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CEI: Vademecum per accoglienza profughi

Edizione del: 19 ottobre 2015

cei 4La Conferenza Episcopale Italiana rende fattivo con un suo documento esplicativo, l’appello del Papa ad ospitare i migranti, offrendo spunti e suggerimenti anche su questioni fiscali e burocratiche.

l’Episcopato italiano ha stilato le condizioni generali per rendere efficace l’accoglienza, che prima, tuttavia, deve essere preceduta da una preparazione “a tappe” della comunità.

In diocesi, come anche in parrocchia o in famiglia, l’accoglienza di un richiedente asilo – si legge nel documento – “ha bisogno di essere preparata e accompagnata, sia nei delicati aspetti umani, sociali, sanitari, come negli aspetti legali, da un Ente, nelle grandi diocesi anche più Enti, che curi i rapporti con la Prefettura di competenza”.

Pertanto è necessario un percorso di formazione per i fedeli, in modo da far “conoscere chi arriva da noi”, ma soprattutto a “preparare chi accoglie, parrocchie, Associazioni, famiglie, con strumenti adeguati, lettera, incontro comunitario, coinvolgimento delle realtà del territorio…”.

In tal senso, secondo i Presuli, è utile anche “costruire una piccola équipe di operatori a livello diocesano e di volontari a livello parrocchiale e provvedere alla loro preparazione non solo sul piano sociale, legale e amministrativo, ma anche culturale e pastorale, con attenzione anche alle cause dell’immigrazione forzata”.

Due aspetti di cui si prenderanno cura Caritas e Fondazione Migrantes.

Fondamentale sarà poi seguire “le pratiche per i documenti, i vari problemi amministrativi e anche l’eventuale esito negativo della richiesta d’asilo”.

A tal proposito nel Vademecum viene tracciato un profilo delle categorie dei migranti che possono ricevere ospitalità nelle diverse strutture.

Ovvero: una famiglia; persone della stessa nazionalità che hanno presentato la domanda d’asilo e sono ospitati in un Centro di Accoglienza straordinaria; persone che hanno visto accolta la propria domanda d’asilo e rimangono in attesa di entrare in un progetto del Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, per un percorso di integrazione sociale nel nostro Paese.

Ancora: chi ha avuto una forma di protezione internazionale o ha già concluso un percorso nel Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e non ha prospettive di inserimento sociale, per favorire un “cammino di autonomia”, prendendo a modello l’esempio dei Gesuiti del Centro Astalli.

Riguardo ai minori, la Conferenza Episcopale Italiana sconsiglia l’accoglienza di minorenni non accompagnati, in quanto “per la delicatezza della tipologia di intervento, in termini giuridici, psicologici, di assistenza sociale”, intrinseci alla condizione stessa del bambino, “il luogo più adatto per la sua accoglienza non è la parrocchia, ma la famiglia affidataria o un ente accreditato come casa famiglia, in conformità alle norme che indicano l’iter e gli strumenti di tutela”.

Sul “dove accogliere” i Vescovi suggeriscono: “In alcuni locali della parrocchia o in un appartamento in affitto o in uso gratuito, presso alcune famiglie, in una Casa Religiosa o Monastero, negli spazi legati a un Santuario, che spesso tradizionalmente hanno un hospitium o luogo di accoglienza dei pellegrini, acquisite le autorizzazioni canoniche ove prescritte”.

Meglio non optare per il semplice affidamento alle Prefetture di immobili di proprietà di un Ente ecclesiastico, aggiungono, “per la problematicità dell’affidamento a terzi di una struttura ecclesiale senza l’impegno diretto della Comunità Cristiana”.

“Le strutture o i locali di ospitalità in parrocchia devono essere a norma”, precisano poi i Vescovi della Cei, e “la parrocchia deve prevedere l’assicurazione per la responsabilità civile”.

Inoltre, “se l’attività di accoglienza si svolge con caratteristiche che ai sensi della normativa vigente sono considerate commerciali si applica il regime generale previsto per tali forme di attività”.

Pur non prevedendo donazioni dall’8×1000, la Conferenza Episcopale assicura che “valuterà se e come assegnare un eventuale contributo alle diocesi, particolarmente bisognose, che hanno dovuto adeguare alcuni ambienti per renderli funzionali e idonei all’accoglienza”.

Circa i tempi, la Cei indica mediamente un tempo variabile da 6 mesi a un anno per i richiedenti asilo o una forma di protezione internazionale.

“I tempi – scrive – possono abbreviarsi per chi desidera continuare il proprio viaggio o raggiungere i familiari o comunità di riferimento in diversi Paesi europei”.

In questo caso, potrà essere “significativo” che la parrocchia mantenga i contatti con i migranti anche durante il viaggio, fino alla destinazione.


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