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Fedeli a Messa per Ven. Bianchi Porro

Edizione del: 28 gennaio 2014

Badia di Sant’Andrea gremita, sabato scorso, a Dovadola in provincia di Forlì-Cesena, per la Messa Solenne dei 50 anni della salita al cielo di Benedetta Bianchi Porro.

Presieduta dal Cardinale Angelo Comastri, uno dei più convinti sostenitori della Santità della Venerabile, la liturgia eucaristica ha coinvolto circa 40 celebranti, fra cui il Vescovo di Forlì-Bertinoro Monsignor Lino Pizzi, il parroco di Dovadola don Alfeo Costa, Monsignor Walter Amaducci autore di numerosi testi su Benedetta, il Saveriano Padre Guglielmo Camera, nuovo Postulatore della Causa di Beatificazione, Monsignor Evelino Dal Bon, parroco di Sirmione del Garda ultima dimora terrena della giovane e infine il biografo ufficiale e parroco di Bibiena don Andrea Vena.

Erano presenti anche gran parte dei Sindaci del comprensorio forlivese.

Per le decine di fedeli che non sono riusciti ad entrare in chiesa, il servizio d’ordine coordinato dalla Protezione Civile, ha allestito un maxi schermo sul sagrato della Badia.

Nella sua vibrante omelia, il Cardinale Comastri ha additato Benedetta come esempio per la vera felicità.

“Viviamo in un mondo – ha detto il Porporato – in cui si confonde tragicamente il piacere con la gioia: se il primo dura poco ed è epidermico, la felicità entra nel profondo dell’anima e ti fa amare perdutamente la vita”.

Il Cardinale Comastri, ha conosciuto la giovane negli anni ‘80, quando era parroco di Porto Santo Stefano.

Ritornato a Dovadola come Vescovo di Massa Marittima e Piombino nel 1992, disse pubblicamente: “Vengo a Dovadola come uno che ritorna a casa, perché Dovadola mi è familiare per la presenza di Benedetta, che sento davvero come una benedizione per la mia vita”.

Il suo motto Episcopale “Deus charitas est”, si ispira proprio alla giovane dovadolese.

Costretto a lasciare la diocesi nel 1993 per problemi di salute, il Porporato racconterà poi di aver trovato conforto nella parola di Dio, negli scritti di Santa Teresa di Gesù Bambino e nelle lettere della Bianchi Porro.

“Gli anniversari di Benedetta – dichiara il Sindaco di Dovadola Gabriele Zelli – costituiscono un appuntamento importante per il nostro piccolo comune, che ha il privilegio di averle dato i natali e di conservarne le spoglie mortali”.

La testimonianza offertaci, dall’alto della sua breve vita irta di sofferenze inenarrabili, induce a riflettere con attenzione sul senso dell’esistenza, a partire proprio dall’esperienza umana.

Benedetta, che già aveva patito il progressivo deteriorarsi delle funzioni motorie e la sordità, si ritrovò praticamente isolata dal mondo.

“La giovane – continua Zelli – riuscì a superare tutto ciò quando, sempre in quell’anno, si recò a Lourdes con l’Unitalsi”.

“Vado dalla Mamma  - scrisse a sua madre – per trovare forza di accettare il mio stato”.

Il sogno della dovadolese, icona mondiale dell’accettazione Cristiana della sofferenza, era diventare Missionaria.

C’è riuscita, ma dal letto di dolore determinato dal morbo di Recklinghausen, terribile malattia autodiagnosticata, che ha già proiettato Benedetta sul gradino della devozione popolare.


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