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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 8 novembre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  10 novembre 2013

2 Maccabei 7, 1-2.9-14  /  2 Tessalonicesi 2, 16 – 3, 5  /  Luca 20, 27-38

  • MACCABEI 2

In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi,  interprete di tutti. disse: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. [E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: “Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: “ Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo”. Lo stesso re i i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: “ È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Il secondo libro dei Maccabei, scritto nel II secolo a.C., racconta le persecuzioni religiose subite dai Giudei sotto il regno dei successori di Alessandro Magno. Ed e’ il primo libro della Bibbia  ad esprimere esplicitamente la fede nella risurrezione dei morti.  Il profeta Isaia aveva detto: “ I morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno” (Is 26,14). E Giobbe: “L’uomo che giace non si alzerà più, finché durano i cieli non si sveglierà né più si desterà dal suo sonno” (Gb 14, 1.7-13). Ma la meditazione lenta e progressiva giunge a proclamare: “ Io pongo sempre innanzi a me il Signore,  /   sta alla mia destra, non posso vacillare.  /  Di questo gioisce il mio cuore,  /  esulta la mia anima;  /  anche il mio corpo riposa al sicuro,  /  perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,  /  né lascerai che il tuo santo veda la corruzione “ (salmo 16/15, vv. 8-10). A questa composizione si ispirerà il Nuovo Testamento nel presentare la risurrezione di Gesù (At 2,25-31; 13,35-36).

Ed ecco che, pur attraverso oscurità ed esitazioni,  il  cammino lungo ci porta  a quella luminosa e ripetuta professione di fede nella risurrezione che ci offre il racconto del martirio dei sette fratelli.

Dopo l’esempio di un venerando dottore della legge (Eleazaro: cfr. 2 Macc.6, 18-31), viene riportato quello di una madre di famiglia con i suoi sette figli  (leggere tutto il capitolo 7° del 2° Maccabei).  Essi vengono crudelmente torturati – flagellati a morte, le loro membra strappate con le tenaglie – ma con meraviglia dei torturatori essi sopportano tutto in vista della risurrezione, in cui verrà loro restituito il corpo intero.

La liturgia odierna ci presenta il racconto che riguarda i primi quattro fratelli: dopo il primo, che dichiara “Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi”,  il secondo dice: “dopo che saremo morti per le leggi di Dio, Egli ci risusciterà ad una vita nuova ed eterna”;   e il terzo: “Da Dio ho avuto queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo”; e il quarto: “E’ bello morire a causa degli uomini, per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo risuscitati”.

Il legame di amore instauratosi durante la vita terrena fra il giusto e Dio non può non giungere ad una fioritura perfetta. Scriveva Dostoevskij nel romanzo “I demoni”: “La mia immortalità è indispensabile, perché Dio non vorrà commettere una iniquità e spegnere del tutto il fuoco di amore dopo che questo si è acceso per lui nel mio cuore … Io ho cominciato ad amarlo e mi sono rallegrato del suo amore, è possibile che egli spenga me e la mia gioia e ci converta in zero?    Se c’è Dio, anch’io sono immortale.

  • TESSALONICESI  2

Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. Per il resto, fratelli,  pregate per noi, perché la parola di Dio corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.

            PAROLA  DI  DIO

 

Le parole della seconda lettera a Timoteo augurano a tutti noi, come ai fratelli martiri, “consolazione eterna e buona speranza”, ma anche una idea di fecondità spirituale già sulla terra (Dio “confermi in ogni opera e parola di bene”). E’ l’ “oggi” da cui fiorisce la gioia del “domani”.

L’apostolo Paolo ripete incessantemente ai cristiani di Tessalonica, colpiti da tensioni alienanti di tipo apocalittico (“Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese rivelazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente”: cfr. 2 Tessalonicesi 2, 1-2): il presente è importante e deve essere sostenuto da “ogni opera e parola di bene”.

Il cristiano, che guarda con speranza alla meta della vita e della storia, sa che questo futuro di gloria germoglia dal presente, dalla trama concreta dei nostri giorni vissuta “nell’amore e nella pazienza di Cristo”. L’attesa del futuro non è alienante, ma stimola l’impegno nel presente, ne sana i limiti, ne cura le ferite, ne placa le tensioni. Così, i cristiani nel mondo diventano profeti di vita, dispensatori di fiducia, mercanti di autentica gioia.

Voi che credete nel Dio dei vivi, non siate come coloro che non hanno speranza!

  • LUCA

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni Sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione [- e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.] Gesù rispose loro: “ I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito; infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “ Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”, Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

In maniera spontanea Luca ci racconta una discussione fra Gesù e i Sadducei.

I farisei professavano fermamente la loro fede nella risurrezione dei morti, pur interpretandola in modo un po’ rozzo (dicevano: nella vita futura le gioie di questa vita verranno accresciute a dismisura; in cielo non ci saranno la fame, le malattie, le sofferenze, le disgrazie; gli uomini godranno di ogni piacere, avranno pane, carne, vino in abbondanza).

I sadducei – un gruppo politico-religioso, costituivano la classe dei ricchi, cari all’alto clero giudaico,  collaborazionisti del governo romano, conservatori dal punto di vista religioso – sostenevano che nella Torah (gli unici libri della Bibbia che riconoscevano come sacri) non c’è alcun cenno sull’argomento e quindi si dichiaravano scettici.

I Sadducei, dunque, pongono una “domanda difficile”:  una donna ha successivamente sposato  sette fratelli  –  obbedendo alla legge del levirato (Deut.25, 5-10): “Mosè ci ha prescritto: se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.   Ecco la “domanda difficile”: Questa donna – che è morta per ultima – nella risurrezione, di chi sarà moglie?

Per i farisei, convinti come sono che la vita eterna non sia che il perfezionamento di questa, l’obiezione è estremamente seria e davvero imbarazzante.

Gesù  risponde  molto a tono, in due modi:  uno  attento  al  “come”  della  risurrezione  e  l’altro  al “fondamento”  di questa speranza.

Il primo passo, dunque,  è superare le concezioni banali di quella speranza. Il nostro corpo risorgerà, ma non per una vita che sia la continuazione (migliorata e potenziata) di questa vita terrena di cui sono espressione forte la sessualità e il matrimonio. Dice Gesù: “ I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio”. Sarà un mondo nuovo, dove vivremo anche col corpo, ma in modo diverso, non più soggetto alle leggi del tempo e dello spazio. Come il feto in grembo alla madre non può figurarsi il mondo che lo attende, così l’uomo in questa vita, che è come la gestazione dell’ altra vita, non è in grado di immaginare come sarà la vita in Dio.  “Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda di argilla grava i pensieri. A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, ma chi può rintracciare le cose del cielo? ” (Sap 9,15-16).  Il “come”  sarà per noi la stupenda sorpresa di Dio.

Quanto al “fondamento”  Gesù risponde con la rivelazione contenuta nel Pentateuco, con l’esperienza fondante dell’alleanza di Dio col suo popolo. A Mosè Dio si presenta come “Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”,  non “Dio dei morti, ma dei vivi”, anzi Dio che fa vivere, perché “tutti vivono per lui”.

Contro le paure della morte, contro le curiosità morbose sul futuro dell’uomo, Gesù oppone la speranza pasquale legata al Dio della vita. E il cristiano dovrebbe avere – come si diceva di san Bernardo – il volto di chi va verso Gerusalemme (Gianfranco Ravasi): “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore” (salmo 122/121). Ognuno  che partecipa alla celebrazione dell’Eucaristia e riceve ”il pegno della gloria futura”  è chiamato a vivere la gioia di un’attesa: “ l’attesa che si compia la beata speranza e venga il Salvatore nostro Gesù Cristo”.

Signore, grazie per il giorno e per la notte,

per quello che comprendiamo  /  e per quello che non comprendiamo;

grazie per il bene e per il male,

per quello che dai e per quello che togli;  grazie per la vita e per la morte:

ma ancora più grazie per la risurrezione del tuo Figlio e nostra …

Amen    ( P.David Maria Turoldo )

Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te,

perché, nella serenità del corpo e dello spirito,

possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.

O Dio, Padre della vita e autore della risurrezione,

davanti a te anche i morti vivono;

fa’ che la parola del tuo Figlio seminata nei nostri cuori,

germogli e fruttifichi in ogni opera buona,

perché in vita e in morte siamo confermati nella speranza della gloria.

I  sette fratelli, crudelmente martirizzati per la loro fedeltà alla Legge (la pagina odierna dei Maccabei racconta il martirio dei primi quattro), ci fanno comprendere meglio le parole che l’apostolo Paolo scrive ai fedeli di Corinto: “Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (2 Cor 4,17). Questo vale non solo per il martirio di sangue, ma per  qualunque  tribolazione terrena, che , per quanto pesante, resta leggera se paragonata con quanto ci viene promesso.

A san Francesco d’Assisi  viene attribuito questo detto: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena  mi è diletto”.

L’apostolo Paolo  scrive ai cristiani di Tessalonica:  “Pregate per noi, perché la parola di Dio corra e sia glorificata”.

E tu, domandi  la preghiera degli altri per la fecondità del tuo ministero della parola?  Avverti il bisogno di farti sostenere dalla intercessione  orante dei fratelli nei servizi  alla comunità  richiesti alla tua persona  o che si presentano  alla tua attenzione  come  importanti  o addirittura necessari ?

Gesù risponde alla provocazione dei sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, distinguendo nettamente “questo mondo”  dall’ “altro mondo”, “i figli di questo mondo”  da  “quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti “.

Dunque l’altro mondo non va considerato come un prolungamento indefinito di questo mondo : vi è certo una continuità, ma nella discontinuità. L’articolo di fede  “credo la risurrezione della carne” vuol dire assenso alla “risurrezione dell’ uomo  “carnale”, cioè fragile, terrestre e corruttibile, in “uomo spirituale”, cioè glorioso, celeste e incorruttibile (1 Cor 15, 35s), a similitudine di Gesù, “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo  per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3, 21).

Dice Gesù: Dio è, al presente,  in rapporto con i suoi amici di un tempo e i suoi amici di un tempo con lui : cosa impossibile se fossero morti per sempre. Pensiamo a Mosè ed Elia che parlano con Gesù sul monte della trasfigurazione (Lc 9,28s). Pertanto, come già insegnava il rabbinismo, “non vi è pericope della legge in cui non vi sia la risurrezione dei morti.  Il fatto è che non abbiamo in noi la forza di manifestarlo con il commento”.

Il Padre di Gesù in Gesù è solo vita, radicalmente intento alla vita dell’uomo facendolo risorgere alla conoscenza di sé come Dio della vita, alla conoscenza del comandamento che apre alla vita nell’amore e alla conoscenza del futuro ultimo come ingresso eterno nel suo mondo di vita in un corpo di luce. Dobbiamo  affidarci  al suo  desiderio di dare vita per essere  “giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti”   (Lc 20,35).

Cf  Giancarlo Bruni, Il suonatore di flauto, Vangeli domenicali nell’anno di Luca, Servitium, giugno 2012

L’uomo vive sulla terra una gestazione, preparandosi  ad una nuova nascita.  Come il feto in grembo alla madre non può figurarsi il mondo che lo attende, così  l’uomo  sulla terra  non è capace di immaginare come sarà la vita con Dio. Solo la fede permette di accostarci a queste realtà, credendo che “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor2,9).

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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