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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 20 settembre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  22 settembre 2013

Amos 8, 4-7    /   1 Timoteo 2, 1-8   /   Luca 16, 1-13

  • AMOS

Il Signore mi disse: “Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: ”Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa  e  aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”. Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: “ Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Verso l’inizio del secolo ottavo avanti Cristo, Amos, “pastore”  e  “raccoglitore di sicomori” a Tekòa, ai margini del deserto di Giuda ( 1, 1), viene preso da Jahwè da dietro il suo gregge e mandato a profetizzare a Israele (7, 15). Israele è al massimo del suo splendore. Il suo territorio raggiunge le montagne del Libano, dove crescono gli enormi cedri da cui si ricava legno prezioso per la costruzione di palazzi e di navi. Nuove tecniche agricole hanno incrementato la produzione. Il re Geroboamo II, da abile politico, favorisce gli scambi commerciali e instaura rapporti di amicizia con i popoli vicini, dà ai grandi proprietari terrieri l’opportunità di vendere a buon prezzo il vino, l’olio, il grano.

Anche la religione è in auge: i santuari rigurgitano di pellegrini e di devoti che vanno a pregare e offrire sacrifici. I sacerdoti sono stipendiati dal sovrano e non sono mai stati pagati meglio.

Ma, dietro una facciata brillante e consumistica, dietro le grandi feste religiose, prospera  un mondo di ingiustizie  e di  spogliazione dei poveri:    non  soltanto  viene  manipolata  la  vita  economica (“diminuendo le misure e aumentando il siclo” = fare la misura più piccola e il prezzo più grande), ma si realizza un vero e proprio inganno (“usando bilance false”) e si arriva a valutare l’uomo indigente come merce e a ridurlo facilmente in schiavitù (“comprare con denaro gli indigenti e il povero con  un paio di sandali”) e approfittarsi del bisogno della gente per vendere “anche lo scarto del grano”.

Durante la settimana la gente che obbedisce alla Legge vive nell’attesa del Sabato per fare festa: pregare nel tempio e in famiglia, riposare, incontrare familiari e amici. I commercianti invece non sopportano le feste, il sabato e la luna nuova, perché in quei giorni gli affari si bloccano: non vedono l’ora che la festa finisca per riprendere a realizzare affari e guadagni.  Anche nella  festa mensile del novilunio e in quella settimanale del sabato il loro cuore è  agitato dalla sete maniacale del guadagno (“quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento …?”).

Guadagno disonesto, perché l’efa, che è la misura per gli aridi (grano, fagioli ecc), viene diminuita, e  il siclo che è una moneta, che in origine non era una moneta stampigliata, ma un certo peso d’argento, viene fatto pesare di più.

Calpestare il povero, imbrogliarlo, approfittare del suo bisogno, è peccato gravissimo. Dio stesso protegge il povero, lo ha a cuore e ne prende le difese. Non si può separare l’amore di Dio  dall’amore del prossimo: chi è ingiusto ed offende il povero, tocca e offende Dio stesso. Il grido di Amos non ha bisogno di commenti. L’unica nota pertinente e terribile è il  giuramento” di Dio,  un giuramento che fa rabbrividire: “certo non dimenticherò mai le loro opere”!

Dove non c’è giustizia, dove i deboli vengono oppressi e il dolore è ignorato (Amos 5,21-24) la religione è solo ipocrisia.

 

PRIMA A TIMOTEO

Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.

            PAROLA  DI  DIO

 

Nei suoi scritti Paolo non ha mai lottato direttamente contro le ingiustizie sociali o la pesante oppressione politica, ma – senza implicarsi nella politica, nell’economia e nei problemi sociali – ha sempre richiamato con estremo vigore quello che può trasformare positivamente politica, economia e problemi sociali: una autentica fraternità universale. Ed ha esortato a pregare, perché i responsabili di questo mondo scoprano la loro vocazione ad operare in vista di una società migliore per tutti (“perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità).  Pensa alla lettera a Filèmone, al quale Paolo, che non ha anatematizzato la schiavitù, domanda di riprendere Onesimo, lo schiavo   ladro e fuggitivo, “non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo … sia come uomo sia come fratello nel Signore (vv. 15-16) .

Nella prima lettera, indirizzata a Timoteo, discepolo carissimo, responsabile dei rapporti con le Chiese dell’Asia, Paolo tratta questioni di prassi ecclesiale. Tra queste brilla per importanza l’organizzazione della preghiera liturgica, a cui è riservato il brano che forma la seconda lettura di oggi.  La Chiesa deve pregare anche per il grande mondo non cristiano. La preghiera deve essere “universale” come universale è la Chiesa (“per tutti gli uomini).Così essa corrisponde alla volontà di Dio (“il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità) e alla mediazione salvifica di Cristo ( “che ha dato se stesso in riscatto per tutti).   In secondo luogo, la preghiera deve innalzarsi a Dio “per i re e per tutti quelli che stanno al potere”. Quando Paolo scriveva queste parole, a Roma imperatore era Nerone !

Paolo scrive, quindi, un breve Credo (cfr. 1Tim.3, 16): la fede non è solo la radice della preghiera, ma anche della storia e del mandato missionario. “La liturgia – scriveva il teologo Romano Guardini ne Il senso della Chiesa del 1922 – è integralmente realtà … Abbraccia tutto quanto esiste: angeli, uomini, cose. Tutti i contenuti e tutti gli avvenimenti della vita. Ogni realtà: la realtà naturale è afferrata da quella soprannaturale; la realtà creata è rapportata e fecondata da quella increata”.

E il Papa Giovanni Paolo II: “In questo dono [l’Eucaristia] Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa “contemporaneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli. Questo pensiero ci porta a sentimenti di grande e grato stupore.

C’è nell’evento pasquale e nell’Eucaristia che lo attualizza nei secoli una “capienza” davvero enorme, nella quale l’intera storia è contenuta, come destinataria della grazia della redenzione”  (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 5, 2003).

 

  • LUCA

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: [“Un uomo ricco aveva un amministratore e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “ Che cosa sento dire di te? Rendo conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.  L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che  cosa farò, perché quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “prendi la tua ricevuta e scrivi: ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.  I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.] Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.

PAROLA  DEL  SIGNORE

 

La parabola dell’amministratore disonesto. Un amministratore, che ha dissipato i beni del suo ricco signore, viene chiamato al rendiconto.  Per salvarsi, come “via d’uscita”, sceglie l’inganno. Riesce all’ultimo momento a togliersi dai pasticci: quando è licenziato trova accoglienza presso coloro ai quali ha scelto di diminuire i debiti.  La conclusione: quando l’uomo vuole assicurare il proprio benessere, sa mettere in atto tutte le risorse della sua intelligenza.

Cristo non loda l’inganno, ma la scaltrezza, che fra la gente del mondo, nelle faccende economiche,supera molto spesso la scaltrezza dei cristiani  nelle cose dello spirito (“i figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce).  Il Maestro Gesù ci invita a cambiare atteggiamento: preoccupatevi non della (falsa) sicurezza materiale, ma di quella che vi garantisce “le dimore eterne.

A questo punto, forse   per affinità allusiva con la questione    economica presente nella parabola, Luca aggiunge una sferzata violenta contro la ricchezza, dichiarata “disonesta ricchezza, “iniqua ricchezza”: “disonesta” e “iniqua” , spesso per l’origine, quasi sempre per la non condivisione.

Una questione molto importante da risolvere è proprio l’uso dei beni terreni. Gesù ci provoca: “Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta. Quanto abbiamo (“ricchezza), può diventare dono che fa nascere amicizia, conversione, comunione. Il discepolo è presentato come “amministratore” di beni più alti di quelli materiali e quindi persona dalla fedeltà totale: “fedele nel poco” dei beni terreni, come “fedele nel molto” dei beni eterni.

Quando si tratta di soldi è necessaria la fedeltà anche nella Chiesa: i beni affidati alla Chiesa per scopi di carità, di pastorale, di culto, devono essere amministrati coscienziosamente.  E non si deve mai dire, né pensare “tanto si tratta di una piccola cosa”, perché “chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.

In questo campo occorre una chiara decisione: “Non potete servire a Dio e la ricchezza. Ricchezza, nel testo, è espresso dalla parola Mammona che è vocabolo di origine fenicia e indica la quasi personificazione idolatrica della ricchezza.  Dio e Mammona [ricchezza]: due realtà diverse e irriducibili. Da un lato la realtà del denaro, del calcolo interessato, della prevaricazione; dall’altro, la realtà della confidenza, dell’amicizia, della gratuità. Tra i due mondi non c’è comunicazione. L’antinomia è radicale. La scelta è obbligatoria. In conseguenza c’è tutta una impostazione di vita.

“Invece per noi il tuo primo comandamento è impossibile, Signore, senza il tuo aiuto: perciò abbiamo il cuore pieno di dèi. Riuscissimo ad amministrare con cura i tuoi beni, a esser puri e con le mani pulite, e mai divisi, né cuore né mente, mai nulla di oscuro negli affari. Aiutaci, Signore.  Amen.    ( P. David Maria Turoldo )

La  disonesta ricchezza è la ricchezza di questo mondo … Se desideri la vera ricchezza, vai a cercarla altrove! Guarda Giobbe spogliato di tutto: egli la possiede in abbondanza, perché il suo cuore è colmo di Dio. Ha perduto ogni cosa, eppure presenta a Dio le sue lodi come altrettante pietre preziose. Da quale tesoro può trarre queste perle, dal momento che non ha più nulla? Non possiede nulla, e tuttavia è un vero ricco! Quanto alle altre ricchezze, è la menzogna che ha dato loro questo nome. Tu le possiedi: molto bene. Tuo padre aveva una grossa fortuna e tu hai ereditato: è legittimo. La tua casa è colma del frutto delle tue fatiche: non ti rimprovero. Ma ancora una volta te lo ripeto, non chiamare “ricchezze” tutte queste cose. Dare loro questo nome significa già amarle, e se le ami, perirai con esse. Donale, e non perirai; dalle ai poveri, e sarai ricco; semina e mieterai. Queste cosiddette ricchezze sono menzognere e ingannatrici, portano con sé miseria e precarietà. Dal momento in cui le possiedi, non hai più riposo: “Un ladro potrebbe rubarmele …Il mio servo potrebbe rapinarmele, dopo essersi sbarazzato di me…”.  No, se fossero vere ricchezze ti darebbero la pace. Mio Dio, ciò che vogliamo sei tu, a te ci appoggiamo, sicuri di non perderti e di non perire: tu sei la nostra unica ricchezza! ( S. Agostino ). 

O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo ha posto il fondamento di tutta la legge,

fa’ che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna.

O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti come unico Signore,

abbi pietà della nostra condizione umana,  salvaci dalla cupidigia delle ricchezze,

e fa’ che alzando al cielo mani libere e pure, ti rendiamo gloria con tutta la nostra vita.

 Colui che si getta dietro le spalle tutti i nostri peccati (Is 38,17), ci assicura che non dimenticherà le ingiustizie e la mancanza di pietà verso i poveri.

Quanti di noi abbiamo beni a sufficienza o anche in abbondanza, siamo avvertiti !

La Chiesa prega per tutti.  Nella preghiera, il tuo abbraccio ha la stessa ampiezza?

“Non potete servire Dio e mammona”.     Tu, sei libero dinanzi al denaro?

Puoi dire di essere fedele anche nel poco?  Non dimenticare che per impedire ad un uccello di volare non è necessaria  una catena di ferro, basta  un filo di lana.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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