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Don Torta: prendiamo i soldi ai ricchi

Edizione del: 15 aprile 2013

Il Pulpito della chiesa come la foresta di Nottingham, dalla quale un parroco arringa i fedeli per convincerli, sull’esempio di Robin Hood, che la strada per evitare i suicidi da crisi passa attraverso la necessità di togliere beni ai ricchi per darli ai poveri.

Accade a Dese, piccolo centro del veneziano, nella parrocchia di don Enrico Torta.

L’ultimo caso di suicidi causati dalla privazione economica avvenuto a Macerata ha toccato profondamente il sacerdote, al punto da farne l’argomento di riflessione del bollettino parrocchiale.

“Che non capiti mai che un mio parrocchiano sia tentato di uccidersi – scrive don Torta – insieme, io per primo, lo aiuterò a prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri, perché sopravviva”.

In verità, inizialmente il messaggio del sacerdote doveva essere ancora più duro, ai confini della legge.

“Lo aiuterò a rubare” aveva abbozzato.

Poi ha ritenuto di abbassare i toni ripiegando sulla frase “lo aiuterò a prendere i soldi”.

Per don Torta, comunque, la sostanza non cambia.

“Viviamo in una società ingiusta – spiega convinto – che ha reso la proprietà privata svincolata dal bene comune”.

Dunque, per il sacerdote, “bisogna costringere i ricchi a tenere per sé quello che gli serve per vivere e il resto prenderlo per la collettività. Perché la vita di un uomo – osserva – non ha prezzo”.

Secondo il parroco, “oggi l’emergenza vera è il lavoro, sono cose che non stanno né in cielo né in terra, bisogna fare una rivoluzione, i politici devono mettere da parte l’orgoglio, trovare un compromesso per due anni e risollevare la nazione”.

Intanto don Enrico ha pensato di metterci del suo, dando il buon esempio.

Dopo aver venduto l’auto personale, ceduta per 6200 euro, e adottato una vettura di recupero per finanziare la scuola della parrocchia, ha tuonato contro i fedeli spreconi, più pronti ad aiutare un cane che gli umani in difficoltà.

“Se c’è crisi gli animali si arrangino, Anzi aiutarli è perfino immorale – aveva spiegato facendo arrabbiare più di un animalista -. Voglio bene ai cani, ma in questo momento di crisi ritengo ci siano altre priorità che non realizzare un canile”.

Sempre battaglie controcorrente a colpi di accetta.

Come quella che nel settembre scorso lo aveva portato, dal Pulpito della sua chiesa, ad appoggiare pubblicamente la rivolta delle commesse contro le aperture domenicali dei negozi.

Non contento, aveva deciso di sfilare in corteo per le vie di Treviso assieme alle manifestanti.

“Commessi e commesse vengono trattati come rotelle di un ingranaggio per la produzione e il consumo – aveva detto in quel caso don Torta – la domenica è un giorno di recupero a tutti i livelli, e invece ci portano a girare frastornati per supermercati come zombie”.

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