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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 16 agosto 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  18 agosto 2013

Geremia 38, 4-6.8-10  /  Ebrei 12, 1-4   /  Luca 12, 49-57

 

  • GEREMIA

In quei giorni, i capi dissero al re: “Si metta a morte Geremia, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male”.  Il re Sedecia rispose: “ Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi”. Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nella’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango. Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: “O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città”. Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: “Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Geremia è un uomo pacifico, un uomo dal cuore amabile e che si presenta con modestia (“sono giovane, non so parlare”: Ger.1, 8).  Eppure, per ordine di Dio, ha dovuto denunciare la violenza che regnava nel paese ed anche le illusioni di un popolo che cercava di difendersi dalla Caldea che minacciava dal Nord con la forza del suo esercito (“ti metto le mie parole sulla bocca …ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese”: Ger.1, 9.18). Accusato di disfattismo e di collaborazionismo col nemico, è perseguitato fino ad essere gettato, un giorno, in una vecchia cisterna, che “si trovava nell’atrio della prigione”. Qui Geremia affonda nel fango. Il re di Giuda, un fantoccio inetto, che in questo momento tragico d’Israele non sa governare, declinando ogni responsabilità secondo l’eterno comportamento pilatesco, ha consegnato e lasciato il profeta in balia dei notabili. E lì, poiché la città assediata era all’estremo, il profeta poteva essere dimenticato,  rischiando di morire di fame, se non fosse intervenuto presso il re un funzionario di origine straniera (un etiope), che ha ottenuto di poter liberare il profeta.

Ciò che succede a Geremia secondo il racconto della prima lettura è solo un simbolo di tutte le cose orrende che succedono nel mondo, talvolta proprio in nome della religione. Il profeta viene esposto a questo tormento che secondo le intenzioni avrebbe dovuto ucciderlo, a causa della parola di Dio, che si era opposta alla cieca volontà di guerra.

Tutti i profeti, in ogni tempo, hanno capito a loro spese che la verità ferisce. Così, spesso sono stati liquidati in base a pretesti estranei al loro messaggio. Nei Salmi, abbastanza spesso, le persone giuste e sante pregano che Dio voglia salvarli dal fango in cui affondano (slm 40,3; 69, 15). Giobbe paragona se stesso con questo fango (Gb 10, 9; 13, 12 ecc.).  Paolo dice di essere messo all’ultimo posto e di venir considerato come una spazzatura e un rifiuto (1Cor 4, 9.13).

Geremia è una prefigurazione impressionante di  Gesù e del dramma del rifiuto e della condanna da parte di coloro ai quali era venuto a portare pace e salvezza.

 

  • EBREI

Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

            PAROLA  DI  DIO

 

La lettera agli Ebrei, evoca con fierezza la fede esemplare degli antenati ( Abele…  Enoc…  Noè… Abramo… Sara… Isacco… Giacobbe… Giuseppe…  Mosè … la Pasqua con l’aspersione del sangue … il passaggio del Mar Rosso … le mura di Gerico… Raab, la prostituta…mi mancherebbe il tempo volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti … Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi ). I fedeli della vecchia alleanza non avevano davanti ali occhi uno scopo diverso dal nostro. Ad essi era stata  data la stessa promessa che a noi, la promessa di una celeste città di Dio, di una patria eterna. Quantunque questo “mondo futuro” (2,5) fosse preparato già dal principio della creazione, nessuno poteva allora raggiungerlo [non ottennero ciò che era stato loro promesso ]. Solo Gesù, sommo sacerdote celeste e Figlio di Dio ne ha aperto l’accesso per l’uomo. Per mezzo suo anche i giusti del Vecchio Testamento diventarono perfetti, raggiunsero cioè la celeste meta delle promesse (Ebr 11, 1-40).

Per noi, ora, splende  l’esempio di Gesù (“che dà origine alla fede e lo porta a compimento”): “ pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori “.  Lui solo ha portato a compimento il cammino della fede perfetta ed ha superato senza cedimenti l’opposizione del mondo. Altrettanto dobbiamo fare noi , pronti a resistere fino al sangue per opporci al peccato e rimanere fedeli all’Amore.

Tenendo fisso lo sguardo su Gesù”, poiché “la corsa che ci sta davanti”  è la “corsa” dell’amore, la “corsa” del Verbo che è disceso dal cielo e si è fatto uomo (come dice il salmo 19 [18],6) : esce come sposo dalla stanza nuziale, esulta come un prode che percorre la via).

A Lui non possiamo rispondere che “correndo” a nostra volta “con perseveranza”.

Non avete ancora resistito fino al sangue” : si fa sempre più chiaro che la comunità a cui si rivolge la lettera agli Ebrei, sta indietreggiando spaventata di fronte alla  persecuzione e al dolore. Ma come il Figlio, così i suoi seguaci (Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi : Gv 15,20). Come il Figlio imparò, da ciò che soffrì, l’obbedienza (Ebr 5,8) così Dio educa anche gli altri suoi figli alla scuola severa del dolore.

 

  • LUCA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

Improvvisamente il cuore di Gesù si  mette a nudo e palpita. Luca, solo fra tutti gli evangelisti, ha raccolto questa impaziente confidenza: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!” .

Ritroviamo la stessa fiamma al momento della passione: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima di morire “ (Lc. 22, 15). Inoltre, l’ultimissima sua parola nel Vangelo di Giovanni (19, 30), “Tutto è compiuto!” ,  si potrebbe tradurre: Il fuoco è già acceso, a voi ora portarlo dovunque!

Lo sappiamo: l’Antico Testamento non ha esitato a compromettere la sublime identità di Dio facendo di Lui un Signore geloso, capace di collera, di vendetta, di tristezza. Ma qui abbiamo l’impressione fisica di toccare – attraverso il segreto del cuore di Cristo – nel profondo dell’Essere divino una commovente “dimensione di umanità”.

C’è un battesimo che devo ricevere”, e come sono angosciato finché non sia compiuto! ”. L’allusione al battesimo lega l’anima di Gesù al fuoco dello Spirito. Giovanni battezza nell’acqua, Gesù battezza nello Spirito che è soffio e fuoco.

Fuoco, che sul monte Carmelo confonde i sacerdoti di Baal.

Fuoco, che – nel Cantico dei Cantici – divora il cuore di coloro che amano.

Fuoco, che a Pentecoste trasforma i discepoli increduli e paurosi in testimoni ed annunciatori intrepidi.

Questo battesimo è intravisto da Gesù – in questo momento di angoscia – come una prova senza paragone più dura e temibile di quella delle tentazioni nel deserto. Non a Satana, ma alla Morte egli sta per essere consegnato, mani e piedi inchiodati alla croce. Dunque, il luogo di questo suo battesimo è la croce: immersione nell’angoscia e al contempo epifania dell’amore.

La seconda parte (vv. 51-57) di questo brano prende luce e forza se, come precisamente fa Luca, è unita alla prima. Gesù in spirito vive il drammatico momento della passione. Vede con angoscia profilarsi all’orizzonte il suo destino e parla come un profeta:  lui –  il Riconciliatore, il Mediatore, il Principe della pace – scatena la guerra, porta la divisione dove non dovrebbe regnare che l’amore, nella famiglia. Gesù non è una presenza neutra ed inoffensiva, ma è un’esplosione di fuoco. Con Lui ogni uomo deve scegliere. Gli uni si terranno stretti alle antiche osservanze, fedeli alle prescrizioni della legge; gli altri accoglieranno il rinnovamento nella fedeltà a Cristo. Tali scelte lacereranno ogni coscienza, divideranno l’umanità, metteranno contrasti persino nelle famiglie.

Il messaggio di Cristo e la conversione che genera è lievito, è spada: “infatti, la parola di Dio è viva, efficace, tagliente più di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla” (Ebr.4, 12).

Per questo, di fronte ad una esigenza così radicale, è indispensabile “saper giudicare” per scegliere. Ai suoi interlocutori Gesù ricorda il loro impegno per formulare correttamente le previsioni meteorologiche perché su di esse si regola la vita in una società a struttura rurale.

Ipocriti, voi sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo; ci sono delle previsioni ben più importanti da stendere, ci sono dei segni ben più decisivi da decifrare: non sono scritti nei cieli, nelle nuvole e nei venti, ma nella storia e nell’esistenza. E’ con questi “segni dei tempi” che si educa la propria vita e la propria coscienza a “ben giudicare”, a cogliere il senso profondo di “questo tempo” (v.56).

Come sappiamo che il maltempo viene da ponente e lo scirocco porta il caldo, così dobbiamo dedurre che è arrivato il “tempo” della decisione. Il termine usato non è “chronos”, ma “kairòs”, ossia il tempo opportuno della decisione per la vita. Occorre “giudicare”, cioè comprendere che cosa il Signore mi domanda e conseguentemente le scelte di vita che devo compiere.

In Gesù, il grande segno del nostro tempo e di tutti i tempi, si gioca il nostro destino.

“Chi è fedele a Gesù Cristo non è colui che semina parole buone mettendo in second’ordine i reali interessi dell’uomo,  il bene comune del genere umano, ma è colui che a partire da questa passione per la giustizia, la libertà e la pace crea divisione dovunque si operano trame di sopraffazione. Ci sono forme di pace che sono disordini costituiti, che spremono le lacrime dei disgraziati. Non è questa la pace che noi vogliamo perché essa giova soltanto alla malizia umana. Vogliamo una pace il cui nome più immediato e più caro è quello della fraternità effettiva tra gli uomini” (P. Ernesto Balducci).

“Noi, purtroppo, per tante ragioni e per un po’ di “quieto vivere”, abbiamo perduto il gusto di questa autenticità cristiana che ci fa essere totalmente presenti nel mondo, ma anche diversi e distanti dal mondo. Spesso ci capita che per un piatto di lenticchie vendiamo la nostra primogenitura di figli di Dio, vendiamo la nostra coscienza accettando equivoci compromessi” (don Averardo Dini).

 O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano,

infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in  ogni cosa e sopra ogni cosa,

otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio.

O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori,

fa’ che l’umanità non ripeta  il tragico rifiuto della verità e della grazia,

ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome.

Pensa a Geremia che  è gettato in una  cisterna, dove affonda nel fango.  Ti è mai capitato di sentirti come affondare nel fango?  nel fango della tua debolezza ? dell’incomprensione ? di una tristezza che non riesci a spiegarti ?   di una accusa evidentemente ingiusta ?  di una solitudine per mancanza di amici, collaboratori, compagni di strada?

Dice la lettera agli Ebrei (12,3): “pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori “.

Pensa a Gesù che ha voluto condividere, escludendo il peccato, anche questo  limite della nostra umanità e affèrrati a Lui, non solo per uscirne, ma anche per crescere in umanità  e in santità di vita.

Le parole della lettera agli Ebrei: “Non avete ancora resistito fino al sangue” scritte a quei cristiani che si lamentavano delle difficoltà e della grande ostilità dei peccatori, non calzano perfettamente anche per noi che tante volte che ci lamentiamo delle difficoltà, delle fatiche, degli ingiusti pesi della nostra vita, delle critiche che toccano la nostra fede?

Per ognuno di noi, se appena appena  ci mettiamo a riflettere,  “la corsa che ci sta davanti”  è la “corsa” dell’amore di Gesù, che mai si stanca di venirci incontro e in mille modi sollecita la nostra risposta.

Ma la nostra risposta è “una corsa” ?  oppure un muoversi lento, a intermittenza, e che facilmente si stanca e perciò si ferma?

Ascolta la parola che sommessamente Gesù dice al tuo cuore: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso! “.

Cosa porti nel tuo intimo? Un fuoco acceso o appena qualche tizzone fumigante?

Se il Signore ti parla così, non ti chiederà di fari carico di questa sua sete e sentire che sono anche per te [in qualche caso, particolarmente per te] le parole che Papa Francesco ha ripetuto ai giovani  nella Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) a Rio de Janeiro: Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura?

La croce è contemporaneamente immersione nell’angoscia ed epifania suprema dell’amore: Gesù ama tanto il Padre e ama tanto gli uomini che può confidare: come sono angosciato finché non sia compiuto!

Tu, puoi rispondere come la Chiesa di Laodicea: non essendo né freddo né caldo?

La tiepidezza amareggia in modo terribile il cuore di Cristo.

Com’è la tua risposta?

La croce è  definita da Gesù il battesimo nel quale sarò battezzato.  Commenta P. Giancarlo Bruni dei Servi di Maria: “Il Padre, nell’amore infuocato evidente nel Crocifisso, riassunto degli innocenti uccisi prima e dopo di lui, emette il grande verdetto: il no radicale al male, il sì radicale a chi fa il male, “perdono” ai suoi uccisori e a quanti lo insultano e “paradiso” a chi muore con lui (Lc 24, 34.43).

 “D’ora innanzi”, dice Gesù. Le parole sottolineano la nostra responsabilità. Occorre“giudicare”, cioè comprendere che cosa il Signore mi domanda e conseguentemente le scelte di vita che devo compiere.

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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