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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 14 marzo 2014

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  16 marzo 2014

Genesi 12, 1-4 / 2 Timoteo 1, 8-10 / Matteo 17, 1-9

  • GENESI

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

            PAROLA DI DIO

Dio non si stanca di ri-cominciare. Ce lo dice in modo chiaro anche il primo libro della Bibbia, la Genesi. Ecco, dopo Adamo ed Eva, “l’uomo giusto e integro” che è Noè. E, dopo la torre di Babele, ecco Abramo. L’umanità si è di nuovo allontanata da Dio e Dio di nuovo prende l’iniziativa per riavvicinarsi all’uomo e sceglie Abramo (Abramo significa “il padre ama” oppure “il padre è esaltato”).

Proprio nella storia di Abramo gli Ebrei e, dopo, i Cristiani riconoscono il punto di partenza della loro storia: una storia guidata e illuminata dalla fede.

Il Signore disse ad Abramo:Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre”. Abramo è chiamato e per rispondere abbandonail paese, la patria, la casa”. Lascia la sua città – Ur di Caldea – che era una delle più fiorenti del tempo, abbandona i parenti e la religione dei padri: rompe i legami più forti e si getta nell’avventura, emigrando “verso il paese – dice Dio – che io ti indicherò”.     La promessa del Signore è esageratamente ricca: una terra, una discendenza per diventare un grande popolo, una benedizione che lo renderà benedizione per tutte le famiglie della terra.

Dio non parla che di benedizione, dall’inizio alla fine. Una benedizione che, attraverso Abramo abbraccerà l’umanità intera.

Allora Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore”. E la lettera agli Ebrei sottolinea: “ obbedì, partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava” (Ebr.11, 8).

Con ogni uomo Dio si comporta allo stesso modo: non gli rivela sin dall’inizio dove vuole condurlo; lo chiama alla conversione e solo poco per volta gli indica i passi che deve compiere; momento per momento, giorno dopo giorno, lo invita a dare risposta. Attraverso ogni risposta di totale fiducia-abbandono-fede Dio fa ripartire la sua iniziativa di amore, perché la benedizione raggiunga tutti.

E’ il modello per ogni cristiano, il quale, segnatamente in questo tempo di Quaresima, è chiamato a gettarsi nell’avventura di chi ha il coraggio di lasciare per seguire la strada indicata dalla parola di Dio.

  • TIMOTEO

Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

            PAROLA DI DIO

Timoteo è ancora molto giovane quando decide di dedicare la sua vita intera alla causa del Vangelo. È buono e gode la stima di tutti, ma è anche piuttosto timido. Quando gli viene inviata questa lettera, egli è già da vari anni vescovo di Efeso, che è una delle maggiori città dell’impero romano. Le comunità cristiane della regione sono in difficoltà, per via delle prime persecuzioni: molti cristiani vacillano nella fede, disertano gli incontri comunitari e ritornano a porre la fiducia negli uomini e nei beni terreni.

San Paolo invita il discepolo, che chiama “figlio mio” (2,1), a continuare la sua opera di apostolo: “soffri anche tu insieme con me per il vangelo”. Con coraggio, senza paura, perché sicuramente “aiutato dalla forza di Dio”.  E’ così che si risponde all’iniziativa di Dio, “che ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa”. Egli si è mosso per questo disegno di salvezza, non in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia. La grazia dell’amore di Dio, che ci è stato data in Cristo Gesù fin dall’eternità, si è fatta visibile ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù.

Non è stata facile la vita di Abramo, né quella di Cristo, di Paolo e di Timoteo. Non sarà facile nemmeno la vita dei cristiani di oggi.  Infatti, egli ci ha chiamati con una vocazione santa, non frutto delle nostre opere, ma dono purissimo dell’amore di Dio.  È Lui che “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita”. Al termine del nostro pellegrinaggio – del nostro partire come Abramo, del nostro seguire come i discepoli – è Lui, il   Cristo glorioso, che si manifesterà così come oggi lo contempliamo sul monte della trasfigurazione.  Contemplare Gesù “trasfigurato” ci aiuterà a guardare con fede Gesù spesso “sfigurato” (Is 52,2ss) nella vita di tutti i giorni e nel tempo della prova e della sofferenza e a ripetere dal profondo del cuore, nonostante tutto, il grido della fede dinanzi al mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù.

  • MATTEO

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

PAROLA DEL SIGNORE

Gesù – ci racconta il Vangelo di Matteo – ha appena annunciato agli apostoli la sua prossima passione e morte (“cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” [16, 21]). La reazione degli apostoli è resa bene dalle parole di Pietro: “cominciò a protestare dicendo: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” [16, 22]. Gli apostoli non possono sopportare l’idea della sconfitta e della morte di Gesù e lo esprimono vivacemente con le parole che in disparte Pietro dice a Gesù.

Non è forse anche la nostra reazione dinanzi alle croci del dolore, della fatica, dell’incomprensione, dell’insuccesso e via di seguito?  Il racconto della trasfigurazione è collocato, per tradizione, nel tempo di quaresima e ci fa vedere, come in trasparenza, lo sbocco di questo periodo austero:  in tal modo ci viene annunciato che, come il tempo penitenziale ci conduce alla Pasqua, così la sofferenza ci conduce alla gioia, così perfino la morte ci conduce alla vita. Il rapporto tra trasfigurazione e risurrezione, che si intravede bene nel testo di Matteo è esplicitamente affermato dal racconto sinottico di Luca (9, 31), che  specifica: Mosè ed Elia “parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. Sulla montagna i tre discepoli vedono un’apertura del cielo e una epifania del Dio uno e trino: il Padre addita il Figlio suo prediletto, e lo Spirito Santo, in forma di nube luminosa, li avvolge nella sfera del mistero. Si tratta di una anticipazione profetica della Pasqua. Solo dopo Pasqua sarà loro concesso di realmente ascoltare ed essere veramente avvolti. Pietro nelle sue lettere diventerà testimone di entrambi gli eventi e della loro reciproca appartenenza: “siamo stati testimoni oculari della sua grandezza: Egli ricette infatti onore e gloria da Dio Padre quando giunse a lui  questa voce dalla maestosa gloria: “Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento” (2 Pt,17ss). Nell’anno liturgico, il 6 agosto si celebra la festa della Trasfigurazione. Ma la collocazione ideale del testo evangelico della trasfigurazione è proprio quella odierna: la scena del monte ha infatti i contorni di un’apparizione pasquale: il Cristo glorioso al centro, circondato dagli apostoli stupiti ma rasserenati da Gesù (“furono presi da grande timore …Alzatevi, non temete!”).

Due sono i grandi segni della Trasfigurazione che “pre-dice” la Pasqua. Il primo, fondamentale, è quello della voce divina: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Nel Vangelo questa voce risuona con le stesse parole in tre scene disposte  in modo da costituire un filo narrativo all’interno dell’esistenza terrena del Cristo.

- All’inizio (Matteo 3), nel battesimo, quando la voce del Padre proclama questa dichiarazione sul Cristo immerso nelle acque del Giordano.

-  Al centro del cammino umano di Gesù, nella trasfigurazione.

- Alla fine del vangelo, quando il Cristo muore sulla croce e un centurione romano proclamerà il vero segreto di Gesù prima annunziato dal cielo: “Davvero costui era Figlio di Dio” (Matteo 27, 54).

Al centro della nostra fede, della nostra liturgia, della nostra spiritualità deve brillare sopra tutto e sopra tutti il Volto di Cristo: esso deve offuscare i facili devozionalismi, deve confondere le degenerazioni delle varie sette, deve guidare lontano dal baratro oscuro delle superstizioni.

Il secondo segno è quello della luce che avvolge tutto il quadro della trasfigurazione, la figura di Gesù e gli stessi discepoli. Il greco dei vangeli esprime la parola trasfigurazione col termine “metamorfosi”, indicando così un’intima trasformazione che rivela la realtà misteriosa del Cristo e che svela anche il nostro destino di “figli della luce. La Trasfigurazione, allora, è per noi il segno dell’azione della grazia che trasforma-trasfigura la nostra fragilità e la nostra debolezza. “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato … saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è “ (1 Gv 3,2).

Lo scrittore ortodosso francese Oliver Clément nella sua opera “L’altro sole” descrive quasi fisicamente questa “trasfigurazione” in Charles de Foucauld, il fondatore dei Piccoli Fratelli: “Fui sconvolto dalle fotografie di Charles de Foucauld.  La carne era ormai sostituita da brace ardente, era il passaggio attraverso il fuoco, la trasfigurazione-risurrezione. Il santo dice: “Abbà, Padre”, come se pregasse per la prima volta ed entra in una sempre nuova prima volta e diventa lui stesso fiamma divina”.

La voce ci conduce al Cristo, la luce ci trasforma in Lui. La voce si esprime nella Bibbia, la luce ci avvolge attraverso la fede e i sacramenti …”A quella voce fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt.1, 18-19).

O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio,
nutri la nostra fede con la tua Parola e purifica gli occhi del nostro spirito
perché possiamo godere la visione della tua gloria.

O Dio, che chiamasti alla fede i nostri padri
e hai dato a noi la grazia di camminare alla luce del Vangelo, aprici all’ascolto del tuo Figlio,
perché accettando nella nostra vita il mistero della croce, possiamo entrare nella gloria del tuo regno.

Dio non si stanca di ri-cominciare. La Quaresima è il tempo propizio per accogliere questa provocazione.

Te la senti di ri-cominciare?

Anche con te il Signore si comporta come con Abramo: non ti rivela sin dall’inizio dove vuole condurti; ti chiama alla conversione e solo poco per volta ti indica i passi che devi compiere; momento per momento, giorno dopo giorno, ti invita a dare risposta.

Se non hai il coraggio di “partire” come Abramo, tu non sai quel che ti perdi!

Quello che l’apostolo Paolo scriveva al suo diletto figlio Timoteo, la Chiesa e nella Chiesa vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose e laici uomini e donne, lo ripetono a te: “soffri anche tu insieme con me per il vangelo”.

Persone che tu forse conosci e che vivono con coerenza evangelica il loro impegno cristiano, aspettano di essere affiancate, sostenute, stimolate dal tuo coraggio e dalla tua generosità.

La fede ti dà la sicurezza che tu hai “una vocazione santa” e che sei “aiutato dalla forza di Dio”.

Non vuoi dare coraggio e regalare gioia a persone che portano la croce ed aspettano che tu diventi per loro un piccolo Cireneo?

E se nessuno ti domanda di soffrire insieme con lui per il Vangelo, non te lo domanderà in modo verace Gesù, che attende che si compia in te quello che manca alla sua passione (Col 1,24)?

Sali anche tu sull’alto monte della preghiera.  L’evangelista Luca che nel passo sinottico (Lc 9,29) dice: “mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante “.

La Quaresima domanda una preghiera più distesa, un raccoglimento più intenso. La preghiera autentica è il monte più alto che esista sulla terra.

Com’è la tua preghiera?  Hai un tempo di preghiera personale, spontanea, silenziosa ?

Ripeti a te stesso le parole che il Padre disse sul monte ai tre discepoli: Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.

Tu, Lo ascolti? Che posto ha la sua Parola nel quotidiano delle tue giornate? La tua preghiera è soprattutto parlare a Dio oppure è anche e prima ascoltare la sua voce? Non è forse Lui che per primo e in molti modi ti parla? La natura, la coscienza, i fratelli, i vari avvenimenti della tua vita, la liturgia, e, soprattutto, la Parola di Dio, quanto sollecitano la tua contemplazione e il tuo ascolto?

Custodisci nel più profondo del tuo cuore la luce di Gesù “trasfigurato” e la dolcezza della parola del Padre per poter guardare con fede Gesù “sfigurato” nella vita di tutti i giorni e nel tempo della prova e della sofferenza.   “Al centro della quaresima appartiene la trasfigurazione, al centro della trasfigurazione appartiene la passione” (Balthasar).

La trasfigurazione è anche il nostro destino: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato … saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è” (1 Gv 3,2). Perché non cantare la speranza e vivere la gioia dell’attesa?

      Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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