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I 100 giorni del Papa

Edizione del: 20 giugno 2013

Dicono in Vaticano: “Papa Francesco veste da Domenicano, vive da Francescano, governa da Gesuita”.

A 100 giorni dall’elezione che ha portato il Cardinale “venuto dalla fine del mondo” a dirigere il timone della Chiesa Universale, non potrebbe esserci sintesi migliore per catturare la personalità di questo Pontefice che con il suo stile essenziale, immediato, di rottura degli schemi tradizionali ha sconvolto in poco tempo abitudini consolidate nella Curia Romana.

Sollevando attese, entusiasmi e anche già le prime critiche.

Che con Bergoglio iniziasse una nuova era, almeno nello stile, è stato chiaro fin dai primi attimi dopo l’elezione.

Nella Sala delle Lacrime, dove è stato accompagnato per indossare le vesti da Pontefice, ha rifiutato cortesemente, ma con fermezza, la mozzetta bordata di ermellino.

Al petto si è tenuto stretto la sua Croce di ferro, “la Croce di quando sono diventato Vescovo”, respingendo quella d’oro.

Ai piedi Francesco ha conservato le scarpe nere con cui è partito, senza fare ritorno, da Buenos Aires verso Roma.

Se vuole sapere che ore sono, Bergoglio dà un’occhiata all’orologio di plastica che porta al polso come chiunque altro e forse non tiene particolarmente nemmeno al suo zucchetto Papale, rivestito in seta, se lo scambia volentieri con quello ben più dozzinale che i fedeli gli porgono in Piazza san Pietro in uno dei tanti gesti inaugurati da Papa Francesco che hanno stupito il mondo, elettrizzato le folle, lasciato emergere le sue straordinarie qualità comunicative e fatto sgranare gli occhi a più di un Prelato incredulo di fronte a un accorciamento così veloce delle distanze.

Già, i gesti, ecco un altro tratto distintivo e altamente simbolico del Bergoglio-style.

Francesco si è inchinato di fronte alla folla che la sera del 13 marzo inneggiava in Piazza San Pietro alla sua elezione.

Da buon Gesuita ha chiesto la preghiera del popolo di Roma per il suo “Vescovo”, qualifica del Pontefice su cui Bergoglio ha voluto significativamente porre l’accento.

E poi ancora gesti dirompenti, come la scelta di non andare a vivere nel Palazzo Apostolico e, non ultima, quella di rinunciare al lungo soggiorno estivo di Castel Gandolfo.

A Santa Marta, dove Bergoglio ha scelto di rimanere “per motivi psichiatrici”, come ha detto scherzando, ma non troppo, perché “io ho la necessità di vivere fra la gente, se vivessi solo non mi farebbe bene”, conduce una vita che più francescana non si può.

Sveglia la mattina alle 4 e 45, un’ora dedicata alla preghiera, Messa nella Cappella della Residenza, pranzo alla mensa.

Alla sua tavola siedono i collaboratori, i Vescovi in visita, i Cardinali di passaggio.

Il Papa a volte prende l’ascensore in comune invece di quello privato facendo fare, come è accaduto una volta, un balzo all’indietro a due Monsignori che se lo sono ritrovati inaspettatamente davanti.

Francesco si fa persino le telefonate da solo, scorrendo la rubrica telefonica Vaticana e chiamando i centralini dei Dicasteri Romani.

Resteranno alla storia gli Uscieri che sono trasecolati udendo all’altro capo del filo la voce di sua Santità.

Non meno importanza Francesco dà alle parole, molte aggiunte a braccio ai discorsi già preparati.

Nell’ appuntamento ormai imprescindibile delle omelie mattutine a Santa Marta, il Papa lancia messaggi vibranti.

“San Pietro non aveva un conto in banca”, “No ai Cristiani da salotto”, basta col politicamente corretto che “porta all’errore, alla menzogna”.

E così via, senza risparmiare bordate alla “corruzione” interna e contro “la Chiesa ricca”.

Messaggi che suscitano attese ed entusiasmo dei fedeli, approvazione di larghi settori dell’opinione pubblica, ma che a volte arrivano come una doccia fredda in alcuni settori della Curia, dove qualche malumore serpeggia.

A volte per lo stile, come quando il Papa col suo consueto linguaggio semplice e accessibile ha paragonato Dio a uno spray, seppure per dire che non è un’essenza “nebulizzata”: più di un Prelato è saltato sulla sedia per l’ardita similitudine.

A volte per la sostanza.

Ad alcuni, ad esempio, il discorso del Papa all’Accademia Diplomatica Ecclesiastica – “il carrierismo è una lebbra”, ha insistito, “o Santi o tornate in diocesi” – è apparso particolarmente duro.

Se Bergoglio governa davvero come un Gesuita lo si vedrà pienamente non appena metterà mano all’annunciata Riforma per la quale ha nominato otto Cardinali come consiglieri.

Il metodo sembra quello.

La saggezza dei Gesuiti porta a tenacia nelle riforme e ascolto nei consigli, è stato detto.

Per ora, il Papa è in una fase di studio, ascolta le osservazioni degli otto e si prende il tempo che ritiene necessario, ma in molti si attendono una rivoluzione.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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