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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 30 agosto 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  1 settembre 2013

Siracide  3, 19-21.30-31   /  Ebrei  12, 18-19.22-24   /  Luca 14, 1.7-14

 

  • SIRACIDE

Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male. Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

            PAROLA  DI  DIO

 

Il libro di Ben Sirac [per questo chiamato “Siracide”,  ma anche “Ecclesiastico” secondo l’antica tradizione latina], opera dell’ultimo dei saggi e primo degli scribi intorno al 190 a.C.,  ci presenta la meditazione di questo saggio, che si appoggia, da una parte, alla conoscenza  che egli ha della storia del popolo di Dio e, dall’altra, ad una sua riflessione tutta umana.

Si tratta di una collage di esortazioni e aforismi (cioè sentenze / massime). Lontano dalle altissime tensioni di Giobbe e dallo scetticismo di Qoèlet (detto Ecclesiaste, cioè “colui che parla nell’assemblea”) propone un messaggio molto sereno ed ancorato alla “quotidianità” della vita. Gli ammonimenti, espressi In termini molto vivaci, riguardano la modestia, l’umiltà, la meditazione della Parola di Dio, l’elemosina: un corredo di virtù che rende graditi a Dio e ci fa amare anche dagli altri.

L’autore condanna ogni pretesa orgogliosa. La vera grandezza si rivela nell’umiltà dell’uomo che si apre alla saggezza. Anzi, quanto più uno è grande e ricco di doni, tanto più profonda deve essere la consapevolezza di aver ricevuto da Dio e quindi la sua umiltà.

Eppure, nonostante che sia ridicolo chi fa sfoggio dei doni di Dio come fossero suoi personali, molti sono gli uomini orgogliosi e superbi. Proprio per questa insensatezza  radicata nel profondo della persona,   per la misera condizione del superbo non c’è rimedio. L’unico rimedio è ascoltare con orecchio attento e meditare profondamente la parola del Signore (le parabole).

L’atteggiamento umile, che sa porsi al livello di tutti gli uomini, non è solo una saggezza umana, ma è anche una virtù autenticamente religiosa, che ci fa trovare grazia davanti al Signore.

Questo atteggiamento  interiore di semplicità diventa un appello anche sulle labbra di Paolo: “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri, non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi” (Rom 12, 16) .

 

  • EBREI

Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole. mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

            PAROLA  DI  DIO

 
Il brano odierno conclude la lettura della lettera agli Ebrei, distribuita lungo l’arco di queste ultime Domeniche. L’autore è profondamente colpito dal contrasto esistente tra  le grandi manifestazioni di Dio nella storia del popolo eletto  [qualcosa di tangibile, fuoco ardente,oscurità, tenebra e tempesta, squillo di tromba, suono di parole : c’è tanto da averne paura!]  e l’umiltà e semplicità della rivelazione di Dio in Gesù Cristo.  Non è più l’alleanza esteriore  e legale del Sinai, ma quella interiore e spirituale cantata dal profeta Geremia: “Porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nel loro cuore” (Ger 31,33). Questo testo di Geremia  è citato interamente in Ebrei 8  e costituisce la più lunga citazione dell’Antico Testamento nel Nuovo.

Dunque, per mezzo di Gesù Cristo noi accediamo alla verità delle cose e per mezzo di Lui noi entriamo in comunione con la comunità dei santi: vi siete accostati al monte Sion, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli … al Dio giudice di tutti … a Gesù mediatore dell’alleanza nuova. E questa non è soltanto un modo nuovo della realtà che è Dio, ma anche sorpresa, gioiosa scoperta di vita, inizio festoso di una nuova era della nostra esistenza, l’era perfetta e definitiva.

“Il credente si rallegra di appartenervi e comprende che è grazia di Dio l’essere in una compagnia raccolta da Dio. Egli non si domanda se è degno o no di appartenervi, allo stesso modo che un bambino non si domanda se è degno o no di prender parte a un convito di adulti, si rallegra semplicemente per le buone cose e per la buona compagnia che lo tratta gentilmente. Egli è in questo un esempio per noi figli di Dio, a cui viene data una cosa così bella. Naturalmente “senza merito”; in che modo avremmo potuto “meritarlo”? E tuttavia ci sentiamo bene in questa compagnia e non abbiamo bisogno di sentirci stranieri ” (Hans Urs von Balthasar).

 

  • LUCA

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: ”Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.  Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 L’evangelista Luca racconta di un pranzo “in casa di uno dei capi dei farisei”.  Specialmente il pranzo del sabato non era un semplice mettersi a tavola per mangiare. Si trattava di un rito sociale, di un banchetto solenne, anche per discutere insieme di argomenti “seri”, a volte religiosi, soprattutto quando un rabbino era tra gli ospiti.  Ecco perché “la gente stava ad osservarlo” e c’erano molti “invitati”.

Gesù accetta di partecipare ad una di queste riunioni e, da osservatore attento e predicatore concreto ed efficace, prende lo spunto dalle piccole cose per costruire il suo messaggio: “osservando come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti  al primo posto, perché non ci sia un altro invitato  più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cèdigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto “. Gesù trasforma questa norma di urbanità  e  di astuzia   in una esortazione religiosa e teologica. Gesù offre una regola per l’ingresso nel suo regno. L’arrivismo, l’orgoglio, l’autosufficienza, il fariseismo sono un impedimento; la semplicità, l’umiltà, il rispetto della giustizia sono, invece, le condizioni ideali per l’ingresso. La regola della mensa del regno è, secondo una costante tradizione biblica,  una sola: “ chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Il Regno esige che l’uomo non si ritenga giusto dinanzi a Dio, ma che rinunzi ad ogni pretesa di auto-giustificazione. Quello che mi farà ottenere un posto nella comunione con Dio è non la mia giustizia, ma la sua grazia che mi dice: “Amico, passa più avanti”.

Perciò,  fratelli, non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri” (Fil.2, 3-4).

Questa corsa al primo posto è una delle malattie più diffuse. Nel privato e nel pubblico, nella cultura e nella società, anche nella Chiesa, in tutto ciò che facciamo siamo malati di questa ansia del primeggiare, e restiamo puntualmente delusi: il nostro amor proprio ha più fame di prima, dopo che è stato soddisfatto. Vorremmo passare di applauso in applauso, di complimento in complimento, ma la vita va avanti, noi siamo dimenticati, e il sentirsi dimenticati genera frustrazione e profonda malinconia.

Il binomio umiliazione-esaltazione (“chi si umilia sarà esaltato”) rinvia al modello Gesù Cristo, che non era umile come dovremmo essere noi quando riconosciamo che abbiamo sbagliato o siamo pieni di difetti. La sua umiltà fu questa: ci amò gratuitamente, privandosi della gloria che gli apparteneva come Figlio di Dio, scendendo” al nostro livello fino alla morte umiliante degli schiavi (la crocifissione).   Perciò fu glorificato.

E’ venuto,  “non per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti” (Mt.20, 28).

Prezioso l’avvertimento di San Francesco di Sales ( Introduzione alla vita devota, III, c.5): “ Diciamo spesso che non siamo nulla, che siamo la miseria stessa, la spazzatura del mondo. Ma ci rimarremmo molto male se gli altri ci prendessero in parola e ripetessero pubblicamente le nostre affermazioni. Facciamo finta di tirarci indietro e di nasconderci, ma in realtà ci aspettiamo che gli altri ci corrano dietro e ci cerchino … La vera umiltà non si mette in mostra, e non dice quasi mai parole umili, perché non desidera nascondere soltanto le altre virtù, ma anche e soprattutto nascondere se stessa… A mio avviso, dunque, è meglio non ripetere parole di umiltà, o pronunciarle soltanto quando corrispondono a un vero sentimento interiore …”.

Disse poi a colui che l’aveva invitato”: la seconda parte di questo brano evangelico è destinata al padrone di casa. Invitare parenti ed amici è un segno di amore facile e spontaneo e che, di suo, comporta un contraccambio. C’è invece un’altra regola per la mensa del Regno:   “invita poveri, storpi, zoppi, ciechi”.

“La comunità di Cristo è un luogo di ospitalità per gli esclusi, non per le élites sofisticate e settarie.

Gesù abbatte le norme esclusivistiche del puro e dell’impuro e rende il suo Regno sede di comunione universale,  la cui regola  non è  l’interesse  economico  o  sociale,  ma  l’amore   generoso  e  il  perdono” (Mons. Gianfranco Ravasi).

Sarai beato, perché non hanno da ricambiarti ”. Luca aveva già posto in bocca a Gesù nel discorso che fece quando “si fermò in un luogo pianeggiante” e  parlò ai discepoli: ” se prestate a coloro dai quali sperate di ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto ” (Lc.6, 34).

Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi”. Questo invitare a mensa non è soltanto nutrire distribuendo alimenti ai poveri. E’ promuovere, conferire dignità. E’ trattare i rifiutati dalla società come commensali, come uguali. E’ il mondo che annuncia Gesù. È il mondo della divina gratuità.

Dice Mons. Ravasi: “Le due leggi del Regno sono semplici ed essenziali e si sviluppano lungo le due direttrici fondamentali, orizzontale e verticale: la legge dell’umiltà e della grazia sostiene la mia relazione con Dio, la legge dell’amore disinteressato e universale sostiene la mia relazione col prossimo”.

                                       “Oltre ogni ironia, Signore,

                            Tu che hai detto nell’ultima cena:    /   “ Non siate come i capi di queste nazioni

                            che signoreggiano e dominano         /     e poi si fanno chiamare perfino benefattori ”,

      almeno chi siede al banchetto della tua Chiesa   /    sia immune da questa epidemia

 di titoli, e di onorificenze, e carriere, e prebende,    /    ma sia come un fanciullo, gioioso di seguirti.          Amen.     

(P.David Maria Turoldo)

 

O Dio, nostro Padre, unica fonte di ogni dono perfetto,

suscita in noi l’amore per te e ravviva la nostra fede,

perché si sviluppi in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza.

O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della nuova alleanza,

fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti,

e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa.

 Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Si direbbe: è un discorso logico, nella fede. Più abbondanti sono i doni che Dio ha fatto alla tua vita, più devi riconoscere che tutto hai ricevuto da Dio.

Troverai grazia davanti al Signore.  Certamente ti sentirai obbligato ad una più grande riconoscenza. Sarà più chiaro alla tua coscienza che, essendo tutto dono di Dio, non puoi vantartene dinanzi a nessuno, ma piuttosto sentire la responsabilità di rispondere meglio a quello che il Signore ti domanda. Soprattutto dovrai domandare a te stesso se i doni che tu hai ti fanno più pronto ad aiutare quei fratelli che il Signore mette  sulla tua strada.

Il fatto di avere la fede, di appartenere alla Chiesa, di far parte di una comunità cristiana è per te un fatto scontato, una situazione naturale, una realtà ininfluente?

Oppure una scoperta progressiva e gioiosa? Un impegno che tu riprendi continuamente in mano per una risposta crescente all’Amore, che non finisce di sorprenderti?

Ripensa a quella regola della mensa del Regno che Gesù enuncia con chiarezza: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

Chi  si esalta?  Chiunque pensa di essere superiore agli altri, giudica e critica severamente i fratelli, pensa di essere autosufficiente e  di non aver bisogno di nessuno, chi  sgomita per occupare i primi posti, chi  lotta per primeggiare, chi cerca di sorpassare gli altri e nella competizione non rifugge dalla mormorazione, il giudizio, la calunnia …

Guardati nello specchio che ti presenta l’apostolo Paolo: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri”  (Fil 2, 3-4).

La seconda regola della mensa del Regno: “quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi”.

Dunque, bisogna purificare i rapporti umani dal calcolo e dal tornaconto e fare spazio alla gratuità, al disinteresse, all’amore creativo. Quanto i tuoi rapporti umani sono malati di egoismo e di calcolo?

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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