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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 13 settembre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  15 settembre 2013

Esodo 32, 7-11.13-14  /  1 lettera a Timoteo 1, 12-17 /  Luca 15, 1-32

  • ESODO 

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».  Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?   Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

            PAROLA DI DIO

Il racconto della rivelazione divina al Sinai, nella pagina dell’Esodo , sottolinea non solo la condanna della idolatria, ma anche la proibizione di farsi immagini di Dio [“non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo” Gen20,4]. Ma gli Ebrei erano rimasti colpiti dalla devozione degli Egiziani per il grande dio Ptah di Menfis, il dio creatore dal quale dipendeva la fecondità  dei campi e degli animali e al quale erano attribuite anche le piene fertilizzanti del Nilo. Dalle prime dinastie (3000 a.C.) il toro era l’immagine del dio Ptah.

Gli Ebrei vogliono raffigurare colui che li ha fatti uscire dalla terra d’Egitto, affinché cammini alla loro testa.

L’ira di Dio si accende contro di loro, poiché  “non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che aveva loro indicata!  Si sono fatti un vitello di metallo fuso, e poi gli si sono prostrati, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele “. Dio vorrebbe distruggerli, ma per l’intercessione di Mosè abbandona il proposito di nuocere al suo popolo.

Questa descrizione di un Dio in collera è molto lontana dall’essere l’ultima parola della rivelazione divina.  Per scoprirla, ci sarà bisogno di una lunga evoluzione spirituale, molti avvenimenti dolorosi e molte delusioni.  Il cuore di Dio non cesserà di intenerirsi per il suo popolo,  neppure quando dovrà verificare che il popolo è venuto meno al Patto di alleanza  e deve mandarlo in esilio. Nessun esilio d’Israele può essere definitivo. “ Se noi siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tim.2,13).

E sarà in Gesù che si manifesterà pienamente la bontà misericordiosa del Signore: “ Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato “ (Gv.1, 18).

  • PRIMA TIMOTEO 

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

            PAROLA DI DIO

L’apostolo Paolo nei suoi scritti lascia sempre intravedere, in filigrana, l’esperienza fondamentale che ha segnato la sua vita e il  suo pensiero. In questo brano della prima lettera al discepolo Timoteo  Paolo ne parla esplicitamente: io prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Non c’era nessuno peggiore di me [il primo dei peccatori sono io ] , eppure il Signore mi ha usato misericordia. Fino al punto di mettermi al suo servizio.

Paolo afferma che Dio si è servito di lui come di un esempio per dimostrare  tutta quanta la sua magnanimità.

Se uno come lui, nemico della fede, persecutore dei cristiani, ha ottenuto misericordia, potrà qualcuno avere ancora paura che Dio lo tratti severamente?

Ricorda il suo passato di “figlio prodigo”  per affermare che il “prima” è stato cancellato e la misericordia di Dio e la grazia del Cristo hanno aperto un “poi”, che è un orizzonte di luce e di speranza.

Saulo (nome ebraico accanto al quale fin dalla giovinezza portava il nome romano Paolo), prima della conversione, non poteva sopportare i cristiani, che sembravano mettere in discussione la immutabilità e la rigidità della Legge. Una volta scoperto il carattere gratuito della misericordia divina, Paolo ha scoperto il proprio peccato ed è diventato l’annunciatore convinto e convincente della bontà misericordiosa di Dio che si manifesta nel Cristo Gesù. “ Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.

È vero che Saulo agiva per ignoranza, lontano dalla fede e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

Per evidenziare tutta la paradossalità della misericordia di Dio, Paolo si mette all’ultimo posto: chiama se “il primo dei peccatori”, affinché potesse apparirgli tutta “la longanimità di Dio”, e così egli diventa la dimostrazione della misericordia di Dio, e questo a favore di tutti i successivi secoli della Chiesa.

Quanti che fanno il male, perseguitano i cristiani, sparlano della Chiesa, lo fanno per ignoranza, senza rendersi conto di quello che fanno! E tutti sono raggiunti dalla preghiera di Gesù, il quale, mentre lo inchiodavano alla croce, diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno “ (Lc 23,24).

  • LUCA

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».  Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!  Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

PAROLA DEL SIGNORE

Luca raccoglie  nel 15° capitolo del suo Vangelo le parabole  più belle: sono  le parabole della misericordia. Dio ci viene incontro con la cura preoccupata del pastore che cerca, che trova e riporta all’ovile la pecora smarrita; Dio si dà da fare per ritrovarci, con la preoccupazione e l’ansia di una donna che ha perduto la moneta;  ci aspetta  con la tenerezza di un padre, come figli prodighi al nostro ritorno e ci riammette con larghezza ai suoi beni.

La pecorella smarrita, la dramma perduta, il figlio prodigo. A coloro che ascoltano, le tre parabole aprono un orizzonte nuovo, lasciando ben intravedere il cuore di Dio e quello che Egli aspetta da noi.

Le parabole presentano una costruzione letteraria somigliante: tutte e tre finiscono con la gioia del ritrovamento di quello che era perduto. Vi è anche un crescendo: non è sicuramente pura casualità che c’è una pecora su cento, una dramma su dieci, un figlio su due: ritrovare un figlio è infinitamente più importante che ritrovare una dramma su dieci o una pecora su cento. Il pensiero è chiaro: si tratta di rallegrarsi della conversione. La gioia sta al perdono e alla conversione come  conseguenza naturale.

Le due prime parabole sono quelle della ricerca, la terza quella della conversione e del ritorno.

Nella “parabola del padre e dei due figli” il primo quadro (vv. 11-19) descrive l’inversione di rotta dopo un errore di percorso. Il vertice di questa scena non è nel peccato, ma in quella decisione  del figlio ritornato finalmente in sé: “ mi alzerò e ritornerò da mio padre “ (v.18).

Il secondo quadro (vv.20-24) ci presenta un uomo che spia sulla strada deserta, un padre che spera contro ogni speranza e che, appena si profila all’orizzonte la figura del figlio triste e solitario, gli corre incontro  e lo abbraccia. Come dicono le sue parole (v.24) è una morte che diviene vita, uno smarrimento per vie inutili, dolorose e degradanti, che si trasforma in un ritrovamento gioioso. Quando noi, peccatori, decidiamo di “ritornare”, abbiamo nel cuore una certezza assoluta: quella di un padre che veglia, che ci corre incontro, che sempre ci accoglie ad un pranzo in cui egli stesso ci servirà (Lc.12, 37).

Il terzo quadro (vv.25-32) delinea la figura del “benpensante”, di colui che si ritiene giusto e che giudica la conversione necessaria solo per gli altri, che  definisce “rapaci, ingiusti, adulteri”, mentre lui è  persuaso di fare per il Signore anche più di ciò che è richiesto, è quindi convinto di essere creditore nei confronti di Dio. E’ l’atteggiamento del fariseo di tutti i tempi, “persuaso di essere giusto e che quindi disprezza gli altri”.

Colui che nella parabola è chiamato “padre” dodici volte, non è mai chiamato così dal fratello maggiore. Egli lo chiamerà “padre” solo quando dirà all’altro: “fratello mio”.

Per tutti occorre  passare dalla delusione del proprio peccato – o dalla presunzione della propria giustizia – alla gioia di essere figli del Padre.

L’atteggiamento di Dio all’apparire del figlio stanco ed infelice si condensa nella gioia e non nel rimprovero. La gioia, vibrante nel pastore che riporta all’ovile la pecora smarrita e nella donna che ritrova la moneta perduta, raggiunge il culmine nel padre che abbraccia il figlio: “facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

La gioia di Dio si deve trasmettere all’intera comunità cristiana. Le due parabole gemelle, che aprono il capitolo lucano della misericordia, domandano proprio questo: “Rallegratevi con me …vi sarà più gioia in cielo per un peccatore che si converte che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Non ci viene raccontata la reazione del figlio maggiore alle parole del padre. Spetta ora ad ognuno di noi andar avanti a raccontare la storia sino alla fine.

O Dio, che hai creato e governi l’universo,

fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia,

per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio.

O Dio,che per la preghiera del tuo servo Mosè

Non abbandoni il tuo popolo ostinato nel rifiuto del tuo amore,

concedi alla tua Chiesa per i meriti del tuo Figlio, che intercede sempre per noi,

di far festa insieme agli angeli anche per un solo peccatore che si converte.

La ricerca di Dio per colui che è perduto non significa che Egli non sappia dove questi si trovi, significa che cerca le strade – se qualcuna di esse sia la giusta – su cui il peccatore può trovare la via del ritorno.

Questa è la fatica di Dio che si rappresenta in ultima analisi nel supremo rischio di dare il Figlio suo per il mondo perduto. Se il Figlio discende fin nella più profonda perdutezza del peccatore, fin nell’abbandono del Padre, questa allora è la ricerca più faticosa di Dio sulla strada dei perduti. “Quando eravamo ancora peccatori, Dio ha avuto misericordia di noi mediante la dedizione del Figlio suo” (Rom 5,8). (Hans Urs von Balthasar, Luce della Parola, PIEMME 1990)

Questo”vangelo nel Vangelo” è davvero potenza di Dio in grado di far “rientrare in se stessi” (Lc 15,17).

Un ri-venire a sé personale, ecclesiale e umano, valido per ogni tempo perché, spogliati di ogni illusione, è sempre tempo di carrube (Lc 15,16) e quindi di uscita da situazioni insostenibili. Mai affidate alla litania noiosa delle lamentele: “Che tempi, che chiesa, che mondo, come sono ridotto!”, ma a una presa di coscienza che diventa pellegrinaggio a un Altro da sé per essere restituiti a sé: “Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). (Giancarlo Bruni, Il suonatore di flauto, Servitium 2012)

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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