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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 6 settembre 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  8 settembre 2013

Sapienza 9,13-18     /     Filemone  9b.10.12-17     /     Luca 14r, 25-33

  • SAPIENZA

Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda di argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza.

            PAROLA  DI  DIO

 

Il capitolo 9 del libro della Sapienza contiene una stupenda preghiera, attribuita al re  Salomone, per chiedere a Dio il dono della sapienza: “Dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono… lei sa quel che piace ai tuoi occhi…Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso…” (9,4.9-10).

Nella mentalità greca la sapienza è il risultato dello sforzo dell’intelligenza umana. Nella concezione ebraica la sapienza è dono di Dio a chi accoglie la Parola. L’autore del libro della Sapienza – un credente colto del primo secolo avanti Cristo, che vive in ambiente di cultura greca – tenta di presentare ai suoi lettori stranieri questa visione religiosa.

È dono di Dio anche la conoscenza autentica delle cose (7,16-21): la scienza, l’aritmetica, la fisica; anche conoscere il movimento delle stelle, il comportamento degli animali, le radici per curare le malattie.

Come allevare gli animali, come coltivare i campi, quali tecniche impiegare per produrre di più e meglio: sono problemi seri e urgenti, ma non sono i più importanti.

Ci sono interrogativi che bisogna necessariamente affrontare perché dalla loro soluzione dipende la riuscita o il fallimento della vita e a questi interrogativi non rispondono i libri di scienza:  che valore dare alla famiglia, alla professione, al denaro, al successo, al prestigio sociale? E la sofferenza, le prove, la morte?

Per fare scelte giuste e ponderate occorre “la sapienza, cioè la luce che viene da Dio, perché l’uomo da sé  non è capace di conoscere il volere di Dio, o semplicemente immaginare che cosa vuole il Signore.

L’uomo è troppo condizionato dal corpo corruttibile che gli appesantisce la mente [un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni ]. In queste parole qualcuno riconosce un influsso della filosofia di Platone che insegnava: l’anima e il corpo sono due sostanze complete, ciascuna per conto proprio ed unite durante la vita terrena  senza formare un’unica sostanza. L’anima da sola costituisce l’essenza dell’uomo. L’anima si trova nel corpo come in un carcere.

E poi, i ragionamenti e le scelte dell’uomo sono sottoposte ad innumerevoli condizionamenti: l’educazione ricevuta, l’ambiente di vita e di lavoro, l’opinione dominante alimentata dai mezzi di comunicazione sociale, la propaganda di chi detiene il potere,

Abbiamo, dunque, bisogno, se l’uomo è, spesso,  così debole, fragile e inconsistente,  di essere istruiti da Dio ed essere salvati per mezzo della sapienza che è dono suo.  Solo così, l’itinerario della vita sarà possibile e bello (“Così furono raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono ammaestrati in ciò che è gradito; essi furono salvati per mezzo della sapienza“: Sap.9, 18).

  • FILEMONE

Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catena. Te lo rimando, lui, che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il  tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo,  in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

            PAROLA  DI  DIO

 

Se i  cristiani di Colossi hanno conservato con devozione questo biglietto, indirizzato dall’apostolo Paolo a Filemone, che era un cristiano di quella comunità, significa che, nonostante la sua brevità, è stato ritenuto prezioso per l’insegnamento che contiene. Si tratta, infatti, di un “vero capolavoro di tatto e di cuore”.

Ecco la vicenda: nella provincia dell’Asia Paolo ha convertito a Cristo un giovane e ricco commerciante di Colossi, di nome Filèmone. Costui è diventato un cristiano esemplare, tanto che Paolo lo chiama “carissimo, nostro collaboratore (v.1) e ne fa un bell’elogio [sento parlare della tua carità e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi… La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione vv.5.7].

Filemone è sposato (Apfìa [2] è probabilmente sua moglie), ha molta gente al suo servizio ed una casa tanto grande da accogliere la comunità per la celebrazione settimanale dell’Eucaristia (v.2).

Un giorno uno dei suoi schiavi, Onesimo (che significa “utile”!), gli ruba una bella somma di denaro e sparisce.   Com’è che Onesimo ha incontrato l’apostolo Paolo, che allora era in prigione (v.9)? Forse è finito anche lui in galera, arrestato per qualche altro furto. Lì ha incontrato Paolo, ha ascoltato la sua predicazione, si è convertito e si è fatto battezzare. Ora Paolo lo rimanda a Filemone, che è il suo padrone, con questo biglietto, col quale lo prega di riaccogliere il servo fuggitivo. Accoglierlo di nuovo, ma non più come schiavo, bensì  come “fratello carissimo” (v.16).

Infatti  lo schiavo Onesimo per il Battesimo è entrato a far parte della comunità cristiana, una comunità di fratelli in cui tutti sono a servizio gli uni degli altri. La schiavitù, che continuerà per secoli  a ferire ed oscurare la nostra civiltà, sarà  dal Vangelo progressivamente dissolta  come progressivamente dal sole viene dissolta la nebbia più fitta.

Onesimo sarà considerato un uguale,come tutti gli altri, un membro della Chiesa, ma sarà anche membro della famiglia di Filemone,  del quale sarà pienamente fratello”. Filemone è così invitato a riaccoglierlo, rinunciando a punirlo e  riconoscendo la sua dignità di uomo e di “figlio di Dio”.

L’apostolo, “rimandando a lui lo schiavo fuggito, gli dice al tempo stesso che sarebbe utile anche a sé, ma lascia la decisione a lui, lo scioglie dalla sua proprietà (lo schiavo appartiene a Filemone), ma anche da ogni calcolo (perché non guadagna nulla se Paolo glielo rimanda). Anzi lo espropria ancora più a fondo, rimandando a lui Onèsimo non come schiavo, ma come fratello amato, perché Onèsimo è diventato tale per Paolo, “quanto più a te”, e tutto ciò con ancora un accrescimento: “sia come uomo” (poiché Onèsimo è diventato per Filemone mediante l’amore di Paolo, un uomo come lui), “come anche davanti al Signore”, che è il disinteresse stesso, superiore a ogni desiderio di possesso” (Balthasar, Luce della Parola, PIEMME 1990).

  • LUCA

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un  altro re, non siede prima ad esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi  gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti suoi averi, non può essere mio discepolo”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

L’evangelista Luca sottolinea più degli altri sinottici il cammino di Gesù verso Gerusalemme (“mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione  di mettersi in cammino verso Gerusalemme”   Lc 9, 51). Alle sue spalle, ormai, Nazareth e la sua famiglia, la Galilea, il paese dove si sentiva a casa e che lo aveva, pur relativamente, accolto. Dinanzi a Lui, in alto, la città da dove sono venuti regolarmente gli oppositori. E’ lì che bisogna andare, è lì che simbolicamente si giocherà in modo pieno la sua missione.

Dietro a Lui camminano tante persone. Ma comprendono cosa comporta  seguire Gesù  nel suo cammino verso Gerusalemme? Gesù pare preoccuparsi della loro consapevolezza. Infatti “una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro : “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami  suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo ”.

Il versetto-chiave dell’intero brano è il versetto finale del brano (33): “ chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo ”. “Averi ”  sono, in questo contesto,  anche le relazioni con le altre persone: vengono indicati i parenti più prossimi e persino la propria vita.  “Se uno viene a me  e non odia suo padre, sua madre  ecc. ecc.: Gesù adopera la parola dura “odiare”, cioè “mettere al di sotto”, “considerare dopo”, “non farsi condizionare”.  Infatti, in aramaico – la lingua parlata abitualmente da Gesù – come in ebraico e nelle altre lingue semitiche, è assente il comparativo relativo, per cui “amare meno” o “porre in secondo piano”  diventa automaticamente “odiare”. Il testo greco ha tradotto letteralmente e quindi, fino alla nuova traduzione del 2008, era scritto come sopra: “se uno non odia suo padre, sua madre ecc.

Niente, dunque,  può entrare in concorrenza con Dio. Così Gesù è il primo. Anzi l’unico. Nel quale, però, tu ritrovi tutto e di più, purificato, moltiplicato, approfondito, trasfigurato.

Gesù si rende conto di proporre un discepolato molto impegnativo, non improvvisato o superficiale. Perciò con due brevi parabole esorta a ponderare bene la nostra decisione di seguirLo.

L’intenzione di Gesù non è scoraggiare i discepoli, ma renderli consapevoli della grandezza della scelta fatta: il cristianesimo è una cosa seria. Non triste, ma seria, perché, per darti Tutto, ti domanda tutto.

Non è un appello all’eroismo, ma al superamento di se stessi. Non è un appello al volontarismo, ma alla follia del dono. E non semplicemente del dono delle cose, ma del dono di sé.

La ragione, in questa scelta radicale, sarà sempre ispirata e sostenuta dall’amore.

La grazia a buon mercato  è la predicazione del perdono senza pentimento, è il battesimo senza disciplina ecclesiastica, è la celebrazione della cena senza confessione dei peccati; è l’assoluzione senza confessione personale. La grazia a buon mercato è la grazia non accompagnata dall’obbedienza, la grazia senza la croce, la grazia che fa astrazione da Gesù Cristo vivente e incarnato.

La grazia che costa è il tesoro nascosto nel campo: per farlo proprio, l’uomo va e vende con gioia tutto quello che possiede; è la perla di grande valore: per acquistarla il mercante rinunzia a tutti i suoi beni; è la regalità del Cristo: a causa di essa l’uomo si cava l’occhio che gli è occasione di scandalo; è la chiamata di Gesù: il discepolo che l’ode lascia le reti e lo segue.

La grazia che costa è il Vangelo che bisogna sempre cercare di nuovo; è il dono che si deve chiedere nella preghiera, è la porta a cui bisogna bussare.

Costa, perché chiama all’obbedienza; è grazia, perché chiama all’obbedienza a Gesù Cristo; costa, perché si tratta di perdere la propria vita; costa, perché condanna i peccati; è grazia, perché giustifica il peccatore:

la grazia costa cara, perché costata cara a Dio, perché è costata la  vita del suo Figlio: “Siete stati comprati a caro prezzo” (1Cor.6, 20). Ciò che costa caro a Dio non può essere a buon mercato per noi. (D. Bonhoeffer, Sequela)

O Dio, nostro Padre, unica fonte di ogni dono perfetto,

suscita in noi l’amore per te e ravviva la nostra fede,

perché si sviluppi in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza.

O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della  nuova alleanza,

fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti,

e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa.

È scritto: “gli uomini  furono salvati per mezzo della sapienza”.  Ma tu cerchi la sapienza, impegnandoti  a trovarla  e attingerla dalla sorgente sovrabbondante della Parola di Dio?

Considera con attenzione la richiesta fortissima che Paolo fa a Filemone:  nonostante  che  lo schiavo Onesimo abbia rubato e sia fuggito,  riaccoglierlo in casa, rinunciando a punirlo e accoglierlo non più come schiavo, ma come fratello.

Hai anche tu qualche fratello da ri-accogliere, perdonando e riconoscendone la dignità umana  e, talvolta, la comunione della  fede e, magari, l’impegno della missione evangelica?

Pensando a Gesù che prese la ferma decisione  di mettersi in cammino verso Gerusalemme,  non sei aiutato a riconoscere per te il bisogno di una ferma decisione  per metterti in cammino:  per realizzare un serio progetto di vita, per dare una mossa al tuo impegno di cristiano, di consacrato, di ministro nel sacerdozio?

Medita e ripeti a te stesso le parole ferma decisione : se Gesù Cristo si è messo in cammino così, quanto più avremo bisogno noi di ferma decisione  per muoverci sulla strada che il Signore ci indica !

Ripassa nel tuo cuore l’elenco delle persone e delle cose che appartengono alla tua esperienza di vita e ti sono care e chiediti:  io amo Gesù Cristo al di sopra di tutti e di tutto ?

Nella misura in cui Gesù diventa non solo il primo, ma anche l’Unico della tua vita, tu fai l’esperienza non solo di ritrovare tutto, ma di scoprire che tutto è valorizzato,  promosso,  arricchito.

“Mettere Dio, mettere Gesù al primo posto vuol dire porre una garanzia che preservi l’amore. Lo preservi dal diventare nido di egoismi e lo mantenga vero amore” (Angelo Casati  in   Giancarlo Bruni, Il suonatore di flauto,  Servitium editrice 2012).

     Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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