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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 27 dicembre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  29 dicembre 2013

Siracide 3,3-7.14-17     /     Colossesi 3, 12-21     /     Matteo 2, 13-15.19-23

  • SIRACIDE

Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.  Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

                PAROLA  DI  DIO

 Intorno al 190 a.C.  Ben Sirac (da cui Siracide, cioè “scritto da Ben Sirac”), un giudeo illuminato ci offre la sua visione della famiglia. È un “saggio”, ma il suo insegnamento non  è semplicemente segnato dalla cultura del suo tempo e del suo ambiente. Egli ci offre una visione della famiglia che noi potremmo definire molto tradizionale: si esalta l’onore che i figli devono al padre e alla madre. Si tratta di un atteggiamento di accoglienza  e di riconoscenza che arriva sino a comprendere e compatire il padre nella vecchiaia  e ad essere indulgente anche se perde il senno, ma che non è basato solo su quello che si è ricevuto o si può ricevere dal genitore, ma si radica nella sfera del divino e del teologico: perciò nel quarto comandamento l’onore riconoscente per i genitori non è separato dalla gratitudine per Dio.

Il Signore ha glorificato il padre al di  sopra dei figli … la preghiera quotidiana del figlio che così onora i genitori sarà esaudita … vivrà a lungo … otterrà il perdono dei peccati “. Chi  obbedisce al Signore in questo modo,  ha la garanzia di una vita riuscita, la sua casa avrà la bellezza della novità.

 

  • COLOSSESI

Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi  di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nel vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati,  con gratitudine cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomessi ai mariti,come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

            PAROLA  DI  DIO

 

La visione che l’apostolo Paolo ha della famiglia – come chiaramente appare dalla lettera ai cristiani di Colossi  – è illuminata dall’insegnamento di Gesù su quella  nuova famiglia che è la comunità cristiana. Infatti il gruppo dei discepoli  che si raccolgono attorno alla Parola del Vangelo, nella misura in cui  la mettono in pratica, cioè fanno la volontà di Dio, sono fratello, sorella e madre (Mc 3,31-35).

In questa prospettiva  l’unità della famiglia non è più una semplice solidarietà naturale. Solo l’amore è il legame che tiene insieme la famiglia nonostante tutte le tensioni.  E proprio a partire da una concezione più vasta del vincolo di amore che unisce tutti i credenti,   san Paolo  delinea quello che deve essere la famiglia cristiana.

Allora il rapporto di obbedienza che unisce il figlio ai genitori non è più un fatto di dipendenza a senso unico, come spesso si pensava nel mondo antico,  dove solo gli adulti avevano tutti i diritti. Effettivamente l’autorità dei genitori è una autorità di servizio. Giovani e adulti, sono tutti afferrati dalla stessa corrente di grazia e di misericordia che sgorga dal Cristo Salvatore ed è proprio questa che rinnova dal di dentro tutti i rapporti umani.

Rivestitevi”. Una parola frequente in san Paolo: “rivestire l’uomo nuovo”  (Ef 4,24); “rivestitevi di Gesù Cristo” (Rom 13,14); “vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,7); “avete rivestito l’uomo nuovo” (Col 3,10).

Il vestito è importante: ci differenzia dagli animali che vanno nudi. E non è solo  la protezione del nostro corpo:  rivela la nostra appartenenza, i nostri gusti e i nostri sentimenti, mostra se siamo allegri o in lutto, se è un giorno di festa o lavorativo.  Il vestito non  può essere imposto, perché ognuno può scegliere l’immagine che uno desidera dare di sé. Nel linguaggio biblico il vestito è il simbolo delle opere che manifestano all’esterno le disposizioni interiori, le scelte del cuore. Il cristiano che nel battesimo è risorto con Cristo a vita nuova, non può continuare a indossare l’abito vecchio, ma deve rivestire l’abito nuovo.

Ecco l’abito nuovo“rivestitevi di tenerezza, di bontà, di mansuetudine, di magnanimità, di perdono vicendevole” . Ma soprattutto “rivestitevi della carità”, che è al di sopra di tutte queste cose e tutte le riassume e le unisce in modo perfetto.

Per assumere questa divisa, che è presentata a tutti, uomini e donne, sacerdoti, suore e laici [ad essa siete stati chiamati in un solo corpo], il mezzo sicuro ed efficacissimo è la Parola di Cristo.  Parola che abita tra noi nella sua ricchezza, quando è scrutata  profondamente (con ogni sapienza istruitevi ), quando è condivisa con gli altri (ammonitevi a vicenda ), quando dal cuore colmo di gratitudine sgorga il canto gioioso del  ringraziamento (cantando a Dio nei vostri cuori … rendendo per mezzo di Cristo grazie a Dio Padre ), Parola che è Cristo stesso, dal momento che  in Lui ci è stato detto tutto e ci è stato dato tutto.

Paolo applica la legge dell’amore  ai rapporti fra i membri della famiglia cristiana. Dice anzitutto alle donne di essere sottomesse ai mariti e ai mariti comanda di amare le proprie mogli. Il linguaggio, che può urtare la odierna sensibilità,  è sicuramente debitore  alla cultura del tempo (oggi san Paolo non si esprimerebbe con gli stessi termini), ma  può essere rettamente inteso  dando alla parola amore il significato inteso da Gesù: “colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo “ (Mt 20, 27-28).

Ecco perché nella lettera agli Efesini, parlando della morale domestica l’apostolo mette a fondamento  l’esempio di Gesù: “nel timore di Cristo siate sottomessi gli uni agli altri” (5,21)  e da lui prende l’esempio: “ … come anche Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5,25), “come anche Cristo fa con la Chiesa”(Ef 5,29), “questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32).

Nel versetto conclusivo del brano della lettera ai Colossesi  Paolo raccomanda ai figli l’obbedienza ai genitori (obbedite ai genitori in tutto ).  Ma, a differenza di Ben Sira, ha una parola anche per i genitori: non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. L’autoritarismo non educa, ma irrigidisce, crea sfiducia, esaspera i figli.  “La indiscutibile autorità paterna ha da promuovere nel bambino il suo proprio coraggio vitale, il che appartiene all’essenza dell’auctoritas, “incremento”  (Balthasar).

 

  • MATTEO

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino”. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: “Sarà chiamato Nazareno”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 La pagina del Vangelo di Matteo è colma di richiami all’Antico Testamento: l’angelo e i sogni, l’Egitto in cui si entra (pensa alla venuta di Giuseppe e dei figli di Giacobbe-Israele) e da cui si esce (l’esodo degli Ebrei), Erode che stermina  i bambini di Bethlem   e  il faraone che fa uccidere i bambini ebrei, il neonato Gesù che sfugge alla strage e Mosè  salvato dalle acque.

La famiglia di Gesù è presentata da Matteo come il “piccolo resto”  di cui parla il profeta Sofonia (3,12): legata al piano di Dio, ella riscrive la storia d’Israele  e  segna il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza.

I primi due sogni  guidano Giuseppe a radicarsi nel destino di Gesù. ”Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre , fuggi in Egitto”; “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele”.

È il ciclo d’Israele: Giacobbe e i suoi figli, colpiti dalla carestia, trovano rifugio in Egitto, dove diventano una moltitudine. Diventati schiavi del faraone, Dio li libera con braccio potente e attraverso il deserto li riporta dall’Egitto nella Terra promessa.

Giuseppe, avvisato da un angelo del Signore,  diventa  strumento prezioso perché la vita di Gesù s’incarni nella storia dei suoi antenati:  il bambino Gesù esce dal paese attraverso il deserto e attraverso il deserto ritorna al paese.

Matteo ha cura di sottolinearlo:  perché si adempisse quanto era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato mio figlio.  Il profeta citato  è Osea (11,1): “Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio“. Nel profeta  Osea il figlio è Israele, nel Vangelo di  Matteo il figlio è Gesù, che ripercorre il cammino d’Israele dall’Egitto alla terra promessa.

Il  terzo sogno è diverso: non si nomina l’angelo  e Giuseppe, avvertito in sogno, riflette e compie le sue scelte che segneranno l’avvenire della  piccola famiglia e della vita di Gesù:  evita di fermarsi nel territorio di Archelao, il figlio  crudele di Erode il Grande,  che aveva cercato di uccidere il bambino,  e fissa la sua dimora a Nazareth.  Giuseppe, che ha accettato di essere lo sposo di Maria e il padre legale di Gesù, è al servizio del Bambino.

Il messaggio che Matteo vuole dare  a questo punto risulta chiaro: sta per iniziare un nuovo esodo.

Israele, anche dopo essersi installato nella terra promessa non era libero. La terra promessa non è un luogo materiale. La terra promessa è il regno di Dio: è lì che gli uomini devono essere condotti per diventare realmente liberi.

Matteo si serve di un fatto che racconta in modo da trasmetterne il  messaggio teologico: guida e liberatore nostro è Gesù, che entra in scena come un bambino  fragile e indifeso. Le forze del male sembrano così potenti da poterlo facilmente sopraffare. Invece, alla fine sarà Lui il vincitore, come è accaduto con Mosè.

Il racconto di Matteo colloca la famiglia in un punto di cerniera tra tradizione e storia. Compito della famiglia è radicare i figli in una cultura, in una “linea” spirituale, ed insieme aprire loro un avvenire, metterli sulla strada della loro propria storia, frutto di una libertà: una libertà come quella che ha fatto del bambino di Nazareth il crocifisso Figlio di Dio. La libertà che nasce e cresce nell’obbedienza alla Parola di Dio.

Attraverso il testo di Matteo la “santa Famiglia” si rivela  una realtà ben diversa da un idillio sdolcinato.

Ella è luogo e dimensione  di vita, che vive il dramma di una  morte decisa dai potenti, che   passa  nel deserto  e  infine si colloca  alla  frontiera di un mondo, la  Galilea delle genti.

Ogni famiglia, in fedeltà assoluta alla Parola del Signore,  deve trasmettere  ai figli la ricchezza della propria cultura e il tesoro inestimabile della propria esperienza di fede ed insieme  deve rispettare  e confortare  la libertà dei figli nella risposta alla propria vocazione personale per la costruzione di un mondo che corrisponda al disegno di amore di Dio.

O Dio, nostro Padre, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita,

fa’ che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore,

perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine.

O Dio, nostro Creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio,

generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia;

ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita,

perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore,

e i figli crescano in sapienza, pietà e grazia, rendendo lode al tuo santo Nome.

Insieme all’impegno di trasmettere i valori legati alla cultura del nostro tempo e del nostro ambiente, c’è  in te e nella tua famiglia l’ impegno di radicare la tua vita e la tua casa sul solido fondamento della fede, in una crescente obbedienza alla parola del Signore?

Non dimenticare mai che solo in questo modo tu puoi avere la garanzia di una vita riuscita.

Poiché san Paolo dice: Rivestitevi di tenerezza, di bontà, di mansuetudine, di magnanimità, di perdono vicendevole, ma soprattutto: “rivestitevi della carità”, che è al di sopra di tutte queste cose e tutte le riassume e le unisce in modo perfetto, chiediti seriamente: io, di che sono rivestito?

E siccome  il vestito è il simbolo delle opere che manifestano all’esterno le disposizioni interiori, cioè le scelte del cuore, chiediti come stai dentro, quali sono le scelte del tuo cuore, qual è l’indirizzo profondo della tua vita.

La parola “voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore “ è come un piccolo inciampo, una provocazione, che costringe ad approfondire la parola, come suggerisce la seconda parte della frase (“come conviene al Signore”).

Dunque: Gesù, dopo aver lavato i piedi agli apostoli (quindi, dopo essersi a loro volontariamente sottomesso), rimessosi a tavola, ha spiegato il suo gesto ed ha esclamato: Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.  Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi (Gv 13,14).

Ecco come nella lettera agli Efesini (5,21) l’apostolo  traduce “come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34): “Nel  timore di Cristo siate sottomessi gli uni agli altri”.

Amare è andare incontro, sottomettersi, adattarsi, fare per gli altri quello che vorremmo facessero per noi,

rinunciare al nostro bene per cercare il bene degli altri, ecc.

È così che cerchi di amare nella tua famiglia, nella tua comunità e con chiunque tu incontri anche una sola volta?

Perché la vita di Gesù s’incarni nella storia, nella vita concreta della tua famiglia e della comunità a cui appartieni  o che ti è affidata,  tu sei uno strumento prezioso nelle mani del Signore.

Basta  che tu ascolti quello  che la parola di Dio  e la tua coscienza ti dicono e che, come Giuseppe, agisca in conseguenza.

Cos’è che manca nella tua vita: l’ascolto?  Il mettere in pratica quello che hai ascoltato?

Non hai mai pensato che, col tirarti indietro dagli impegni, tu puoi impedire al Signore di compiere i suoi progetti che sono meravigliosi ?

Ognuno, nella famiglia e nella comunità, deve trasmettere  agli altri la ricchezza della propria cultura e il tesoro inestimabile della propria esperienza di fede ed insieme  deve rispettare  e confortare  la libertà degli altri  nella risposta alla loro propria vocazione per la costruzione di un mondo che corrisponda al disegno di amore di Dio.

Tu, trasmetti?  Tu, rispetti?

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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