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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 31 gennaio 2014

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  2 febbraio 2014

Malachia 3, 1-4   /   Ebrei 2, 14-18    /   Luca 2, 22-40

  • MALACHIA

Così dice il Signore Dio: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani.

       PAROLA  DI  DIO

 
Probabilmente il libro di “Malachia” era anonimo, perché  la parola “malachia” significa “il mio messaggero” e pare sia stato tratto proprio dal versetto 3,1 (vedi sopra).

Lo slancio e il fervore che i profeti  Aggeo e Zaccaria  al ritorno dall’esilio di Babilonia avevano suscitato con la ricostruzione del tempio  e il ristabilimento del culto si sono ormai spenti. Per questo il profeta avverte che non ci si può burlare di Dio (Avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti, voi sacerdoti, con il vostro insegnamento … perciò anche io vi ho resi spregevoli2,8-9). Dio esige dal suo popolo religione interiore e purità.  Egli attende la venuta dell’angelo dell’alleanza, preparato da un misterioso inviato, nel quale viene riconosciuto Giovanni Battista, il precursore (manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me ). Questa messianicità vedrà il ristabilimento dell’ordine morale (io mi accosterò a voi per il giudizio – 3,5)  e dell’ordine cultuale  (Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani - 3,4),  culminante nel sacrificio perfetto offerto a Dio da tutte le nazioni (dall’Oriente all’Occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure, perché grande è il mio nome fra le nazioni – 1,11).

Il profeta ci assicura che il Signore manderà un messaggero che gli preparerà la strada e  spalancherà le porte del tempio per farvi entrare il Signore che voi cercate, e il desiderato angelo dell’alleanza. Questo personaggio misterioso ha i connotati del Messia: la sua opera è un atto di redenzione che purifica il male nell’uomo. L’esempio del fonditore che  adopera il fuoco per l’argento e dei lavandai che si servono della   lisciva per pulire i panni disegnano bene la purificazione e l’affinamento che il Signore opererà perché l’offerta sia  secondo giustizia  e quindi gradita al Signore.

 

  • EBREI

Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.  Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

       PAROLA  DI  DIO 

La solidarietà fra Gesù e gli uomini si esprime in modo profondo nella comunanza di una natura debole, esposta al dolore e alla morte. Gesù ha voluto essere solidale con i fratelli figli di Dio fino a prenderne la natura umana nella sua debolezza e mortalità.

Il diavolo ha il potere sulla morte in quanto l’ha introdotta nel mondo inducendo il primo uomo al peccato (cf Gen 3; Sap 2,23-24; Rom 15,12) e ha mantenuto l’umanità in stato di angoscia per il timore di una morte senza speranza di risurrezione.

Per timore della morte”. La morte ora non incute più spavento dopo che il Cristo con la sua morte e risurrezione ha vinto il diavolo e ha tolto alla morte il suo pungiglione (cf 1Cor 15,20-28.50-57).

La morte di Gesù è presentata come strumento di redenzione in contrapposizione con le istituzioni sacerdotali e gli antichi sacrifici: Gesù entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna (Ebr 9,12). Egli, una volta sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso (Ebr 9,26). La morte e la risurrezione di Cristo formano anche nella lettera agli Ebrei, come in San Paolo, un mistero unico: i fatti della penetrazione dei cieli, dell’ingresso nel Santuario celeste, della comparsa davanti al volto di Dio e della sessione alla destra del Padre e della sua costituzione come sommo sacerdote nella casa di Dio e come sommo Pastore delle pecore, appartengono tutti alla “consumazione” dell’ufficio sacerdotale di Cristo e sono un tutt’uno con la morte-risurrezione-esaltazione.

Cristo è in tutto simile a noi, perché vero uomo, “carne” come ogni essere umano. Cristo, però, è anche Figlio di Dio, è Dio ed allora l’intreccio tra umanità e divinità diventa totale, il nostro abbraccio liberatore con Dio è pieno ed esaltante.

 

  • LUCA

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse fra le braccia e benedisse Dio dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: ”Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritornò in Galilea, alla loro città di Nazareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza,  e la grazia di Dio era su di lui.

       PAROLA  DEL SIGNORE 

Eccoci alla grande scena lucana della presentazione del Cristo al Tempio di Gerusalemme. Il salmo 24 (responsoriale), usato per le processioni dell’Arca al nel Tempio, potrebbe idealmente accompagnare questo ingresso: “Alzate, o porte, la vostra fronte, / alzatevi, porte antiche, / ed entri il re della gloria”.

Prendendo possesso del luogo della Presenza di Dio, Cristo  attua in pienezza l’incontro tra spazio e infinito, tra tempo ed eterno. Egli è “la salvezza preparata per tutti i popoli”, per cui tutta la terra e tutta l’umanità vengono consacrate. Il culto sacrificale è benedetto e prepara quello perfetto della croce.

Il commento teologico a questo evento, come di solito nel Vangelo dell’infanzia  di Luca, è affidato ad un cantico della Chiesa primitiva, quello di Simeone, che è contemporaneamente un salmo di ringraziamento e un inno di lode pura. Esso è come un sigillo all’antica Alleanza che ora, nel Cristo, trova la meta della sua tensione, l’esaudimento delle sue speranze.

“ Dio viene esaltato per la salvezza già preparata, la quale però è vista ancora come futura. Tuttavia, il compimento di questa salvezza è già intuibile in questo inizio modesto, in questo bambino. Solo in questa tensione tra il “già” e il “non ancora” dell’eschaton”  -  consumazione, finale, compimento -  è possibile la liturgia cristiana, la quale ha i suoi  inizi proprio in questi inni della storia dell’infanzia”.

La liturgia della Parola di questa festa è un canto di speranza e di gioia. Vi palpita quell’ottimismo di fondo, che nasce dalla certezza dell’amore di Dio che ha in Gesù la manifestazione insuperabile.

Il saluto posto in apertura della benedizione delle candele sviluppa proprio questo tema: “Sono passati quaranta giorni dalla solennità del Natale. Anche oggi la Chiesa è in festa, celebrando il giorno in cui Maria e Giuseppe presentarono Gesù al tempio. Con quel rito il Signore si assoggettava alla prescrizioni della legge antica, ma in realtà veniva incontro al suo popolo, che l’attendeva nella fede.  Guidati dallo Spirito Santo vennero nel tempio i santi vegliardi Simeone ed Anna; illuminati dallo stesso Spirito riconobbero il Signore e pieni di gioia gli resero testimonianza. Anche noi qui riuniti dallo Spirito Santo andiamo incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell’attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria”.

Nella liturgia odierna c’è, accanto al tema gioioso della luce, a cui il cuore si apre prontamente, il tema delle tenebre, del rifiuto di Gesù, del peccato: il vecchio Simeone, rivolgendosi a Maria parla della caduta di molti in Israele, presenta Gesù come  segno di contraddizione  e predice a Maria una sofferenza che le trapasserà l’anima.

Accettare Gesù vuol dire vivere l’impegno di rinnegare se stessi, prendere ogni giorno la nostra croce e seguire le orme che sono per tutti disegnate dal Vangelo, cioè da quello che Gesù ha fatto ed ha detto.

Il tempio, il sacrificio perfetto, il culto sono una componente significativa di tutte le letture di oggi. Si tratta di un invito a scoprire la liturgia  come il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo.

“Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia”  (Costituzione sulla santa liturgia Sacrosanctum Concilium, 7).

In un libretto titolato “La vita del piccolo san Placido” (scritto da una monaca benedettina – Paris, 1954?) – Placido è il giovanissimo monaco di San Benedetto –  vi sono alcune espressioni a riguardo della liturgia che possono far palpitare il cuore di gioia e stimolare un impegno di vita.

“Quando la sorellina Flavietta, dopo essere stata una giornata con lui, decide di prendere il velo, il piccolo Placido, che non le aveva mai parlato di vocazione religiosa, si meraviglia e si confida col Padre Maestro, che gli dice:”Figlio mio, il vero apostolato non è parlare, ma essere. Oggi è di moda l’apostolato ciarliero. Il nostro apostolato è la santità.  ‘Ogni anima che si elèva, elèva il mondo’.  Bisogna fare tutto il possibile per santificarsi e lasciare il resto a Dio”.

“ Che cosa rappresenta l’Ufficio per il piccolo Placido? Cantare la propria vita e vivere il proprio canto.

Ma che cosa è il canto? E che cosa è questa vita che il canto rivela? Chi è Colui al quale ci rivolgiamo con queste parole? In quali rapporti ci troviamo con Lui?

Ormai il piccolo Placido si trova stabilito nel suo giusto posto dinanzi a Dio. La liturgia gli mette in bocca delle parole che egli mai avrebbe osato pronunciare. La parola foggia il suo pensiero e il pensiero plasma il suo essere.”

“ Così la liturgia cade su di lui come uno stampo e, dopo averlo trasformato, ritorna a salire a Dio come una voce di lui…di lui, piccolo Placido.   Che cosa è la Messa per il piccolo Placido?

E’ l’impatto di tutto il suo essere, la fusione di tutte le sue energie con l’umanità di nostro Signore, per l’offerta a Dio, che è l’atto unico della vita “et nunc et semper”.

Dio onnipotente ed eterno,

guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa

della Presentazione al tempio

del tuo unico Figlio fatto uomo

e concedi anche a noi di essere presentati a te

pienamente rinnovati nello spirito.

Occorre essere purificati e affinati dal Signore per offrire al Signore un’offerta gradita, cioè per essere uniti al Cristo che per noi ripresenta al Padre l’offerta di se stesso (ogni Messa è la “ri-presentazione” di quello che Gesù ha fatto una volta sola ed una volta per tutte e una volta per sempre).

Questa riflessione non potrebbe aiutarti nei momenti di sofferenza e di fatica? Sono i momenti in cui hai di più da offrire, i momenti preziosi in cui tu compi per la tua parte quello che manca alla passione di Cristo per la santità della Chiesa e la salvezza dell’umanità.

Dopo che il Cristo con la sua morte e risurrezione ha vinto il diavolo e ha tolto alla morte il suo pungiglione la morte non dovrebbe più incuterci spavento.

Si comprende perché nella liturgia la Chiesa metta sulle labbra del sacerdote le parole: “Viviamo nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il Salvatore nostro Gesù Cristo”.

Perché non pregare spesso – per esempio alla fine di ogni giornata – , affinché il Signore ci conceda una santa morte ?

Perché non rimanere in contemplazione di Maria e Giuseppe che vanno al tempio per la presentazione del Bambino Gesù ?

Non fa rimanere senza parole la loro obbedienza alla legge ebraica, pur nella consapevolezza che quel figlio è Figlio dell’Altissimo e Maria ha concepito per opera dello Spirito Santo?

Non dà a tutti noi la grande lezione che bisogna obbedire alla legge, ma sempre superandola per aderire a Dio e rispondere unicamente al suo amore?

Perché non chiedere quello Spirito che ha condotto e ispirato  i santi vegliardi Simeone ed Anna, affinché sappiamo riconoscere  il Signore  particolarmente nella Eucaristia e sentirne la voce palpitante nel Vangelo  e  accoglierne  la presenza nel prossimo soprattutto povero e  bisognoso?

Ritornati a Nazareth, il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza,  e la grazia di Dio era su di lui.

È nel quotidiano che la vita cresce in modo da piacere al Signore. È nella vicenda semplice della nostra vita concreta, giorno dopo giorno, che in noi il Signore realizza il suo meraviglioso disegno di amore.

Ti sfugge l’importanza del quotidiano?

Sei convinto che il vero apostolato non è parlare, ma essere ? Il tuo parlare nasce e prende forza dalla coerenza col tuo vissuto? Oppure tu vivi nella contraddizione, sottolineata anche da Gesù, di quelli che dicono ma non fanno?

La tua partecipazione alla liturgia è cantare la propria vita e vivere il proprio canto ?

Ma che cosa è il canto? E che cosa è questa vita che il canto rivela? Chi è Colui al quale ci rivolgiamo con queste parole? In quali rapporti ci troviamo con Lui?

La liturgia cade su di te come uno stampo ?

La liturgia ti insegna a riconoscere le tue colpe anche di fronte agli altri: Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato …

La liturgia ti domanda di metterti in ascolto della Parola di Dio, cercando di cogliere quello che oggi il Signore ti chiede e diventando, così, un vero discepolo, che ascolta e mette in pratica …

La liturgia ti aiuta a diventare, unito a Cristo, un’offerta gradita a Dio …

La liturgia ti chiede di essere anche tu pane spezzato per gli altri …

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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