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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 13 dicembre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  15 dicembre 2013

Isaia 35, 1-6.8.10     /     Giacomo 5, 7-10       /       Matteo 11, 2-11

Siate sempre lieti nel Signore,  ve lo ripeto: siate lieti”. (Fil.4, 5). E’ l’antifona che apre la liturgia di questa Domenica e ne esprime la nota caratteristica:  Domenica della gioia (“Gaudete”= “siate lieti”). La orazione colletta precisa il senso di questa gioia: “Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa’ che, perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia ”.

  • ISAIA

Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

            PAROLA  DI  DIO

 

La Bibbia nella nuova versione italiana, condotta sui testi originali e pubblicata dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 2007, titola il brano del profeta Isaia  “ la gloria di Gerusalemme ”. Il profeta è vissuto in uno dei tempi più difficili della storia del suo popolo:  Gerusalemme e il tempio meraviglioso, orgoglio del popolo d’Israele, sono stati distrutti; le persone più preparate e capaci sono state deportate e nella città santa, ridotta ad un ammasso di macerie sono rimasti solo i vecchi, i bambini e i malati. Dovunque  silenzio e  morte: non un canto, non un grido di gioia, solo tristezza e tante lacrime. Ma il profeta pronuncia un oracolo di ottimismo entusiasta; con termini messianici proclama  che   quello che sembra  impossibile   diventerà  realtà:

-  nella natura: “si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa [v.1]… la terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso  sorgenti d’acqua” [v.7];

-  in mezzo agli uomini: “si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi … Lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto [v.6]”;

-  per gli esiliati di Babilonia: “ ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa…[v.8];  su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo: gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”[v.10].

Queste parole sono la smentita di Dio nei confronti dei profeti di sventura. Nonostante i segni contrari, il credente riconosce che il Signore “risplende su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte e dirige i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1,79).  Se il nostro cuore è pronto, Dio realizzerà.

 

  •   GIACOMO

Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

Certamente il dono di Dio non è evidente né automatico. Lo lascia ben intravedere la seconda lettura dove San Giacomo adopera in cinque riprese la parola “costanza”:

-  “Siate costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore” (7)

-  “l’agricoltore aspetta con costanza il prezioso frutto della terra” (7)

-  “Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore  è vicina” (8)

- “Prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti ” (10).

San Giacomo parla ai cristiani dei primi tempi: anche loro erano frettolosi, soffrivano d’impazienza nell’attesa del ritorno del Salvatore. Occorre pazienza, costanza, fiducia. Come l’agricoltore, che getta il seme nel campo. Il seme sembra scomparire e per molte settimane non si vede più nulla e sembra perduto.

Ma aspetta la  primavera e vedrai spuntare dal terreno i verdi germogli. Aspetta giugno e le spighe d’oro canteranno nel campo, pronte alla falce.

Dio ha i suoi tempi. Solo Gesù Cristo può darci sicurezza e quindi renderci pazienti, fiduciosi e costanti nell’attesa.

L’apostolo suggerisce ai poveri: fate quanto potete per ottenere giustizia, ma non commettete violenze e non  lamentatevi con chi vi è vicino, per non cadere sotto giudizio, mentre ormai è vicino l’avvento del Signore. I profeti  che hanno perseverato nella speranza siano il vostro modello di sopportazione e di fiducia nell’attesa.

 

  • MATTEO

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Gesù rispose loro: “Andate e riferite  a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”. Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: “ Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un  uomo vestito con gli abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: tra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

La pericope di Matteo ci presenta Giovanni Battista, che già aveva indicato alle folle la venuta imminente del Signore impegnandole concretamente a preparargli la strada (Mt.3, 1-13); ora, nel buio della prigione, può relazionarsi con Gesù soltanto attraverso intermediari, che sono i suoi discepoli che vengono a visitarlo nel carcere. La sua sola parola, dalla prigione di Macheronte presso il Mar Morto, è una domanda : “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”.

E’ una domanda grande quella che pone Giovanni Battista, il quale  già aveva già reso testimonianza a Gesù dicendo: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui … Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv.1, 32-34).

Come interpretare la domanda?

Si tratta, per Giovanni, della notte della fede?   Non sappiamo se, nella solitudine e nell’oscurità della sua prigione, il Battista abbia conosciuto la tristezza e l’angoscia, di cui farà esperienza anche Gesù nel giardino dell’agonia (Mt.26, 37). Se questa è stata la prova, il buio interiore permesso da Dio ha fatto parte integrante del martirio di Giovanni Battista.  Poiché, allora, anche in questo avrebbe preceduto il Messia, tanto più lo glorificherà il Signore (“tra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista”).

La preghiera del Precursore ci raggiunge sulla strada della nostra attesa del Salvatore che viene.

Dal momento che noi “camminiamo nella fede e non ancora nella visione” (2Cor.5,7), noi chiudiamo gli occhi (“beati quelli che pur non avendo visto crederanno”: Gv.20, 29) e con coraggio ci gettiamo avanti senza apparenti garanzie, sapendo che è a forza di fedeltà che si arriva a vedere e a comprendere.

Effettivamente non sappiamo quando Egli verrà. Ma sappiamo che Egli assolutamente verrà e non mancherà all’appuntamento.

Non possiamo ancora contemplare la sua maestà e la bellezza svelata del suo Volto. Eppure, vedendo il Figlio, noi  contempliamo il Padre (Gv.14, 9-10), perché l’evangelista Giovanni ci dà questa testimonianza: “venne ad abitare in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato  la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,  pieno di grazia e di verità” (Gv.1, 14).

Sì, Signore, tu sei “Colui che deve venire” e non vogliamo “aspettare  un altro” (Gv.11, 3). Come Pietro, dopo il “duro discorso” sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao, noi ti diciamo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv.6, 68).

                    “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?

Come interpretare la domanda ? Si tratta, per Giovanni Battista, di una richiesta di segni più chiari, di una manifestazione più luminosa ?

Il Battista aveva preannunciato: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco: Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile” (Mt.3, 10-12).

Ora invece Egli dice: “imparate da me che sono mite ed umile di cuore… Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt.11, 29-30) ed applica a sé la parola del profeta Isaia: “Il mio prediletto … non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante” (M.12, 19-20).

Non ci meravigliamo che il Battista possa aver avuto questo pensiero, perché anche noi, spesso, pensiamo nello stesso modo: è così difficile credere che Egli è già venuto anche se deve ancora venire (il mistero del “già” e “non ancora”)! È così difficile accettare che il Figlio dell’Altissimo e l’Inviato dell’Onnipotente instauri un regno che è, essenzialmente, regno di misericordia e di pace, di perdono e di umiltà! Oh, la tentazione di “aspettare un altro” che corrisponda di più alle nostre attese!

Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettare un altro?”: come interpretare la domanda?

La domanda non è tanto del prigioniero di Macheronte quanto  dei discepoli del Battista stesso. Egli, con questo interrogativo invia e spinge i suoi discepoli verso il Messia, e, pur dalla prigione, egli continua a dare testimonianza alla Luce: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui…Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv.3,30).

La risposta di Gesù non si fa attendere: “Andate e riferite a Giovanni”.

Riferire cosa? “ciò che voi udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella”. Gesù non ha dimenticato la testimonianza del “suo” Giovanni e – facile immaginarlo – come esulta nello spirito nel mandargli questa risposta! “l’amico dello sposo esulterà di gioia, ora la sua gioia sarà compiuta”!  (cfr.Gv.3, 29).

Ora possiamo rispondere alla domanda: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto?”.

Giovanni non è una canna sbattuta dal vento: la sua predicazione è inflessibile.

Non è nemmeno un cortigiano (avvolto in morbide vesti, nei palazzi dei re): egli è un vero profeta, il più grande di tutti i profeti, perché è colui che ha il compito e l’onore di indicare e presentare l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv.1, 29). Per questo  è il più grande fra i nati di donna (cfr.Mt.11, 11).

Ma è cominciato un mondo nuovo, nel quale noi,  nati da donna, siamo diventati anche nati da Dio: “non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio siamo stati generati” (Gv.1, 13). Giovanni Battista è il culmine dell’Antico Testamento, colui che ha annunciato i tempi nuovi.

Il Nuovo Testamento  è la pienezza dei tempi. Con Cristo “il regno di Dio è in  mezzo a noi”. Il Battista lo profetizza e noi  ne facciamo parte:  ecco perché  “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Il Signore non stabilisce una graduatoria sulla santità personale. Sottolinea, invece, la superiorità della nostra condizione di credenti. Finiremo mai di ringraziare e di rispondere alla responsabilità del dono ?

Guarda, o Padre, il tuo popolo, che attende con fede il Natale del Signore, e fa’ che
giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza.
Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a Colui che viene
e fa’ che perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede
e accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia.

Quello che il profeta Isaia annuncia (si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi ecc.),  il salmo responsoriale (145/146) lo canta come realizzato: rende giustizia agli oppressi, dà il pane  agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto,ama i giusti, protegge i forestieri, sostiene l’orfano e la vedova.  Dunque, Dio ha realizzato la sua promessa.

Ecco perché “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande” di Giovanni Battista. Siamo nel tempo che è pienezza di Dio: infatti in Gesù Verbo incarnato Dio ci ha detto tutto e ci ha dato tutto.

Nell ’Esortazione apostolica postsinodale  Parola del Signore  [30 settembre 2010]   il Papa  Benedetto  XVI ci dice: “Ogni cristiano che crede, ci ricorda sant’Ambrogio, in un certo senso, concepisce e genera il Verbo di Dio in se stesso. Se c’è una sola Madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede, invece, Cristo è il frutto di tutti. Dunque, quanto è accaduto a Maria può riaccadere in ciascuno di noi ogni giorno nell’ascolto della Parola e nella celebrazione dei Sacramenti “ (n.28).

Quante volte l’apostolo Giacomo, nel piccolo brano della sua lettera, ripete la parola   pazienza  o, secondo la nuova traduzione, costanza,   e porta l’esempio dell’agricoltore che aspetta il prezioso frutto della terra.

L’agricoltore s’impegna al massimo: pulisce il terreno, zappa, semina, irriga, strappa le erbacce … ma sa anche attendere; conosce la forza irresistibile del seme, si fida della terra che non lo ha mai tradito, crede anche nel Signore che manderà la pioggia in autunno (le prime piogge) e in primavera (le ultime piogge). Il contadino non si scoraggia anche se occorrono mesi prima di poter raccogliere il frutto della sua fatica.

So anch’io aspettare con pazienza i frutti del mio impegno di fede e della mia dedizione al prossimo?

Genitori, educatori, sacerdoti: com’è facile scoraggiarsi e lamentarsi, perché non si vedono i frutti della propria fatica! Dopo aver fatto tutto il possibile, occorre aspettare con pazienza, magari irrigando la fatica di un lavoro pesante ed anche lungo con la preghiera e l’offerta della propria sofferenza.

Una delle prove più aspre che può assalire il cuore di un credente è la notte della fede: non “sentire” più il Signore e le cose dello spirito; avere  l’impressione che Dio non ci ascolti   e sia lontano da noi e dal nostro impegno.

Ha detto Gesù: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno”:  ho il coraggio e la costanza di credere alle promesse del Signore anche senza vedere il suo intervento nelle situazioni personali o di altri?

Ho qualche volta la tentazione di scartare Cristo ed aspettare “un altro ? un altro: cioè una strada diversa da quella che Gesù mi propone? Un altro:  cioè ideali, prospettive differenti da quelle che il Vangelo suggerisce, ma che corrispondano maggiormente alle mie aspettative?

Il Signore è già venuto,  anche se deve ancora venire:  è il mistero del “già” e “non ancora” che mette a dura prova la nostra fede, che ci chiede di aver fiducia, come se tutto dipendesse dal Signore e di impegnarci concretamente, come se tutto dipendesse  da noi.

La tua fede si concretizza nell’impegno fattivo?

Il tuo impegno concreto è animato e sostenuto dalla fede?

Giovanni  il Battista spinge i suoi discepoli verso il Messia, e, pur dalla prigione, continua a dare testimonianza alla Luce.  Non sei anche tu chiamato a testimoniare la tua fede di discepolo del Signore?

E non ci sono persone, forse molte persone, che proprio per la tua testimonianza possono incontrare Gesù?

Ma  potrai  tu essere  testimone, se la tua vita sarà  come  una canna sbattuta dal vento   e  ondeggerai,  rispetto al Vangelo, tra il “sì” e il “no”?
ma potrai essere testimone, se non saprai rinunciare a tante mollezze e superficialità e se sarai più preoccupato di “apparire”  che di “essere”?

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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