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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 25 ottobre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  27 ottobre 2013

Siracide 35, 12-14.16-18  /  2 Timoteo 4, 6-8.16-18  /  Luca 18, 9-14

 

  • SIRACIDE

Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi, né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 Il libro del Siracide, [chiamato così dal suo autore che in 50,27 viene presentato come “Gesù, figlio di Sira”], viene chiamato anche Ecclesiastico (“libro da leggere nell’assemblea”), perché era molto letto nella comunità ecclesiale a motivo del suo ricco insegnamento sapienziale, rivolto ad ogni categoria di persone.

Il libro non ha uno schema preciso, ma si apre su un ampio orizzonte che abbraccia i molteplici aspetti positivi e negativi dell’esistenza umana.

Oggi viene proclamato che, diversamente da quello che capita tra gli uomini, il Signore è giudice e per lui non c’ è preferenza di persone.

Se egli non commette parzialità – pensiamo – egli premia i buoni e castiga i malvagi, senza discriminare tra poveri e ricchi. Invece – ecco la sorpresa! – per lui non fare preferenza di persone significa schierarsi dalla parte del povero. Non trascura la supplica dell’orfano né la vedova quando si sfoga nel lamento.

Ci viene ripetuto quanto Domenica scorsa Gesù ha detto con la parabola della vedova che andava a chiedere giustizia dal giudice che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno (Lc 18,2-5): la preghiera dell’umile penetra le nubi;  finché non sia arrivata,  non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto.

L’umile (il povero) qui s’intende non tanto colui che non ha denaro, ma colui che si riconosce povero di virtù, colui che si riconosce fortemente in debito col Signore.

 

  • SECONDA LETTERA A TIMOTEO

Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita.  Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia, che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno: non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

            PAROLA  DI  DIO

 

Nella Bibbia ci sono molti discorsi di addio posti sulle labbra di grandi personaggi. Li hanno pronunciati prima di morire, Giacobbe, Mosè, Giosuè, e anche Gesù (Gv 14 – 17), Pietro (2 Pt 1, 12-14) e Paolo (At 20, 17-35). Il brano della seconda Lettera a Timoteo, che ci viene offerto, appartiene a questo genere letterario.

È  una pagina commovente giustamente considerata come testamento  dell’apostolo Paolo. Egli, ormai vecchio e stanco, si trova in prigione a Roma. Vede avvicinarsi il giorno in cui dovrà lasciare questo mondo e fa un bilancio della sua vita volgendo uno sguardo verso il futuro.

Paolo descrive la sua esistenza di apostolo totalmente consacrato alla missione con quattro immagini:

- la sua vita è come una libagione offerta a Dio: la sua fedeltà a Cristo sarà convalidata dal più grande gesto di amore: il dono della vita; la sua morte sarà come quella del Maestro, un sacrificio espiatorio, un versamento del sangue sull’altare della fede, come una  libagione   in onore del Signore;

- l’itinerario dei suoi anni è giunto al porto definitivo dopo aver solcato mari tempestosi e difficili, per cui è  il momento di sciogliere le vele; l’immagine mostra la fiducia incrollabile che la mote non è un naufragio e un inabissarsi, ma raggiungere il porto cui siamo destinati;

- la buona battaglia , la lotta contro l’egoismo, la superbia, la vanagloria, si sta per concludere;

- la corsa nello stadio sta per giungere sul filo del traguardo ove verrà consegnata allo sportivo la corona.

Ma l’atteggiamento di Paolo non è quello del fariseo ripieno di sé e sicuro dei suoi meriti. Alla base di tutto c’è  sempre e solo il Signore: “ Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i gentili”. La fiducia di Paolo non è nelle opere da lui compiute, ma nell’efficacia della grazia di Cristo per cui “il Signore lo libererà da ogni male e lo salverà per il suo regno eterno”.

E’ con questa consapevolezza di fede che l’apostolo vive anche gli insuccessi, l’apparente inutilità del suo ministero, le persecuzioni. Infatti la frase desolata,  “ nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito, tutti mi hanno abbandonato “,  è la testimonianza viva di questa fiducia non in sé stesso, né negli uomini, ma solo in Dio (“ il Signore però …”).

La Traduction oecuménique de la Bible  commenta: “Questa pagina desolata e penosa, forse l’ultima che l’apostolo abbia dettato, richiama il tema del giusto abbandonato, tema che la morte di Gesù sulla croce aveva così perfettamente illustrato. Ma, come per Gesù, questa solitudine è abbracciata e riempita dalla presenza di Dio”.

 

  • LUCA

IN quel tempo, Gesù disse ancora questa para bola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così fra sé: “ O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si innalza sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

Nel vangelo di Luca sono appaiati e confrontati due atteggiamenti fondamentali di religiosità: quello del fariseo e quello del pubblicano.

La prima preghiera, quella del fariseo, è ineccepibile formalmente, anzi contiene l’elencazione dei meriti di una esistenza corretta e rispettabile: paga le decime anche sui dettagli, digiuna due volte alla settimana e non soltanto una volta come prescrive la legge. Sarebbe come se oggi si dicesse un cattolico superpraticante, mentre  l’altro, il pubblicano, è un odiato funzionario fiscale che spilla soldi alla gente per conto degli occupanti romani.

Tutti e due fanno in apparenza lo stesso cammino: salgono al tempio. Ma già il posto in cui i due si trovano mostra la differenza. L’uno sta in piedi, come se il tempio gli appartenesse, l’altro si ferma a distanza, come se avesse varcato la soglia di una casa in cui non ha diritto di entrare.

Il fariseo pregava tra sé,  quindi si rivolgeva  a Dio, ma per glorificare se stesso con la enumerazione dei  suoi meriti  e giudicando gli altri uomini  ladri, ingiusti, adulteri, anche se, come questo pubblicano, uno non osava  alzare gli occhi al cielo e si batteva il petto. In questa fede in Dio passa come un veleno che è il disprezzo degli uomini. Il disprezzo degli altri è una categoria morale che è il preciso contrario della carità.

Il dramma del fariseo è che egli è convinto di essere in regola con Dio perché fa tutto quello che è prescritto.

La sua posizione  è scorretta: non domanda di essere reso giusto, ma pretende che Dio lo dichiari giusto, gli riconosca  la giustizia che egli ha saputo costruirsi con le sue mani. Non capisce che chi fa il bene, deve ringraziare il Signore, perché è Lui che illumina la strada del bene e dona la forza di camminarvi.

Egli è davvero un fariseo, cioè un “separato” (significato della parola nella lingua ebraica): ma non separato per  Dio, separato da Dio.

Il pubblicano non trova in sé null’altro che peccati (“ O Dio, abbi pietà di me peccatore “), è consapevole della distanza che lo separa da Dio, non vanta nessun credito, ma chiede soltanto misericordia.

Ora, Dio non è un tiranno o un  creditore esoso, ma un padre e ciò che chiede all’uomo è semplicemente la conversione. Perciò  non si trova Dio prendendo come ultimo scopo la propria perfezione, ma rispondendo ad un amore che ci precede e si dona a noi con inimmaginabile sovrabbondanza.

Il pubblicano si sente separato dagli altri, anzi separato da Dio. Non sapendo più a chi votarsi, domanda l’intervento di Dio nel campo del male: a mani vuote egli aspetta: è l’atteggiamento vero della fede, è la porta  spalancata per Dio.

Davanti a questi due  atteggiamenti opposti, Dio non esita. Si fa compagno del pubblicano e riparte con lui dal tempio: “tornò a casa sua giustificato”.

Lascia che il fariseo, avvolto nella sua virtù, lasci il tempio, solo (“ a differenza dell’altro “).

Ciascuno di noi non è forse un po’ l’uno e un po’ l’altro? Un po’ il pubblicano, povero e fiducioso,  e un po’  il fariseo, pieno di sufficienza e di pretese ?

La realtà non è mai una caricatura. Basterebbe che fosse un avvertimento.

Come ci sconcerta e ci addolora il cristiano presuntuoso, che si specchia in se stesso, che aspetta la stima di tutti, che non smette di parlare di sé, che vuole sempre avere ragione: come ci disturba questo atteggiamento! Il fatto che esso sia diffuso non ne diminuisce la gravità: indica solo che siamo in una grande aberrazione sia nella vita privata che in quella pubblica.

Mentre è così consolante specchiarsi in Dio, che ci conosce perfettamente, che non ci guarda per umiliarci, ma ci ama, e dirgli con chiarezza: “Abbi  pietà di me peccatore”.  E sentire che Dio Padre ci abbraccia e fa festa, perché il perdono ci fa ritrovare Dio e ci fa zampillare dentro la sua inesprimibile gioia.

Dio onnipotente ed eterno,

accresci in noi la fede, la speranza e la carità,

e perché possiamo ottenere ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi.

O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi , guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome.

 

Chi  è che trova aperta la porta del Signore?  Colui che è povero ed è oppresso, chi non ha appoggi o sicurezze materiali e chi innocentemente subisce ingiustizia e persecuzione.

Per gli altri, cioè per i ricchi che pongono nei soldi la loro fiducia e per  i favoriti dalla fortuna e  sono incoronati di gloria,  non è che Dio chiuda, perché Dio è sempre aperto per l’uomo, ma essi  hanno gli occhi velati,  stanno su strade sbagliate e non si accorgono delle braccia spalancate ad accogliere.

Considera le quattro immagini con cui l’apostolo Paolo  presenta la propria vita (la libagione, lo sciogliere le vele, la buona battaglia, la corsa). Come puoi applicarle alla tua vita? Quale di queste immagini è la più significativa per te?

Quando ti metti in preghiera ( partecipando all’Eucaristia, ricevendo il sacramento della Riconciliazione, recitando il Rosario o in qualunque altro modo)  ti metti nei panni del fariseo o in quelli del pubblicano?

Il fariseo  “sta in piedi” dinanzi al Signore nella sicurezza della sua giustizia e non guarda verso di Lui, ma guarda se stesso  e si paragona con gli altri sentendosi superiore.  La parabola è diretta ai cristiani di ogni tempo, perché l’idea di poter “meritare” davanti a Dio è profondamente radicata nell’uomo. Nessuno è completamente immune da questo “lievito” che inquina e corrompe la vita della comunità.

Il pubblicano avverte di essere piccolo dinanzi a Dio, riconosce che è ben lontano da quello che Dio gli domanda, chiede perdono dei peccati. Non affida  il riscatto della sua vita devastata  a se stesso, ma unicamente a Dio, offrendo il proprio vuoto alla sua misericordia.

E tu, sei un po’ come il fariseo?  Sei un po’ anche come il pubblicano?

Nella preghiera del fariseo  si presenta una certa tipologia di uomo religioso .  Quest’uomo si ritiene religioso e giusto per due ragioni, una di ordine negativo [non sono come gli altri uomini,  ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano ]; l’altra ragione è di ordine positivo  [digiuno, pago le decime, disprezzo chi non si comporta come me].

Riscontri anche nella tua religiosità qualche linea di questo tipo?  “Io non son sono come quello, come quell’altro” ?  “Io faccio questo, faccio quest’altro ecc.”?

Dice il fariseo:  “Io non sono come gli altri”, “Io digiuno”, “Io pago le decime”.

Sei anche tu di quelli che mai finiscono di dire: “io … Io … Io…” ?

Nota bene: il fariseo fa anche di più di quello che è richiesto dalla Legge:  Il digiuno era richiesto una volta la settimana e lui digiuna due volte; la decima si pagava su alcuni prodotti  e lui paga su tutto quello che possiede. Verrebbe fatto di dire: che bravo!

Ma il fariseo più che offrire al Signore l’impegno della sua vita, sapendo che qualunque impegno è sempre sproporzionatamente povero di fronte all’amore e ai doni di Dio, mena vanto dinanzi a lui, aspetta che Dio gli dica “Grazie!”.  Vero che non vuoi essere così ?

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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