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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 23 agosto 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  25 agosto 2013

Isaia 66, 18-21   / Ebrei 12, 5-7.11.13  /  Luca 13, 22-30

 

  • ISAIA

Così dice il Signore: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud,Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane  che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta  al Signore su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore -, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Dio non ha mai nascosto il suo progetto di salvezza: radunare, cioè fare di una umanità dispersa un solo popolo in pace. Nella pagina di Isaia il centro dell’annuncio è segnato proprio dal verbo radunare:  “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue”.

E quello che Dio ha fatto per gli Ebrei dopo l’esilio di Babilonia  è segno di speranza per tutta l’umanità.

Ma ormai l’esilio e le sue sofferenze, il ritorno nel paese e la speranza del rinnovamento appartengono  al passato.  I Giudei sono ripiombati nella monotonia di una vita senza aperture, senza grandi prospettive. Allora, un profeta riprende il sogno ideale già presentato da Isaia  (per esempio Is.2, 2-3: “Il monte del tempio del Signore  sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore”; od anche Is.25, 6-10: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande… strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli”) e ripreso dal suo successore, il cosiddetto Deutero-Isaia [Is cc.40-55] (per esempio Is. 49, 6: “E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la salvezza fino all’estremità della terra”). Questo profeta (Terzo-Isaia   [Is cc. 56-66]) cerca di   accendere nuovamente l’entusiasmo descrivendo l’avvenire glorioso del popolo di Dio: “Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue… ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore … al mio santo monte di Gerusalemme”.

Gli Israeliti erano convinti di essere il solo esclusivo popolo di Dio. Si consideravano giusti e fedeli a Dio. Per custodirsi immuni da ogni contaminazione avevano stabilito leggi severe per impedire i rapporti, le amicizie, i matrimoni con stranieri che non conoscevano il Signore e servivano gli idoli vani (Deut 7,1-8).

Ma il profeta assicura che anche dai paesi più lontani, “che non hanno ancora udito parlare di Lui”, Dio chiamerà, ponendo in essi “un segno”,  ed essi “annunzieranno la sua gloria alle nazioni”.

Dunque, questi altri, che per lo più venivano considerati da Israele come nemici di Dio, vengono presentati da Dio come “fratelli e addirittura, tra di loro, Dio sceglierà “sacerdoti  leviti”. Questa è una sorpresa inaudita – ed anche blasfema – per un certo integralismo razzista religioso ebraico.

Qual è “il segno” che Dio porrà in mezzo agli Israeliti?

Forse una grande prova purificatrice dalla quale emerge un “resto” di superstiti fedeli e puri?

Si tratta anche di persone che “non hanno mai udito parlare di me e non hanno mai visto la mia gloria” ed ora annunziano la gloria di Dio alle nazioni?

Oppure, anche e soprattutto, “il segno” è lo stesso Figlio dell’uomo, che è “ben più di Giona”, e “come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione” (Lc.11, 29-32).

 

  • EBREI

Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio”. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

            PAROLA  DI  DIO

 

Continua  la lettura della Lettera agli Ebrei. Dopo l’approfondimento del tema della fede,  si prosegue con la presentazione della perseveranza cristiana, virtù indispensabile soprattutto nel momento della prova. L’immagine dominante è quella paterna e pedagogica, cara alla letteratura sapienziale (Prov.3, 11-12).

Se un insegnante ha tra gli alunni il proprio figlio, non gli accorda nessun privilegio, pretende che si impegni come tutti gli altri. Anzi, se il figlio si comporta male, il rimprovero, la correzione ed anche il castigo sono più severi, perché lo ama di più.

Anche il Figlio per eccellenza, Gesù, è diventato causa di salvezza passando attraverso l’oscurità della prova: “Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Ebr.5, 8-9).

Così la comunità cristiana, e nella comunità ogni fedele, dinanzi alla contraddizione e alla sconfitta, non devono dubitare dell’intenzione del Padre: l’intenzione è guidata dall’amore, un  amore esigente, che vuole illuminare e far emergere  in noi l’immagine perfetta del Cristo. Ecco la ragione per cui Dio sottopone i credenti a tante prove: per renderli migliori. Le prove sono il segno che Egli non li considera estranei, ma figli. È naturale che non siano contenti della durezza del padre, ma, una volta cresciuti, lo ringrazieranno per l’educazione ricevuta.

 

  • LUCA

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “ Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “ Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.  Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

Il Vangelo di Luca  si apre con un interrogativo posto a Gesù: “ Signore, sono pochi quelli che si salvano? “.  Al tempo di Gesù, molte sette pretendevano presentare le condizioni esclusive per ottenere la salvezza. Alcuni sostenevano che tutti gli Ebrei si sarebbero salvati partecipando al regno futuro; altri restringevano la salvezza a pochi eletti osservanti. La questione era talmente scottante che non era necessario essere scribi o farisei per fare la domanda: “un tale gli chiese”.

Ma la questione era posta male e Gesù non vi risponde.  Chiedere quanti sono quelli che si salvano è come defilarsi rispetto all’impegno di “sforzarsi di entrare per la porta stretta”.  Ognuno gioca ora, nel momento presente, il suo destino di salvezza. Il problema non è il numero di quelli che si salvano, ma l’impegno che ognuno mette per dare a Dio la possibilità di salvarlo. Dio non violenta la tua coscienza, non costringe la tua volontà. Dio ti indica la porta stretta, ti chiama per nome, in mille modi ti invita ad entrare, adopera per spingerti alla salvezza – come dice un proverbio arabo – “la mano destra della gioia e, ancor più, la mano sinistra del dolore”. Ma ti lascia libero. La risposta all’Amore non può essere che una risposta libera e che impegna la tua vita.

Gesù illumina con una vivacissima parabola come non deve essere  e, conseguentemente, come deve essere la nostra risposta. Come in ogni parabola, importante è, al di là delle immagini, cogliere l’insegnamento.

Per quelli che sono convinti di essere per eccellenza “cristiani” e amici di Cristo, perché continuamente hanno gridato e segnalato agli altri questa loro identità,  durissima e ripetuta due volte è la risposta di quel padrone di casa che è il Signore: “Non vi conosco, non so di dove siete”, “Vi dico che non so di dove siete”. Non basta aver mangiato e bevuto l’Eucaristia [Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza], non basta   aver ascoltato o predicato la parola di Dio [Tu hai insegnato nelle nostre piazze]. Noi cristiani  siamo severamente messi in guardia contro il rischio di credere che basti un’appartenenza esteriore alla Chiesa  o una fedeltà meccanica  ad alcune pratiche religiose.

Tanti cristiani si cullano nella convinzione di avere la verità e di godere già la salvezza e non verificano il loro amore di Dio con la concretezza del loro amore per il prossimo. L’unità di misura della salvezza è l’amore ai poveri, agli ultimi, agli altri. Con disinteresse. Senza nessun calcolo.

Ecco perché nel regno dei cieli saremo preceduti da tanti uomini e donne in buona fede, che sono incessantemente alla ricerca della verità e della gioia e consumano la propria vita nel servizio agli altri, e non hanno paura di correre il rischio di perdere per gli altri tempo, energie, interessi.  Perfino la vita, come è accaduto a quegli otto medici di un’associazione non governativa cristiana uccisi in Afghanistan alcuni anni fa, perché trovati in possesso di Bibbie in lingua locale.

Occorre passare per la porta stretta. Essa apre il passaggio ad un mondo nuovo, ad un modo nuovo di impostare la vita. La porta stretta è la scelta di vivere non per sé, ma per gli altri, è accettare di morire all’affermazione di noi stessi e ai nostri interessi e alla preoccupazione dei nostri successi, nell’impegno di valorizzare l’ esistenza come servizio ai fratelli,  a cominciare dai piccoli e dai poveri.

A ripensarci bene, con le parole “ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi”  Gesù ci invita a condividere il suo posto di “ultimo”, per ritrovarci con Lui, nella condivisione della sua passione, morte e risurrezione, ed aver parte con Lui dinanzi al Padre.

                 “No, nessuno si salva con le proprie forze,     /     da soli siamo tutti perduti:

     tu sei un Dio che trova macchie anche negli angeli;     /     e non vale nemmeno che ci pensiamo:

                                     la ragione e il dovere del bene   /     non sono per essere salvi

              (religione che mai sarebbe un atto di amore):   /      insegnaci invece a fare le opere buone

                                    perché sia glorificato il Padre    /      e siano rese grazie a te, Cristo,

                           che per salvarci continui a immolarti    /      sopra tutti gli altari.   Amen”.
(P. David Maria Turoldo)

 

     Dio, che riunisci in un solo volere le menti dei fedeli,

concedi al tuo popolo di amare ciò che tu comandi e desiderare ciò che prometti,

perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.

O Padre, che chiami tutti gli uomini

per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova,

concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché, unendoci al sacrificio del tuo Figlio,

gustiamo il frutto della vera libertà e la gioia del tuo regno.

Il progetto di Dio, chiaramente espresso dal profeta Isaia [radunare tutte le genti e tutte le lingue], è  con tutta sicurezza la prospettiva della Chiesa. È anche la prospettiva della tua vita e la speranza del tuo cammino?

Qual è il tuo atteggiamento interiore dinanzi alle prove che accompagnano la tua vita ? Te ne lamenti con Dio?  Lasci trasparire anche esteriormente la tua scontentezza ?  La manifesti anche con l’amarezza della mormorazione ?

“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.  Domanda non originale, ma oggetto di dibattito nei circoli rabbinici e apocalittici e che riguardava soltanto gli ebrei come popolo eletto: tutto Israele entrerà nel mondo futuro, dicevano  i rabbini;  pochi vi entreranno rispondevano gli apocalittici.

È certo che il Signore ci vuole tutti salvi, per tutti infatti Egli è morto sulla croce. Ma tutto dipende da noi, dalla risposta che diamo al Signore che chiama. Perciò,  “sforzatevi  di entrare per la porta stretta”.

Nel discorso della montagna il Maestro ha detto: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano”  (Mt 7, 12-14).

“Pochi”, “molti”, non dipende da Dio, ma dal tuo impegno; perciò non perdere tempo a discutere, ma “sfòrzati “, cioè impégnati davvero per entrare, perché chi s’impegna entra, chi si sforza riesce a passare.

Ricòrdati che in nessun campo  si va avanti per inerzia, tanto meno nel campo della nostra risposta a Dio che ci chiama, a Gesù che ci invita a seguirlo. Ma  tu,  ti sforzi davvero ?  Prova a rispondere sinceramente.

E non dimenticare mai che non è riempirsi la bocca di termini cristiani, non è l’osservanza scrupolosa  di precetti, non è l’aggregazione al proprio gruppo religioso  l’ unità di misura della tua appartenenza a Cristo, ma lo sforzo per attraversare la porta stretta.

Non basta bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”.  La porta chiusa è una  nostra umana immaginazione, perché la porta,  che è il cuore stesso di Cristo (il cuore aperto dalla lancia!), quella porta  è sempre aperta, ma è necessario attraversarla  e tu l’attraversi solo se ti unisci a Lui,  rinunciando a te stesso, prendendo su di te ogni giorno la tua croce e mettendo in pratica la sua parola.

Noi cristiani rischiamo di metterci alla presenza di Dio con la presunzione della fedeltà, come ripetendo: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Se abbiamo  questo atteggiamento di sufficienza, se teniamo  nel cuore l’illusione di essere “a posto”,  se viviamo nella  sicurezza delle nostre pratiche religiose, noi rischiamo la delusione più cocente: sentirsi dire dal Signore: “Non vi conosco.  Non so di dove siete”. Parole dure,  ma  che sgorgano da un amore grandissimo che vuole salvarci dalla illusione più terribile: che per essere salvi basti una appartenenza esteriore alla Chiesa  o una frequenza dei sacramenti che non innerva l’esistenza.

Se viene detto che alcuni primi saranno ultimi, questo posto è, sì, un ultimo posto (Ez 16,63),  ma non un posto di disperazione, ma  sempre un posto di salvezza. C’è una speranza per tutto Israele (Rom 11,26).

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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