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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 21 febbraio 2014

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  23 febbraio 2014

Levitico 19, 1-2.17-18 / 1 Corinzi 3, 16-23 / Matteo 5, 38-48

  • LEVITICO

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.  Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».

            PAROLA DI DIO

 

Levitico significa “Libro dei leviti”: infatti molte leggi di questo libro riguardano riti e decisioni che spettavano ai sacerdoti, membri della tribù di Levi. Tema di fondo è come comportarsi alla presenza di Dio: Egli è santo, anche il suo popolo deve essere santo. La parola “santo”  significa separato, riservato a Dio.  Il sacerdozio levitico vigila sulla “santità” dei luoghi (il tempio, gli altari), che siano cioè siano riservati alla divinità; vigila sulla “santità” delle cose, che cioè gli oggetti sacri non siano adibiti ad altri usi; vigila sulla “santità” delle persone, affinché conducano una vita diversa da quella degli altri uomini e perciò, in modo particolare, non conservino rancore contro nessuno, abbiano il coraggio della correzione fraterna e mai tralascino l’impegno di amare gli altri come se stessi.

Non dobbiamo stupirci se la lettura di questo libro ci lascia spesso perplessi: si tratta di una legislazione sociale e religiosa che nasce in un ambiente che ci è totalmente estraneo. Pur tuttavia, attraverso certi testi possiamo afferrare la fede profonda che la anima, un dinamismo che siamo invitati a fare nostro.

In questa religione è fondamentale la “legge di santità”, che moltiplica a dismisura i divieti: proibizione di entrare nelle case degli stranieri, di mangiare con loro o anche soltanto di stringere la mano ad un pagano. Essendo questa la mentalità comune si rimane sorpresi quando si constata che nel Libro del Levitico – e precisamente nel brano che oggi la liturgia ci propone – la “santità” è intesa in modo completamente diverso: niente separazioni materiali dagli altri uomini, niente osservanze di tipo rituale. Per essere santi basta condurre una vita diversa che si concretizza in questi impegni: onorare il padre e la madre, osservare il sabato, non odiare il fratello, rinunciare al rancore e alla vendetta e “amare il prossimo come se stessi” (vv.17-18).

Quest’ultima indicazione – insieme alla famosa raccomandazione del libro dei Proverbi: “Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare; se ha sete, dagli acqua da bere”(Prov 25,21) – è il punto più alto a cui è giunta la morale dell’Antico Testamento. Tuttavia, in essa è ancora presente un limite: l’amore richiesto non è universale; l’interpretazione rabbinica lo restringeva ai membri del popolo d’Israele.

  • 1 CORINZI

Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani».  Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

            PAROLA DI DIO

 

L’apostolo Paolo ha denunciato vivacemente le divisioni della Chiesa nella città di Corinto, divisioni scusabili tra “bambini”, ma inconcepibili tra cristiani maturi (coloro che sono perfetti : 1Cor 2,6). Infatti i cristiani devono essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire” (1,10).

Lo esige il fatto che “siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi“ (3,16). Se uno si rende  responsabile di divisioni che disgregano e minacciano di far crollare tutta la costruzione, sarà trattato dal Signore con grande severità (se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui).

Inoltre, occorre tener sempre presente che la “sapienza di Dio è ben diversa dalla “sapienza degli uomini”. Le discordie derivano dal fatto che i membri della comunità seguono la saggezza degli uomini che è follia dinanzi a Dio (3,19), mentre ogni cristiano è chiamato a farsi stolto per diventare sapiente, accettando la stoltezza della predicazione del Vangelo (1,21), che si compendia nella persona del Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1,23). I sapienti secondo la carne inciampano e cadono per le loro stesse scelte interessate ed egoistiche (fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia).

Infine, c’è la realtà profonda dell’appartenenza di tutti a Cristo e a Dio: voi siete di Cristo e Cristo è di Dio !

Chi ha il coraggio di fare questa scelta radicale e perciò, rinunciando a tutto e a tutti, di non avere altra ricchezza se non Cristo e Cristo crocifisso, fa l’esaltante esperienza che tutto gli giova, tutto gli appartienePaolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!

Basterà ricordare queste parole di Gesù: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna (Mt 19,29).

Mentre l’evangelista Giovanni ci racconta che, quando Gesù entrò solennemente in Gerusalemme e alcuni Greci domandarono all’apostolo Filippo: “Signore, vogliamo vedere Gesù”, Gesù rispose: “è venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12,20-25).

  • MATTEO

Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

PAROLA DEL SIGNORE

 

Continua il discorso della montagna nel Vangelo di Matteo. Dopo le quattro antitesi di Domenica scorsa, ecco le altre due antitesi: “Avete inteso che fu detto … ma io vi dico “.

La prima riguarda il modo nuovo di ottenere giustizia. Nelle società arcaiche, dove non c’era un potere statale capace di mantenere l’ordine, si ricorreva facilmente alla vendetta, alla rappresaglia senza limiti. Il malfattore, una volta scoperto, veniva sottoposto a castighi esemplari, a punizioni pubbliche tanto severe e crudeli da dissuadere chiunque altro dal commettere tali crimini. La ritorsione serviva da deterrente, ma era un modo barbaro per fare giustizia.  Lamec, discendente di Caino, si tutelava incutendo terrore: “Ho ucciso un uomo per un graffio e un ragazzo per un livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette” (Gen 4,23-24).

È per porre un freno a questi eccessi che la Torah aveva stabilito: “Occhio per occhio e dente per dente” (Es 21, 23-25). Questa è la legge più travisata della storia del diritto. È citata per esempio quando, ricevuto uno sgarbo, si ripaga con la stessa moneta. “Occhio per occhio e dente per dente” equivale, in questi casi, al rifiuto di avere compassione, di accordare clemenza al colpevole. In realtà la disposizione aveva tutt’altro significato: vietava i castighi esemplari e le rappresaglie. Intesa correttamente rimane valida anche oggi e, se praticata, garantisce l’equità delle sentenze. Gesù non la considera decaduta, propone di andare oltre questa giustizia rigorosa e invita ad affrontare il problema in un altro modo e ce lo fa capire con quattro esempi, presi dalla vita quotidiana del suo popolo.

Il primo esempio riguarda la violenza fisica: “se uno ti dà una schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra”. Quello che il Signore domanda ai discepoli è la disposizione interiore ad accettare l’ingiustizia, a sopportare l’umiliazione, piuttosto che reagire facendo del male al fratello. Se alla violenza si reagisce con un’altra violenza, non solo non viene eliminata la prima ingiustizia, ma se ne aggiunge un’altra. Questo circolo può essere spezzato solo con un  gesto originale, assolutamente nuovo: il perdono. Tutto il resto è vecchio, è qualcosa di già visto, di ripetuto senza sosta dagli inizi dell’umanità.

Il secondo esempio si riferisce all’ingiustizia economica: “a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”. Il discepolo deve manifestare il suo totale e incondizionato rifiuto di entrare in liti e contese. Per questo cede anche il mantello, l’ultimo indumento che gli rimane.

Il terzo esempio è l’abuso di potere: “Se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due”. Poteva capitare che i soldati romani e qualche signorotto locale costringessero poveri contadini a fare da guide o a portare carichi. Gesù chiede al discepolo che, senza fare calcoli, mantenga il cuore libero dai risentimenti e si astenga da qualunque reazione che non sia dettata dall’amore.

Il quarto esempio è quello della persona importuna: “Da’ a chi ti chiede e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle”. Un prestito, che può essere anche un alloggio, un posto di lavoro, un prezzo di favore. Dice Gesù: non fingere di non capire, non cercare scuse, non inventare difficoltà inesistenti, non cercare di scaricare su altri il problema. Se puoi fare qualcosa, fallo e basta.

L’ultima antitesi (la sesta) riguarda l’amore dei nemici. “Avete inteso che fu detto:  Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Nell’Antico Testamento il primo comandamento si trova nel Levitico (19,18), ma non si trova il secondo (odierai il tuo nemico). Quindi Gesù non si riferisce ad un testo specifico della Torah, ma alla mentalità che si era creata in Israele a partire da quei testi biblici che parlano di guerre sante (Deut 7,2; 20,16), dove compaiono sentimenti di vendetta (Salmo 137, 7-9) o si manifesta il proprio attaccamento al Signore  in modo grossolano (salmo 139,12-22). Ma anche nell’Antico Testamento ci sono ammonizioni a non ricambiare il male (Prov 24.29) e si raccomanda l’amore del nemico (Es 23,5) e non mancavano rabbini che sostenevano che il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lev 19,18) doveva essere esteso anche al nemico.

Perfino tra i sapienti pagani dell’antichità non mancano esortazioni morali elevatissime. Diogene diceva: “Compòrtati in modo da trasformare i tuoi nemici in amici”  e Marco Aurelio insegnava: “Proprio dell’uomo è amare anche quelli che lo percuotono”.

Ma l’imperativo “Amate i vostri nemici” è invenzione di Gesù!

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”: la preghiera purifica la mente e il cuore e ci fa vedere il malvagio con gli occhi di Dio il quale non ha nemici. La perfezione, a cui Gesù chiama i suoi discepoli, non è la perfetta osservanza della Legge, ma l’amore senza limiti del Padre (siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste). Se per l’ebreo la perfezione era l’esatta osservanza della Legge, per il cristiano la perfezione è l’amore senza limiti del Padre celeste, il quale nel Cristo si dona tutto e non esclude nessuno dal suo amore.

Il tuo aiuto, Padre misericordioso,  ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito,
perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà
e possiamo attuarlo nelle parole e nelle opere.
O Dio, che nel tuo Figlio spogliato e umiliato sulla croce, hai rivelato la forza dell’amore,
apri il nostro cuore al dono del tuo Spirito e spezza le catene della violenza e dell’odio,
perché nella vittoria del bene sul male testimoniamo il tuo vangelo di riconciliazione e di pace.

Tu, dove poni la tua “santità”? Non corri il rischio di ricercarla nel separarti dagli altri uomini o in pratiche ed osservanze di tipo rituale? Perché non prendere sul serio l’avvertenza del libro del Levitico: se vuoi essere “santo, perché io il Signore, tuo Dio, sono santo”, “amerai il tuo prossimo come te stesso”?

Parlando di cristiani maturi (perfetti), l’apostolo Paolo dà questa indicazioni:

-          consapevoli di essere inabitati (tempio dello Spirito santo),

-       guidati da una sapienza che non è quella della carne, ma quella dello Spirito di Dio,

-         nella certezza che, appartenendo a Cristo e a Dio, siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio

Quale indicazione è indicata dalla tua coscienza come maggiormente necessaria per la tua vita?

Ti capita, talvolta, di regolare i tuoi rapporti con gli altri secondo la legge del taglione:occhio per occhio e dente per dente”?

Quello che Gesù domanda ai discepoli suoi dicendo: “se uno ti dà una schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra”, provoca in te una ripulsa, magari anche intellettuale? Eppure pensa a quali eccessi si giunge quando si respinge il male col male, innestando una reazione a catena che cresce in modo esponenziale.

Ti è mai capitato di fare l’esperienza del perdono, che non solo spenge la violenza, ma ti mette una grande pace nel cuore ed aiuta il violento a riconoscere lo sbaglio del suo atteggiamento?

Da’ a chi ti chiede ecc”. Non è forse vero che, dinanzi alle richieste di aiuto materiale o spirituale, molte volte fingiamo di non capire, inventiamo difficoltà inesistenti, cerchiamo di scaricare il problema su altri? Sembra che Gesù ti dica: Se puoi fare qualcosa, fallo e basta.

Anche il Cireneo fu costretto a portare la croce di Gesù. I soldati romani lo costrinsero in malo modo, ma la sua fatica ebbe la ricompensa della fede e la gloria di un gesto che sarà ricordato per sempre.

Non ti chiede il Signore, dinanzi alle occasioni che si presentano anche in modo inopportuno o addirittura ingiusto, di riconoscere la Sua presenza, nascosta e perciò di maggior prova per la fede, e fare quello che è nelle tue possibilità, senza risentimenti e senza reazioni non dettate dall’amore?

Quello che Gesù dice a proposito dei nostri nemici e di quelli che ci perseguitano, va al di là della nostra immaginazione e delle nostre capacità: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”.

Si tratta di una via radicalmente nuova, sulla quale Lui ha camminato per primo e sulla quale Egli domanda a tutti noi di seguirlo con coraggio, affinché il male sia sconfitto pienamente dentro di noi e nel mondo in cui viviamo. Dio non ti domanda la perfetta osservanza di una Legge. Gesù ti domanda di seguire i suoi passi nell’obbedienza amorosa al Padre, affinché tu cammini verso la perfezione che splende nel Padre il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

La strada che il Signore Gesù ti mette dinanzi è difficile e meravigliosa: amare come ama Dio, amare come ama Gesù, amare anche i nemici. Su questa strada Egli ci precede e ci chiama. Scegli di seguire Cristo e Cristo crocifisso; farai l’esaltante esperienza che tutto ti giova e tutto ti appartiene.

       Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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