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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 28 febbraio 2014

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  2 marzo 2014

Isaia 49, 14-15 / 1 Corinzi  4, 1-5 / Matteo 6, 24-34

  • Cardinale Silvano  PiovanelliISAIA

Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?   Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.

            PAROLA DI DIO

 

Quale era la sorte degli ebrei deportati in Babilonia? Tentavano di sopravvivere in qualche modo, ma senza prospettive di futuro: si sentivano abbandonati da Dio. Israele sa di essere stata infedele al suo Dio, sa di aver tradito più volte il patto di alleanza ed ha abbandonato ormai ogni speranza di ricostruire questo rapporto di amore che ella ha tradito. Del resto Israele sapeva dalla legge mosaica che, nel caso di ripudio, il marito doveva riflettere a lungo, perché il ripudio era una scelta irreversibile: il marito non poteva riprendersi per moglie la donna che aveva ripudiata (Deut 24,1-4). Il popolo d’Israele vive in esilio come una sposa ripudiata e va mestamente ripetendosi: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”.

È il lamento che spesso è anche sulle nostre labbra, quando col peccato ci siamo allontanati da Dio e sentiamo il rimorso della coscienza e tutto sembra perdere significato e avvertiamo dentro un grande vuoto e ci sentiamo abbandonati, dimenticati.

Ma può essere anche il lamento di chi non gusta più la gioia delle cose dello spirito ed è come avvolto dal buio che i mistici chiamano la “notte oscura”. Allora sentiamo corrispondere pienamente al nostro cuore i lamenti del salmista: “Tu sei lontano dalla mia salvezza… Ti invoco e non rispondi “ (Sal 22,2); “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? (Sal 13,2).

Il Signore risponde rifacendosi all’immagine del matrimonio: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? Io ti riprenderò con immenso amore” (Is 54,6-7). Ma oggi, nel brano del profeta Isaia, il Signore adopera un’immagine ancora più persuasiva e toccante: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?”.

Il beato Papa Giovanni Paolo II, nella lettera enciclica “Dives in misericordia” (1980), specifica che nel definire la misericordia i Libri dell’Antico Testamento adoperano due espressioni, ciascuna delle quali ha una sfumatura semantica diversa: “hesed” [ti amo, ti perdono, perché sono Dio, sono fedele a me stesso], “rahamim” [ti amo, ti perdono, perché tu sei la mia creatura, sono fedele a te che sei mio figlio].

E, poiché può capitare che qualche madre sia snaturata, aggiunge (che stupendo!): “anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai ! Non puoi immaginare una certezza più gioiosa di questa!

  • 1 CORINZI

Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

            PAROLA DI DIO

 Nella comunità di Corinto, a causa dell’attaccamento all’uno o all’altro degli evangelizzatori erano sorti vari partiti [“Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”: 1Cor 1,12].

Paolo avrebbe potuto entrare in questo gioco, prendersela per la preferenza accordata ad altri, rallegrarsi del proprio prestigio. Invece egli reagisce, ponendo se stesso e gli altri apostoli dinanzi a Dio, non dinanzi agli uomini: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio”. Nota bene che Paolo adopera il plurale e quindi si riferisce a tutti gli annunziatori del Vangelo.

Ministri, cioè inservienti, dipendenti al servizio di un signore, il Cristo. Amministratori, non padroni, servi che hanno in mano beni che appartengono a Dio. Quanto si richiede a ministri ed amministratori, è la fedeltà. Perciò chi annuncia il Vangelo deve avere un’unica preoccupazione: trasmettere fedelmente la parola del Signore.

Paolo assicura che non è per niente preoccupato dei giudizi pronunciati su di lui, siano essi di approvazione o di condanna. Non è ai Corinzi che deve render conto del suo operato; dice loro: il mio giudice è il Signore!

E non si fida neppure del giudizio della propria coscienza, anche se riconosce onestamente che non gli rimprovera nulla. Tiene presente questo giudizio, ma non lo considera definitivo, attende quello che il Signore vorrà pronunciare al termine della dura “giornata di lavoro”.

Dobbiamo tenerlo ben a mente anche noi, così proclivi a giudicare gli altri  e ad essere in ansia per i giudizi degli altri su di noi, mentre non ce ne dovremmo inquietare più di tanto, ossia assai poco. Il nostro impegno è tutto nel “cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia”. Cercare, dunque, non il proprio benessere materiale, neanche quello spirituale, ma semplicemente quello che Dio vuole. E questo è il meglio:  per noi e per gli altri.

  • MATTEO

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

PAROLA DEL SIGNORE

 Questa pagina del Vangelo di Matteo nel discorso della montagna provoca domande inquietanti: come non preoccuparmi del domani se non voglio patire la fame? Come non preoccuparmi del domani almeno a riguardo della mia famiglia, di coloro che Dio ha affidato alle mie cure? Se Dio nutre gli uccelli del cielo e veste i fiori del campo, perché poi lascia che tanti uomini, particolarmente tanti bambini, muoiano di fame o vivano stentatamente in una miseria indicibile?

Se queste ed altre simili domande salgono spontaneamente alle labbra o rimangono lancinanti nel cuore, dobbiamo fare attenzione: la pagina si apre con un loghion (detto) del Signore: Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona. Due padroni. L’uno è Dio da cui provengono tutti i beni, che ci consegna i suoi beni, perché noi li amministriamo con saggezza, cioè secondo la sua volontà. L’altro è “mammona”. Matteo ci ha conservato il termine aramaico usato da Gesù. Nota il biblista Gianfranco Ravasi che il vocabolo mammona deriva dalla radice stessa del nostro amen, il verbo ebraico della fede: perciò mammona indica la ricchezza, il denaro, il benessere, come valore supremo, come bene supremo, come il dio della vita al quale tutto e tutti sono sottomessi. L’uomo non può avere due beni supremi, due fini ultimi, due divinità a cui sottomettere tutto.

“Deve scegliere. Deve graduarli in modo che nel caso serio diventa chiaro quale bene preferire” (Balthasar).

Il distacco dai beni è uno dei temi ricorrenti nel Vangelo ed è uno dei più difficili da assimilare: l’uomo infatti è portato ad accumulare i beni per garantirsi il domani, fino a porre in questi beni tutta la sua fiducia per il presente e il futuro.

Le richieste di Gesù sono paradossali e sconcertanti: Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?di tutte queste cose vanno in cerca i pagani, il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.

Le immagini con cui è presentata la cura che Dio ha delle sue creature sono deliziose: Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo… ma danno l’impressione di proporre una vita spensierata, giuliva, ma completamente staccata dalla realtà. Dio vuole davvero che noi siamo degli ingenui sognatori?

Non è così. Gesù non suggerisce il disimpegno, l’ozio, il disinteresse. Neppure la rassegnazione. Egli propone un rapporto nuovo con i beni: non l’accaparramento geloso, ma la condivisione fondata sulla Provvidenza di Dio. Non condanna la programmazione, la previdenza, ma la preoccupazione per il domani, l’ansia che fa perdere la gioia di vivere il presente e porta inevitabilmente ad accumulare e a trasformare in idoli disumanizzanti i beni di questo mondo.

In questo brano più volte viene ripetuto: Non preoccupatevi. La parola del Maestro è un’eco delle sagge riflessioni del Siracide: “Molti ne uccide la preoccupazione e non c’è utilità nell’affanno. La preoccupazione per il sostentamento fa perdere il sonno, lo allontana più di una malattia (Sir30,23-31,2).

L’affanno è comune tanto al povero quanto al ricco. Il denaro non solo non libera dalle inquietudini e le preoccupazioni, ma le acutizza e le esaspera. Conosciamo le notti insonni dei padri di famiglia disoccupati, senza soldi, con moglie e figli da mantenere. Tuttavia sappiamo che le ansie non servono a nulla, non aiutano a risolvere i problemi del cibo e del vestito, sono un inutile dispendio di energie.

Gesù suggerisce il rimedio a questa malattia: alzare gli occhi al cielo verso IL Padre che sta nei cieli. Questo, però, non significa rimanere con le mani in mano, ma affrontare la realtà con cuore nuovo. Alle parole di Gesù fa eco l’autore della lettera agli Ebrei: “La vostra condotta sia senza avarizia, accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: “Non ti lascerò e non ti abbandonerò mai (Ebr13,5).

Non si tratta quindi di una fuga utopica dalla realtà storica, né di una alienazione rispetto alle esigenze dell’esistenza, del lavoro, dell’impegno sociale: la ricerca del regno di Dio deve avvenire nell’interno della storia, è una “giustizia” che feconda anche l’umanità e la società, è una proposta fattiva che incarna la volontà del Padre nella trama delle opere e dei giorni.

Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace,
e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio.
Padre santo, che vedi e provvedi a tutte le tue creature,
sostienici con la forza del tuo Spirito,
perché in mezzo alle fatiche e alle preoccupazioni di ogni giorno
non ci lasciamo dominare dall’avidità e dall’egoismo,
ma operiamo con piena fiducia per la libertà e la giustizia del tuo regno.

Non ti è mai capitato di ripetere in cuor tuo: il Signore mi ha dimenticato?

Forse in qualche momento di tiepidezza? O in un periodo di apatia? O in un tempo di aridità interiore, quando le cose di Dio hanno perduto ogni sapore e tu hai sentito tutto il peso della fedeltà?

Soffermati su questo pensiero: come una donna non si dimentica del suo bambino e si commuove per il figlio delle sue viscere, così Dio non si dimentica di te, perché è Lui che con amore ti ha dato la vita e ti ripete con passione materna: Io non ti dimenticherò mai!

Hai mai chiesto a Dio di poter sperimentare questa certezza interiore capace di far scaturire dal tuo cuore una sorgente di gioia indicibile?

Paolo assicura che non è per niente preoccupato dei giudizi pronunciati su di lui, siano essi di approvazione

  • o di condanna. E tu, ti senti così libero dinanzi alle lodi o alle critiche degli altri?

Desideri avere un’unica preoccupazione, quella di trasmettere fedelmente la parola del Signore? Oppure sei preoccupato di quello che gli altri possono pensare e possono dire?

Il peccato originale del ricco consiste nel porre la propria fiducia nella ricchezza, non in Dio. Cristo non si scaglia contro i ricchi in quanto categoria sociale, ma in quanto espressione di un atteggiamento che svuota il contenuto essenziale della fede. Pur non negando Dio, corriamo tutti il rischio di metterlo tra parentesi e appoggiarci ai beni terreni. Sei capace di esaminare seriamente quali desideri, sogni, inquietudini e preoccupazioni abitano il tuo cuore?

Chi rifiuta Dio, lo rimpiazza, subito o molto presto, con un sostituto. Il pericolo non è l’ateismo, ma la scelta del dio sbagliato.

Nel caso serio di dover scegliere tra Dio, la sua Parola e la ricchezza, i beni terreni, i tuoi materiali interessi, è chiaro e netto l’orientamento della tua vita? Oppure tu cerchi un compromesso?

Incubi, stress, angoscia nascono dalla maniacale ricerca di feticci, denaro, successo, godimento immediato.
La gioia autentica, la serenità profonda zampillano dalla scelta di valori autentici, o meglio dalla scelta di far spazio a Gesù nella nostra vita.  Non pensi che la scelta può essere proprio questa: dal credere anche in Dio, a credere solo in Dio?

La preoccupazione per il domani ti spinge ad accumulare denaro, velando la gioia di vivere il presente e appoggiando la tua speranza su quello che possiedi e su quello che guadagni?

Lo sappiamo: confidare nella Provvidenza non significa vivere senza impegno e oziosamente, ma lavorare come se tutto dipendesse da te e pregare come se tutto dipendesse da Dio.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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