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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 17 gennaio 2014

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  19 gennaio 2014

Isaia 49, 3.5-6 / 1 Corinti 1, 1-3 / Giovanni 1, 29-34

  • ISAIA

Il Signore mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

            PAROLA DI DIO

 

In esilio a Babilonia, i Giudei sognano la liberazione e il ritorno in patria. Un profeta – il cosiddetto Deutero-Isaia – continuando l’opera del profeta Isaia (cc.1-39), annuncia la liberazione.

Gli ebrei avevano tanto contato su Ciro (“Io dico a Gerusalemme: sarai abitata …Io dico a Ciro: Mio pastore …” [ Is.41,2; 43,14; 44, 24-45, 13; 44, 28; 45, 1]).  Ma qui il profeta annuncia che la liberazione non arriverà da un re guerriero, ma da un servo, il quale, in questo secondo carme del Servo del Signore, presenta le credenziali che legittimano la sua missione, come facevano i profeti nel racconto della loro vocazione. Missione che manifesterà la gloria di Dio e lo mostrerà come luce non solo per le tribù di Giacobbe e i superstiti d’Israele (sarebbe troppo poco!), ma per tutte le nazioni fino all’estremità della terra.

Il termine aramaico – talyà – usato da Giovanni Battista per presentare Gesù, significa “agnello” ed anche “servo”. Il pensiero perciò va facilmente al “Servo sofferente” di cui si parla nel quarto carme: “era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is.53,7).

L’immagine dell’agnello è assai significativa anche per noi, ma difficilmente riusciamo a cogliere la ricchezza delle allusioni bibliche. L’immagine dell’agnello ci fa pensare a un essere innocente e indifeso, rievocando la condizione della vittima predestinata e dell’innocenza calpestata. Ma per gli ebrei era immediato pensare all’agnello sacrificale della notte di Pasqua e all’agnello dalle ossa non spezzate che veniva offerto in sacrificio nel plenilunio di primavera dagli antichi pastori convinti che Dio avrebbe compensato il sacrificio con abbondanti parti del gregge durante il nuovo anno.

Per Israele, l’agnello pasquale era legato all’esperienza dell’esodo e quindi al dono della liberazione politico-spirituale.

Difficile stabilire se il profeta intenda riferirsi ad un personaggio storico reale o se, per “servo del Signore”, intenda la comunità tutta di Israele. Il primo versetto [Mio servo tu sei, Israele] sembra favorire la seconda interpretazione, ma il versetto seguente pare contraddirla [plasmato per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele]. È certo che i primi cristiani hanno visto i lineamenti del “servo di Jahwè” perfettamente riprodotti in Gesù. Così, Giovanni Battista presenta Gesù come l’agnello pasquale della nuova alleanza, al quale non venne spezzato alcun osso. Nell’Apocalisse il Cristo glorioso viene chiamato l’Agnello per eccellenza per ben ventotto volte (per es. “il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio” - Ap 21,22).

  • CORINTI

Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
PAROLA DI DIO

Oggi si proclama l’introduzione della prima lettera ai Corinti, che sarà la seconda lettura delle prossime sei Domeniche. “La lettera appartiene al ciclo dei grandi testi paolini: meno solenne di quella ai Romani, ma più personale e appassionata, carica dello stile imprevedibile dell’apostolo, trascinato sempre dalla passione che  gli riempie  il cuore: l’amore del Signore nostro Gesù Cristo. Lo scritto, composto probabilmente attorno alla Pasqua del 57 (oppure nel 54?) [cfr. At.18; 1 Cor.5, 6-8; 16,8], è anche una vera e propria fotografia della “parrocchia” più amata da Paolo e spesso più difficile e più lontana dal Vangelo  sotto molteplici aspetti: sociali (cosmopolita frantumata in sperequazioni assurde), culturali (capitale dell’esotismo religioso e ideologico), morali (corruzione e “dolce vita” da basso Impero). Tutto questo crea alla comunità cristiana una serie di problemi che ancor oggi si ripropongono alla pastorale dei grossi centri urbani occidentali: il frazionamento in gruppuscoli, il permissivismo sessuale, il rapporto con i “non-credenti”, la ideologia cristiana, la liturgia, unità e pluralismo, gli stati di vita, i rapporti politici, il destino dell’uomo.

A tutti questi problemi Paolo cercherà di offrire una risposta tracciando un cammino pastorale per la “Chiesa di Dio che è a Corinto”. Nel saluto iniziale, formulato in greco (“grazie”) ed in ebraico (“pace”) Paolo saluta i cristiani che ha chiamato “Chiesa “.

Chiesa è la comunità, il gruppo di cristiani di quella città. Chiesa  significa “gente convocata”, “gente chiamata da Dio”. Ritorna il tema della vocazione: se i corinzi sono diventati credenti è perché Dio li “ha chiamati”, li “scelti”.

I cristiani sono “santi per chiamata”. “Santo” significa “separato”, posto da parte, riservato a Dio. I corinzi cristiani sono santi, perché diversi dai pagani. Non vivono in un ghetto, separati dagli altri, lontani dagli altri – questo sarebbe contrario al Vangelo che li vuole ”sale della terra” (Mt 5,13) e lievito che fa fermentare la massa della farina (Mt 13,33). Sono diversi,e potremmo dire separati, perché conducono una vita guidata da principi diversi da quelli dei pagani. Paolo richiama questa santità per introdurre i richiami severi contro comportamenti immorali di alcuni membri di quella comunità.

La definizione che viene data della Chiesa è suggestiva: tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro.  I corinzi non devono dimenticare che la loro comunità  è parte della Chiesa universale.

  • GIOVANNI

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

PAROLA DEL SIGNORE

 

Il Vangelo di Giovanni comincia con un prologo magistrale, un inno al Verbo che celebra l’annodarsi dell’eternità di Dio con la nostra storia umana.

Giovanni non ha la preoccupazione di Matteo o di Luca, i quali, attraverso una sapiente genealogia, riallacciano Gesù agli antichi padri per fondare la sua dignità di Messia. Giovanni va dritto al cuore del mistero: il Verbo si fece carne [uomo] (Gv 1,14). Dichiarazione solenne, dettata dallo Spirito: Gesù ha la legittimazione da Dio stesso.

E Giovanni Battista, nel quale vive e parla lo Spirito, riconosce l’Inviato di Dio e lo indica agli altri. Nel quarto Vangelo la vita di Gesù comincia quel giorno, in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando” (Gv.1, 28). Betania significa “casa del passaggio”, cioè “casa della pasqua”.

Contempliamo un meraviglioso incontro tra annunciatore e annunciato.

L’annunciatore viene dal silenzio del deserto per annunciare e proclamare la Parola. Egli riassume in sé tutta la linea profetica: Amos, il raccoglitore di sicomori diventato predicatore, come Geremia, il sacerdote proscritto diventato imitatore di Dio. Voce e gesto. Giovanni parla e mostra col dito: Ecco l’Agnello di Dio!

L’annunciato viene da un “altrove” diversamente inaccessibile: si aspettava la potenza, arriva l’innocenza. L’accento è messo sulla inafferrabile personalità di Dio nella Bibbia. Egli è il Santo, la Luce che le nostre tenebre non possono vincere.

Con l’immagine dell’agnello di Dio, il Battista chiaramente allude all’agnello pasquale, e all’agnello di cui parla il profeta Isaia (Is 53,7.12). Vi è anche un altro richiamo biblico: l’agnello associato al sacrificio di Abramo. Isacco, mentre cammina a fianco del padre verso il monte Moria, chiede: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abramo risponde: “Dio stesso provvederà l’agnello” (Gen 22,7-8).

E il Battista confessa: “Io non lo conoscevo”. Un’affermazione fondamentale, che il Battista ripete due volte. Nessuno infatti conosce Dio, se Dio non gliene fa grazia. Nessuno Lo incontra se non è condotto dallo Spirito.

“Il Battista non conosce, ma ha per la sua propria missione una triplice prescienza. Primo: che colui che viene dopo di lui è l’importante, anzi l’unicamente importante, poiché “era prima di lui”, dunque uno che viene dall’eternità di Dio. In tal modo egli conosce la transitorietà della sua missione. Non sa che lui, l’anteriore, ha già ricevuto la sua missione nel grembo materno da questo successore. Egli conosce, in secondo luogo, il contenuto della sua missione: sa che il suo battesimo di acqua è destinato a far conoscere ad Israele Colui che deve venire. Conosce quindi il contenuto del suo compito, anche se non ne conosce la meta e il compimento. E, terzo, ha ricevuto un punto di riferimento per percepire l’arrivo di questo adempimento: la colomba dello Spirito che discende e rimane sopra l’eletto. Con tutti e tre i presagi Giovanni può arrivare alla totale testimonianza: se “egli era prima di me”, deve venire dall’alto, da Dio: “io testimonio: egli è il Figlio di Dio”. Se battezzerà con Spirito Santo, allora egli è colui che, come “agnello di Dio, porta via i peccati del mondo”. Arrivare a questa conclusione dai vari cenni è, insieme con la grazia di Dio, la suprema prestazione del Battista. Egli riprende la profezia di Isaia: “Io faccio di te la luce per i popoli, affinché la mia salvezza giunga fino ai confini del mondo”, e perfino li superi”. (Hans Urs von Balthasar, Luce della Parola, PIEMME 1990)

L’ultimo dei profeti col battesimo nel fiume Giordano storicamente consegna le chiavi del vecchio mondo a Colui che viene ad aprire il nuovo. Chiude così l’ Antica Alleanza nel sacramento del passaggio e indica dove ormai si trova la Terra promessa: in Gesù, capo del popolo dello Spirito.

La conversione del cuore, che Giovanni predica, apre alla fede messianica, impregnata di luce e d’innocenza. La penitenza apre allora la porta alla rivelazione di Cristo, all’epifania di Dio (cfr. Jean-Pierre Bagot, Guide Emmaus des Dimanches et fetes, Desclée de Brouwer).

“Neppure oggi, dopo millenni, Signore, / anche per noi non è facile dire

            le parole di Giovanni: “Ecco l’Agnello!”.      / In questo mondo ferrigno e infestato da lupi,

            dove la cristianità in nulla si distingue / dal resto della società, e anzi,

            ancor più difficile è credere a quelle parole / pur con la fame che abbiamo di fede:

            Signore, che la stessa chiesa riscopra / nella sua vita la presenza dell’Agnello “.   (Turoldo)

Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra,

ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo

e dona ai nostri giorni la tua pace.

O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti,

chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza,

conferma in noi la grazia del Battesimo con la forza del tuo Spirito,

perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo.

La liberazione non arriverà da un re guerriero, ma da un servo che, in questo secondo carme del Servo del Signore, è presentato “come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori senza aprire la sua bocca”.

L’atteggiamento che Dio domanda è la prontezza nel fare la sua volontà.  Al salmo responsoriale l’assemblea ripete più volte: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà. Le parole corrispondono all’atteggiamento costante della tua vita?

Puoi applicare a te stesso le parole del salmo 39: “Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo”?

Il “servo di Jawèh” indica una comunità ed insieme una persona.

Ringrazia Dio se la tua famiglia, la tua comunità, il tuo gruppo vivono l’impegno cristiano di essere luce per tutti gli altri.

Il fatto che gli altri non vivano l’impegno di diventare luce delle nazioni, fa crescere la tua responsabilità personale di essere un richiamo, un invito, uno stimolo alla testimonianza anche per gli altri.

Le parole “è troppo poco che tu sia mio servo” per le tribù di Giacobbe , possono essere un rimprovero anche per la tua vita?

Come i cristiani della Chiesa di Corinto, anche tu sei chiamato ad essere santo insieme a tutti quelli che invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo.

È così facile dimenticare che non viviamo ognuno per conto nostro, ma siamo inseriti in una comunità e che questa comunità fa parte della comunità più larga della Chiesa particolare e quindi della Chiesa universale.

Ci sono molte persone che non vivono queste appartenenze e che non ne sentono affatto il bisogno. Appartieni anche tu a questa categoria?

Il prologo di San Giovanni è un inno stupendo che contiene una dichiarazione solenne, dettata dallo Spirito, la quale è come il cuore del grande mistero dell’Incarnazione: il Verbo si fece carne [uomo] (Gv 1,14).

Pensa queste parole con la tua intelligenza.  Fai palpitare queste parole dentro il tuo cuore. Ripetile anche con le labbra. Contemplale e pregale con intensità.

Se avverti il bisogno di condividere, di approfondire, di rispondere a dubbi e domande, non esitare e vai a trovare la persona – un sacerdote, una religiosa, una persona di cui hai stima – e parlane: sarà un regalo anche per quella persona.

L’affermazione che il Battista ripete due volte, “Io non lo conoscevo”, è fondamentale, perché nessuno conosce Dio, se Dio non gliene fa grazia, nessuno Lo incontra se non è condotto dallo Spirito.

Bisogna credere di più alla forza della preghiera per quanto riguarda la nostra fede e la fede delle persone che ci sono care o che sono affidate al nostro servizio.

Spesso la preghiera è domanda di beni materiali, è preoccupazione della nostra vita terrena. Prova a pregare per ringraziare il Signore, per adorarne la santa Presenza, per domandare una fede ed un amore più grandi, per offrire con Cristo per la salvezza del mondo le tue fatiche e i tuoi sacrifici, per chiedere il suo perdono. Prova a pregare non unicamente per te, ma per gli altri e per le cose grandi che riguardano la loro vita, la loro fede, la loro esperienza di Chiesa, la loro risposta alla propria vocazione.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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