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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 7 febbraio 2014

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  9 febbraio 2014

Isaia 58, 7-10 / 1 Corinzi 2, 1-5 / Matteo 5, 13-16

  • ISAIA

Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

            PAROLA DI DIO

 

La pratica del digiuno si trova presso tutti i popoli. Fin dai tempi più remoti si digiunava quando incombeva un pericolo, quando la sventura si accaniva e si moltiplicavano le disgrazie, come la grandine o le cavallette che distruggevano i raccolti, come le epidemie che mietevano vittime.

La pagina del profeta Isaia va collocata nel contesto di questi momenti di digiuno. Siamo nel V secolo a.C., il tempo del post-esilio. Il popolo è tornato da Babilonia, ma le promesse dei profeti tardano a realizzarsi.

Invece della sospirata comunità pacifica si è instaurata una società dominata da arrivisti e profittatori. Ovunque ci sono violenze, angherie, discordie. Per convincere Dio a intervenire e porre rimedio alla situazione, si indice un digiuno nazionale, rigoroso, severo. Ma nulla cambia, tutto continua come prima.

Allora ci si chiede, rivolgendosi a Dio: “Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?“ (Is 58, 3).

La lettura di oggi dà risposta a questo interrogativo. Il vero digiuno, quello che produce effetti prodigiosi è aver cura di chi ha bisogno: spezzare il pane con l’affamato, ospitare i miseri senza tetto, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne, cioè, da chi è uomo come te, anche se diversi sono il colore, la cultura, la religione(v.7).

Allora le tue tenebre scompariranno, si cureranno le ferite della società, nascerà una comunità in cui splende la giustizia e la gloria di Dio. La solidarietà fattiva con chi ha bisogno provocherà il positivo intervento di Dio per te, la tua famiglia, la tua comunità (vv.8-9a).

Nella seconda parte della lettura viene indicata un’altra caratteristica del vero digiuno: l’impegno a togliere di mezzo ogni forma di oppressione, l’accusa ingiusta, il parlare arrogante. Non basta, quindi, fare la carità e l’elemosina, ma bisogna porre fine a tutti gli atteggiamenti ingiusti e discriminatori.

Ma la carità concreta nei confronti di chi ha fame con l’impegno a risolvere ogni situazione di ingiustizia è quello che ci vuole perché fra le tenebre brilli la tua luce e la tua tenebra diventi luminosa come il meriggio.

 

  • 1 CORINZI

Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

            PAROLA DI DIO

 

I cristiani di Corinto erano per lo più di umili origini, gente che non contava nella società (1Cor 1,26).

L’apostolo Paolo interpreta questo fatto come un segno della preferenza di Dio per le persone umili e disprezzate, e porta l’esempio della sua persona: Io, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato con sublimità di parola o di sapienza. In Grecia era apprezzata la sapienza, come capacità di “indagare il vero in quanto vero e sollecitudine dell’anima sostenuta dalla retta ragione”, come diceva Platone. Ma si disprezzava ogni discorso privo della dimostrazione razionale, non sostenuto dalle prestigiose risorse del pensiero dei filosofi.

In Paolo non era soltanto il contenuto del suo discorso ad essere povero.  Era la sua stessa persona ad essere la meno indicata a portare avanti con successo una così grande missione (vv. 3-5). Fra i Corinzi qualcuno si era espresso con la battuta, “le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa “ , e l’apostolo aveva reagito duramente scrivendo: ” Questo tale rifletta che quali noi siamo a parole, per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza” (2 Cor 10,10).  Della sua non brillante abilità oratoria Paolo era cosciente: ne aveva avuto una prova ad Atene, quando era stato invitato a parlare nell’Areòpago (At 17,16-34) e tale doveva risultare nella Chiesa di Corinto al confronto con Apollo, che Luca negli Atti degli Apostoli dice: “uomo colto, esperto nelle Scritture … che era stato istruito nelle vie del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni “ (At 18, 24-28).

Eppure il Vangelo a Corinto aveva avuto una notevole diffusione. Come mai? Paolo spiega: la Parola di Dio è forte per se stessa e la sua penetrazione nel cuore degli uomini dipende non da capacità umane, ma dalla “manifestazione dello Spirito e della sua potenza”.

 

  • MATTEO

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

PAROLA DEL SIGNORE

 

Per definire i discepoli e la loro missione, Gesù – ci dice oggi Matteo – adopera una serie di immagini: il sale, la luce, la città posta sul monte, la lucerna.

Voi siete il sale della terra.  Il sale dà sapore ai cibi. I discepoli devono diffondere nel mondo una saggezza capace di dare sapore e significato alla vita. Senza la sapienza del Vangelo che senso avrebbero la vita, le gioie e i dolori, i sorrisi e le lacrime, le feste e i lutti? Senza la Parola di Gesù l’uomo si fermerebbe alla parola del Qoèlet: “È meglio mangiare, bere e godere dei beni nei pochi giorni di vita che Dio dà: è questa la sorte dell’uomo “ (Qo 5,17). Ma Gesù ha detto: “La vostra tristezza si cambierà in gioia … ora, voi siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia “ (Gv 16,23).

Il sale conserva gli alimenti. Il cristiano è chiamato ad impedire con la sua presenza la corruzione, a impedire che la società, guidata da princìpi cattivi, si decomponga e vada in disfacimento. Se i valori del Vangelo non sono richiamati dalla testimonianza della vita e dalla chiarezza della parola, più facilmente si diffonde la dissolutezza, l’odio, la violenza, la sopraffazione.

In un mondo dove è messa in dubbio la intangibilità della vita umana, dal suo sorgere nel grembo della madre al suo spengersi naturale, il cristiano è sale che ne ricorda la sacralità.

In un mondo in cui si banalizza la sessualità, le convivenze e gli adultèri sono guardati con compiacenza, il cristiano è sale che ricorda e ripropone la bellezza e la santità dell’amore fra l’uomo e la donna.

In un mondo in cui il denaro la fa da padrone e, nascostamente o senza ritegno , si cerca il proprio interesse anche a danno degli altri, il cristiano è il sale che ricorda l’esempio e l’insegnamento di Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita a causa mia e del vangelo, la salverà “ (Mc 8,35; cf  Mt16,21-28; Lc 9,22-27; Gv 12,25).

Il sale era usato anche per confermare la inviolabilità dei patti. Presso gli Assiri lo si utilizzava nel culto, e presso i nomadi nei pasti di amicizia e di alleanza, da dove l’espressione “alleanza di sale” (Num 18,19) per esprimere la stabilità del’alleanza tra Dio e il suo popolo (Lev 2,13).

I cristiani sono, in questo senso, sale della terra, perché testimoniano la indefettibilità dell’amore di Dio e perciò custodiscono la speranza per tutta l’umanità.

Gesù mette in guardia i discepoli dal pericolo di perdere il proprio sapore: se il sale perdesse il sapore … a null’altro serve che ad essere gettato via. I cristiani sono capaci di fare questa cosa terribile ed assurda: rovinare il sale, cioè far perdere al Vangelo il suo sapore.

Voi cristiani – dice Gesù – siete come una città collocata sopra un monte : non può restare nascosta.

Come quei villaggi dell’alta Galilea, che, posti sulle cime delle montagne e lungo i clivi delle colline, si scorgono, nell’ampiezza del panorama, anche da lontano. Da parte di Gesù non è un invito a farsi notare, a mettersi in mostra. È piuttosto un richiamo alla responsabilità che deriva ad ogni credente dal dono del Vangelo consegnato alla sua vita.

Voi siete la luce del mondo.  La missione affidata da Dio ad Israele (vedi la prima lettura) e che in Gesù si è manifesta in tutta la sua pienezza : “il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce “ (Gv 3,19); “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita “ (Gv 8,12); “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre (Gv 12,46). I cristiani sono come la luna, la quale riflette la luce del sole che non si vede.  È attraverso i cristiani che Gesù continua a mostrarsi agli uomini del nostro tempo.

Ecco perché non puoi pensare di nascondere la lucerna della tua vita sotto un vaso.  Per mancanza d’aria sotto il vaso la luce si estinguerebbe immediatamente. La lucerna va posta sopra il lucerniere della tua esistenza concreta. Un poeta arabo contemporaneo (Ebrat en-Na’ini) insegna anche a noi cristiani: “come la luce non è il sole eppure è del sole, così l’uomo è segno di Dio pur non essendo Dio. Noi siamo i raggi della verità, non Lui che è la verità. Come la luce del sole non è il sole”.

Sei dunque come uno specchio che riflette la luce. Per rifletterla bene impegnati ad essere terso ed intero. 

Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore,

e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te,

aiutaci sempre con la tua protezione.

O Dio che nella follia della croce manifesti

quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo,

donaci il vero spirito del Vangelo,

perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra.

Quante volte, dal momento che le nostre preghiere e le nostre penitenze non hanno una risposta visibile da parte di Dio, anche sulle nostre labbra è il lamento: “Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai? “ !

Il vero digiuno, quello che produce effetti prodigiosi, è aver cura di chi ha bisogno: spezzare il pane con l’affamato, ospitare i miseri senza tetto, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne, cioè, da chi è uomo come te, anche se diversi sono il colore, la cultura, la religione.

Perché non provi anche tu a non distogliere gli occhi da quelli della tua carne, affinché la tua luce sorga come l’aurora e si rimarginino le tue ferite e tu sia una luce di speranza fra le tenebre di questi nostri tempi?

L’apostolo Paolo riconosce di non essere un gran parlatore Eppure il Vangelo ha avuto una grande diffusione. La Parola di Dio – ci spiega Paolo – è forte per se stessa e la sua penetrazione nel cuore degli uomini dipende non da capacità umane, ma dalla “manifestazione dello Spirito e della sua potenza”.

Non può darsi che – nella parrocchia, nella comunità, nella famiglia, nell’ambiente di lavoro – tu confidi troppo sulle tue capacità?

La debolezza, il timore, la trepidazione, che accompagnano i tuoi impegni di cristiano, di consacrato, di pastore di anime, sono per te motivo di scoraggiamento e di tristezza oppure sono forte spinta a confidare totalmente nel Signore?

In San Paolo c’era la convinzione profonda di non sapere altro in mezzo agli altri se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso. Chiediti seriamente: è questo il sapere che mi riempie la vita? è questa la luce che rischiara le mie tenebre?

La luce e il sale sono segni opposti: la luce ci investe dal di fuori e illumina l’esteriore; il sale, senza che lo si veda, è dentro gli alimenti e dà loro sapore.

Sei una luce che splende per gli altri?  Ma una luce può essere autentica se non nasce da una profonda coerenza interiore, da un cuore in cui l’alleanza con Dio si fa sempre più profonda e coinvolgente l’esistenza intera?

Tu lo voglia o non lo voglia, sei come una città collocata sopra un monte la quale non può restare nascosta.

Senza che tu te renda pienamente conto, tu influisci sugli altri. Ne sei sempre consapevole? Questa considerazione non dovrebbe farti più responsabile?

Sei come uno specchio che riflette la luce. C’è in te la preoccupazione di non essere uno specchio in frantumi? C’è in te l’impegno di essere, essere sempre più, uno specchio terso e non appannato?

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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