, come fiducia di ciascuno di noi verso gli altri e credo che questo sia l’apporto che anche chi non crede, può chiedere ai credenti del Natale. Il Natale sia davvero una manifestazione di fiducia verso l’umanità da parte di ciascuno di noi”.

Come Firenze può allora accelerare su questo piano e qual è il contributo della Chiesa?

“Direi anzitutto, nella nostra tradizione, c’è la dimensione solidaristica che ci caratterizza, come ho detto prima, che va rafforzata e magari anche sull’esempio del Santo Padre, rafforzata in quelle che sono le relazioni umane e i rapporti tra le persone. C’è poi tutta la dimensione umanistica nella nostra cultura che deve essere riscoperta e valorizzata anche al fine di ridare un volto più degno alla nostra città”.

Qual è allora l’augurio che l’Arcivescovo di Firenze e Presidente dei Vescovi Toscani si sente di fare per questo Natale 2013?

Papa Francesco con Vescovi Metropolitia Fiorentina e altri vescovi toscani“Direi che noi dobbiamo pensarci come amati da Dio. Nel grande messaggio che Papa Francesco rilancia in tutti i suoi interventi, noi siamo povera cosa, noi siamo pieni di problemi, noi abbiamo difficoltà avvolte insormontabili di fronte a noi, ma Dio ci ama. Ecco questo messaggio dell’amore di Dio, sia davvero il messaggio che ci trasmettiamo tra di noi e che possa far aprire il nostro cuore alla speranza. Auguri a tutti!”.

Papa Francesco ha festeggiato la vittoria della “sua” squadra preferita, il San Lorenzo, ricevendo in Vaticano addirittura il trofeo dello scudetto argentino. Lei recentementa ha benedetto i giocatori della Fiorentina?

“Si, ho mandato i miei saluti ai giocatori della Fiorentina, un biglietto con la mia firma di auguri e ho ricevuto qui i ragazzi di 2 parrocchie fiorentine della Junior Cup che si sono esibiti domenica scorsa allo stadio Franchi, prima della partita della Fiorentina. All’incontro erano presenti anche 2 giocatori della Fiorentina con il Dirigente. Speriamo che quest’anno sia un bell’anno anche per la nostra Fiorentina, oltre che per il San Lorenzo dal Magro. Mi sembra che un pezzo del San Lorenzo ce l’abbiamo dentro la nostra Fiorentina: uno dei giocatori, Gonzaro, viene dal San Lorenzo dal Magro, quindi ci porti un po’ della prospettiva belle dello scudetto argentino anche nella nostra città”.

Ma lei è informatissimo?

“Si si si, seguo volentieri queste cose. Mi piace stare con la gente, so che la gente segue molto la Fiorentina, il calcio, e quindi mi piace anche essere aggiornato a riguardo. Davvero un in bocca al lupo alla nostra viola”.

Franco Mariani
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Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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