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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 9 agosto 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  11 agosto 2013

Sapienza 18, 6-9   /  Ebrei 11, 1-2.8-19   /   Luca 12, 32-48

 

  • SAPIENZA

La notte  [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te. I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.

            PAROLA  DI  DIO

 

Il libro della Sapienza è un gioiello della letteratura giudaica alessandrina: l’autore, un giudeo colto vivente nel primo secolo avanti Cristo, indirizza un’esortazione alla comunità ebraica della Diaspora.

Nei primi cinque capitoli viene proclamata la speranza dell’immortalità (cc.1-5). Nei capitoli 6-9 si celebra la Sapienza divina. Infine nei capitoli 10-19 viene fatta una grandiosa rilettura sapienziale e teologica delle storia d’Israele  con particolare attenzione all’evento dell’esodo dall’Egitto. I capitoli 10-19 del libro della Sapienza – basati sul testo pasquale dell’Esodo (cc.11-19) – mettono in continuo raffronto Ebrei ed Egiziani, simboli dei due atteggiamenti fondamentali della giustizia e dell’empietà.

Nel brano odierno è messa in scena la notte della liberazione, da cui comincia “un viaggio sconosciuto” , ma con la guida di “una colonna di fuoco”, “come un sole inoffensivo per un glorioso migrare” (il sole è reso inoffensivo – e quindi non fa male, non reca danno – dalla la nube divina che guida gli ebrei nel deserto. Cf Sap 18,3).

I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto – nel segreto della propria casa o insieme alla famiglia più vicina (Sap 18,9; cf Esodo 12, 3-4.46) – e presero l’impegno di celebrare in perpetuo il “memoriale” della loro liberazione

L’atmosfera liturgica pasquale di quella notte è fortemente richiamata dai “canti di lode dei padri”, che vengono intonati da “ i figli santi” che partecipano “  allo stesso modo successi e  pericoli ” (Sap 18,9).

 

  • EBREI

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.  Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalla salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara,  sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.  [ Nella fede morirono tutti costoro, senza avere ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: “Mediante Isacco avrai una tua discendenza”.  Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.]

            PAROLA  DI  DIO

 

Dopo quarant’anni dalla morte e risurrezione di Cristo  (70 d.C.), Gerusalemme col suo meraviglioso tempio vengono distrutti. Molti ebrei fuggono e si disperdono per il mondo (diaspora). Alcuni abbracciano la fede cristiana, ma si chiedono: perché siamo colpiti da sciagure così spaventose? Perché siamo andati incontro a tante catastrofi? Perché i nostri stessi fratelli, i figli del nostro popolo, ci condannano e ci perseguitano?

A questi cristiani in difficoltà è rivolta la lettera agli Ebrei, che ci viene proposta oggi e nelle prossime tre Domeniche. Il brano di oggi dice ai cristiani: la vostra esistenza  è semplicemente “fede”. La fede si appoggia su una parola ricevuta da Dio, che però annunzia una realtà invisibile e futura. La fede è definita con una formula iniziale che la raccorda splendidamente alla pagina evangelica: “ la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”.

Annota il biblista Gianfranco Ravasi: “per trascinare i cristiani sul cammino aperto dal sacrificio di Cristo, celebrato profondamente ed entusiasticamente nella prima lettura, l’autore insiste su due atteggiamenti essenziali dell’esperienza spirituale, la fede che si conforma all’esempio dei grandi modelli biblici (11, 1-40) e la costanza coraggiosa (12, 1-13)”.

La fede è fondamento  di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Ciò è come illustrato dalla storia del popolo d’Israele, soprattutto dal suo primo patriarca, Abramo, che, “chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità,   partì senza sapere dove andava”.

La fede può essere duramente messa alla prova, come mostra il comando dato ad Abramo di sacrificare il suo unigenito, e come appare anche dal fatto che tutti i rappresentanti dell’Antico Patto “morirono, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano. Dichiarando di essere stranieri e pellegrini  sopra la terra”.

Su questa speranza che si fonda sulla fede  Abramo attende un figlio impossibile  e, avutolo, è pronto ad offrirlo e quindi a perderlo, ma sperando e credendo che “Dio è capace di far risorgere anche dai morti” (v.19).  Abramo e Sara videro solo un piccolo segno, un inizio della realizzazione delle promesse: un fragile figlio e una terra contemplata solo da lontano, ma crederono lo stesso (Ebr 11, 13-19).

Abramo  è per tutti noi “come un simbolo” (Ebr 11,19), o, come diceva Kierkegaard, “il paradigma dell’itinerario di fede di ogni credente”.

Anche se il Regno promesso è ancora lontano, continua, fratello/sorella, il tuo cammino nella fede. Nell’Agnello ucciso e risorto tu ne hai la garanzia  luminosa ed assoluta.

 

  • LUCA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: [“Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di dare a voi il regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. ] Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, siate simili a quelli che aspettano il oro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati  quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità  io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!  Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. [Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e  cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta  e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più “.]

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

Domenica scorsa Gesù insegnava a guardarsi dalla cupidigia e dalla fiducia che molti ripongono  nella ricchezza. Oggi si rivolge ai discepoli  esortandoli a non aver paura: “Non temere, piccolo gregge! “. È  l’immagine classica dell’Antico Testamento per indicare il popolo eletto: “piccolo gregge”,   apparentemente indifeso, ma che  non deve aver paura, perché a lui è destinato il regno nel disegno del Padre (“al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno”).

Ma,  il tuo cuore dov’è  ?

Nel corpo il cuore muove la circolazione sanguigna e, non soltanto regola tutti gli scambi tra l’essere vivente e il mondo che lo circonda alimentando gli organi con l’ossigeno e il nutrimento, ma insieme favorisce e sostiene la comunicazione dei diversi organi del corpo fra di loro. Il suo arresto comporta la rigidità della morte. Il suo buon funzionamento garantisce la rigenerazione delle cellule.

Si comprende perché, nell’ordine affettivo e spirituale, il cuore è diventato un simbolo: riassume la natura delle tue relazioni con l’Altro e con gli altri.

Gesù indica una strada sicura, perché il cuore abbia il posto giusto. Dal momento che “dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”, il vostro tesoro, la cosa a cui tenete di più, quello per cui siete pronti a vendere tutto, sia, in modo sempre più totale e completo, l’amore, l’agàpe.

Quello che avete, datelo in elemosina”.  “Elemosina “significa in greco “compassione”, cioè soffrire insieme con chi soffre, avere misericordia. Dunque “quello che abbiamo”, cioè il tutto della nostra vita diventi  dono, partecipazione, condivisione. Offerta a Dio e ai fratelli.

Domàndati dove è il tuo tesoro – quello a cui tieni, per cui fatichi, di cui sei geloso, che custodisci con cura, che cerchi di accrescere, a cui pensi più frequentemente – e troverai dove è il tuo cuore.

La notte dominata dall’attesa di una nuova alba e di una venuta liberatrice, è la cornice e l’atmosfera delle tre parabole che ci parlano del ritorno del Cristo.

La prima parabola ci presenta il padrone che torna dalle nozze.  L’allusione alla notte pasquale è facilmente percepibile nelle parole: “siate pronti con la cintura ai fianchi” (confronta Es.12, 11: “ecco in qual modo mangerete l’agnello: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta” ). Il padrone, al suo ritorno, si mette  a servire i servi che trova svegli e vigilanti: “li farà mettere a tavola e passerà a servirli” e li farà così entrare “nel gaudio” del loro signore.

La seconda parabola  è quella del ladro che, quando meno te l’ aspetti, entra nella casa e la rapina. E’ il modo con cui Dio entra nella nostra storia. Bussa alla tua porta quando meno te lo aspetti. Viene all’improvviso, ma non in modo imprevisto, perché egli ti ha avvisato!

Racconta Mons.Alborio Mella di Sant’Elia – “maestro di camera”, come si diceva, del Papa – che una volta il Sommo Pontefice Pio XI, dinanzi alla eventualità di una morte improvvisa, espresse non solo serenità, ma addirittura desiderio.

“ Mio Dio, che spavento!” , esclamò Monsignor Alborio.

“ Sì, un po’ di spavento per quelli che sono attorno, ma… meglio così… Si dà meno disturbo”.

“ No, Padre Santo! – replicò il Monsignore – “Dalla morte subitanea e improvvisa, libera nos Domine”, ci fa pregare la Chiesa.

“ Ma cosa dice?! – esclamò forte Papa Pio XI – Non capisce che per noi sacerdoti la morte non è mai subitanea e improvvisa, anche se repentina? Noi siamo sempre preparati e pronti a morire!”.

La terza parabola è provocata dalla domanda di Pietro, sconcertato come possiamo esserlo anche noi: “Questa parabola è per noi o anche per tutti? ”. L’amministratore fedele e saggio è pronto ad offrire il piano dei bilanci e la organizzazione della casa in qualsiasi ora il padrone lo chiami a rapporto. L’errore fondamentale  sarebbe quello di pensare: “il padrone tarda a venire” e cominciasse ad atteggiarsi egli stesso a padrone, anzi al più esoso dei padroni, facendo sentire ai suoi compagni e alle sue compagne di servizio il peso della sua sferza e pensando solo a divertirsi e scialacquare beni non suoi. Sarà punito e avrà “il posto tra gli infedeli”: non sarà più nemmeno un servo, ma un reietto, spregevole in tutto.

Luca ha cura di aggiungere il caso del servo che si comporta male, “conoscendo la volontà del padrone” e quello del servo che si comporta, pure lui, male, ma “non conoscendo la volontà del padrone”.

E’ chiaro che la responsabilità è proporzionata a quello che uno ha ricevuto: “a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”.

 Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti  Padre,

fa’ crescere in noi lo spirito di figli adottivi,

perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.

Arda nei nostri cuori, o Padre,

la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino,

e non si spenga la nostra lampada, perché

vigilanti  nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna.

Il Signore bussa alla tua porta quando meno te lo aspetti.  Pensa pure alla venuta del Signore al termine della vita. È certamente la più importante delle sue venute.  Ma non sempre la morte si comporta come un ladro;  spesso si fa annunciare da segnali precisi: vecchiaia, malattia, dolori, deperimento, ecc.

Ci sono altre venute improvvise del Signore, che ci colgono di sorpresa come quelle di un ladro: una Parola che ti colpisce, un povero che tu incontri, una sofferenza fisica o morale che ti assale, una forte delusione, una cattiva parola, la incomprensione di una persona cara o della famiglia o della comunità …

Il Signore ti mette in guardia: non perdere un’opportunità di salvezza, una occasione preziosa di assimilazione a Cristo che  mai più si ripresenterà.

S. Agostino  ha scritto: “Ho paura del Signore che passa e non ritorna”.

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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