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Il modus agendi del Cardinale Pacelli

Edizione del: 3 novembre 2013

In quest’ultimo anno dove le notizie e i servizi dedicati ai corvi vaticani e agli attacchi, diretti ed indiretti, all’allora Cardinale Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, che lo scorso 15 Ottobre ha lasciato l’incarico, avendo superato i 75 anni, l’età della pensione per i Cardinali, e con il Successore, l’Arcivescovo Parolin non ancora nel suo ufficio a causa di una improvvisa operazione a cui si è dovuto sottoporre, vi vorremmo proporre la giornata tipo di un suo predecessore a questo ufficio, il Cardinale Eugenio Pacelli, poi eletto Papa con il nome di Pio XII.

Le cronache del tempo ci riferiscono  che le giornata del Cardinale Pacelli da Segretario di Stato Vaticano avevano inizio al mattino presto, e dopo la celebrazione della messa e la successiva meditazione, alle ore 9, talvolta dopo aver consultato brevemente i suoi collaboratori, si recava dal Pontefice per la quotidiana udienza.

Insieme alle pratiche Pacelli portava con se un piccolo bifoglio, sul quale annotava velocemente, inizialmente a matita, e poi con sempre più frequenza a penna, la “mente del Santo Padre”, ovvero le disposizioni dettate dal pontefice su una certa questione.

Queste disposizioni venivano appuntate una dietro l’altra, lasciando un ampio margine di spazio tra di loro, senza nessuna annotazione personale.

Conclusa l’udienza, che poteva protrarsi anche per più di un’ora, il Cardinale faceva rientro nel suo ufficio alla Terza Loggia del Palazzo Apostolico, e seduto alla sua scrivania decideva se ricopiare in maniera calligrafica gli appunti presi o se conferire un aspetto più formale alle disposizioni.

Poneva, tra parentesi tonde o quadre, talvolta indicate a matita, quelle frasi che rappresentavano una riflessione personale del Papa e quindi non dovevano essere riportati nei documenti della Segreteria di Stato; apponeva una datazione al foglio, che talvolta era completata dall’indicazione del giorno della settimana o persino da informazioni tratte dal calendario liturgico.

Ad ogni “mente” faceva corrispondere una “rubrica”, ovvero un breve titolo posto al rigo superiore, che conteneva sinteticamente tutti i riferimenti necessari per identificare la questione trattata e la relativa pratica

Infine tracciava una linea orizzontale di demarcazione con l’intento di distinguere chiaramente gli argomenti trattati in udienza.

In alcuni casi, qualora avesse avuto il tempo di stilare due fogli differenti, Pacelli annotava in margine a ciascuno l’ufficio di competenza al quale era destinato:  Alla Prima Sezione o Alla Seconda Sezione della Segreteria di Stato.
 
Terminata la stesura ufficiale il Cardinale convocava il Sostituto della Seconda Sezione della Segreteria di Stato e il Segretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, ai quali mostrava il contenuto del foglio di udienza.

Nel caso in cui il Cardinale non avesse già predisposto un foglio ad hoc, i Sostituti trascrivevano a loro volta le questioni di pertinenza del proprio ufficio, marcando a matita rossa e blu sul margine sinistro del testo originale l’avvenuta registrazione.

Quindi una volta rientrati nei propri uffici, i Capi dicastero convocavano i Minutanti che dovevano avere cura di trascrivere, a mano o a macchina, l’appunto contenente il testo della singola pratica che erano incaricati di seguire.

Sulla base di tali disposizioni, i Minutanti preparavano le bozze dei documenti richiesti, che venivano successivamente corrette dai Capi Dicastero.

Nel tardo pomeriggio le minute erano pronte e potevano essere sottoposte al Segretario di Stato.

Ricordava Mons. Tardini che il Cardinale Pacelli “molto curava anche lo stile dei dispacci e badava assai alla presentazione esteriore dei fogli dattilografati. Se trovava in questi un piccolo errore di scrittura, rinviava il dispaccio per la correzione e, soltanto dopo corretto l’errore, apponeva la sua firma. Ciò faceva con tanta gentilezza, senza mai rivolgere una parola di rimprovero o mostrare il più lieve risentimento. Ma i fatti erano più eloquenti delle parole. Ogni sera mandavamo a lui una enorme borsa di pelle con tanti dispacci da firmare, certe volte erano un centinaio. La mattina seguente la borse ritornava in ufficio. All’interno c’erano come due scompartimenti:  in uno il Cardinale poneva i dispacci firmati:  nell’altro metteva quelli non firmati.  Questo secondo settore era chiamato da noi scherzosamente ‘l’infermeria’. Naturalmente noi eravamo tanto più contenti, quanto minore era il numero degli …infermi”.

Era questo il momento durante il quale il Cardinale faceva una verifica, controllando  la corrispondenza tra il testo delle minute e quello dei fogli di udienza.

Questa sistematica opera di revisione veniva condotta alla maniera della “puntatura”, marcando con segni convenzionali  – punti o asterischi – sul margine destro del foglio le decisioni che avevano avuto regolare corso, in altri casi il Cardinale annotava a matita, accanto ad una questione trattata, la parola “fatto”.

Le pratiche non corrispondenti pienamente alla “mente” espressa in udienza venivano rimandate indietro con le opportune correzioni da apportare.

Giunta la sera, il Segretario di Stato si recava nuovamente in udienza dal Papa per un’ulteriore scambio di vedute e qualora fosse stato necessario Pacelli prendeva nuovamente nota delle nuove disposizioni dettate dal Sommo Pontefice, oltre a sottoporli il  sunto delle conversazioni avute nel corso delle proprie udienze private in Segreteria di Stato.

Pacelli era solito redigere anche i ”fogli di udienza” privata, che erano il resoconto delle principali materie trattate durante gli incontri avuti da lui con varie personalità:  ecclesiastici e laici di ogni condizione ma soprattutto con i membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, che riceveva il venerdì dopo le ore 10.

Dal 1930 però Pacelli concesse appuntamenti agli Ambasciatori durante tutta la settimana, e a volte anche nei giorni festivi.

Ambasciatori che spesso si lamentavano per i ritardi del Cardinale o le lunghe attese per incontrarlo.

Su questi speciali fogli Pacelli, a volte, terminato il giorno, vi ritornava sopra per correggere e talvolta  ricopiare gli appunti o l’appunto su un nuovo foglio, strutturando meglio il tutto, visto che il giorno seguente quei fogli sarebbero stati  sottoposti alla lettura del Papa.

Con i primi segni del declino della salute del Pontefice, Pacelli, nel 1933, introdusse la consuetudine di dattiloscrivere quegli appunti, salvo un’ampia parentesi relativa agli anni 1936 e 1937, fino al 1939.

Redatti su carta più grande e deliberatamente voluti per offrire un testo ancor più nitido e chiaro, la cui lettura sarebbe stata molto più scorrevole per Papa Ratti, tali dattiloscritti presentano alcune evidenti caratteristiche formali che ne sottolineano l’ufficialità, come l’ordine regolare dei capoversi e la numerazione dei singoli fogli; inoltre tra questi si conservavano veri e propri minuziosi verbali di colloqui.

La giornata lavorativa del Segretario di Stato Cardinale Pacelli si concludeva solo in tarda sera o a notte inoltrata con la revisione delle pratiche, la redazione di appunti di studio e la firma di dispacci.

Franco Mariani


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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