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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 26 luglio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  28 luglio 2013

Genesi 18, 20-32     /     Lettera ai Colossesi 2, 12-14     /     Luca 11, 1-13

 

  • GENESI

In quei giorni, disse il Signore: “ Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!”.
Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore.
Abramo gli si avvicinò e gli disse: “Davvero sterminerai iol giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto insieme con  l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te !   Forse in giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?”. Rispose il Signore: “Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo”.
Abramo riprese e disse: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?”. Rispose: “Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque”.
Abramo riprese ancora a parlargli e disse: “Forse là se ne troveranno quaranta”. Rispose: “Non lo farò per riguardo a quei quaranta”. Riprese: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se me troveranno trenta”.  Rispose: “Non lo farò, se ne troverò trenta”. Riprese: “Vedi  come ardisco parlare al mio Signore ! Forse là se ne troveranno venti”. Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei venti”. Riprese: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci”.  Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Un’antica tradizione racconta che le città di Sòdoma e di Gomòrra, situate nella zona dell’attuale Mar Morto,  erano città di peccato. Il nipote di Abramo, Lot, abita lì con la sua famiglia; Abramo si preoccupa per quanto può succedergli e prega perché il Signore non colpisca col suo castigo queste città. Nel riportarci questo racconto il libro della Genesi mette in luce molti punti essenziali per la fede d’Israele.

Prima di tutto sottolinea l’intimità esistente tra Dio e il suo eletto. La preghiera del patriarca non è un susseguirsi di formule imparate a memoria o lette su un libro oppure una filastrocca pronunciata distrattamente, ma un dialogo spontaneo e sincero.

Occorre anche notare l’apertura e la generosità del primo patriarca del popolo d’Israele,  che pone in risalto la magnanimità di Dio:  l’uomo, proprio mediante la preghiera, riesce a scoprirla progressivamente.

Infine, il mercanteggiamento, tipicamente orientale – pare di assistere all’incontro fra due mercanti del suq della città vecchia di Gerusalemme –  ci mostra che Dio  attende solo  che l’uomo si rivolga a Lui con la preghiera di cui è capace, per perdonarlo  e fargli grazia.

Viene da chiedersi: perché Abramo si è fermato a dieci giusti ? Geremia ed Ezechiele oseranno scendere di più, intuiranno che Dio è pronto a perdonare al suo popolo anche per un solo giusto: “Percorrete le vie di Gerusalemme – dice il Signore – osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele e io le perdonerò”  (Ger 5,1; Ez 22,30).

Oggi, quell’unico Giusto noi l’abbiamo trovato e siamo certi del perdono di Dio.

 

  • COLOSSESI

Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.
Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

PAROLA  DI  DIO

 

Si tratta di un testo fondamentale per la teologia del battesimo visto come nostra partecipazione alla morte e risurrezione del Cristo.

Nel passo parallelo della lettera ai Romani (c.6)   la partecipazione alla morte era formulata al passato

(“per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte”: Rom.6, 4), mentre la partecipazione alla sua risurrezione si schiudeva su un futuro con Cristo che, “risuscitato dai morti, non muore più, perché la morte non ha più potere su di lui” (Rom.6, 9): “se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la risurrezione” (Rom.6, 5).

Qui, nella lettera ai Colossesi, il parallelismo è più stretto: i due verbi sono entrambi al passato: “con Cristo siete stati sepolti … in lui siete anche stati insieme risuscitati” (v.12)

In Gesù, morto a causa dei nostri peccati, Dio ha mostrato la grandezza del suo amore misericordioso. Anche noi siamo stati sepolti nel battesimo insieme con Cristo, ed anche noi siamo stati risuscitati dalla potenza di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti.

Il frammento di un inno, piuttosto complesso ideologicamente, conclude il brano.

Se nell’ archivio del tribunale fosse conservato un documento che comprova le nostre trasgressioni alla legge, noi non vivremmo più tranquilli. Un giorno questo documento potrebbe essere reso noto ed essere causa della nostra condanna. Ecco: contro di noi era archiviato nei cieli  “il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli”.  Questo “documento scritto” è la legge mosaica ed anche il libro della nostra vita che registra le nostre miserie e i nostri peccati.  Cristo “lo ha tolto  di mezzo inchiodandolo alla croce”. Infatti, come ci dice la prima lettera di Pietro (2,24), “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia: dalle sue piaghe siete stati guariti”.

 

  • LUCA

Gesù si trovava in un luogo deserto a pregare; quando ebbe finito uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”.
Ed egli disse loro: “Quando pregate dite:  “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”.
Poi disse loro: “Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico,  almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete a vi sarà dato, cercate e troverete,  bussate e vi sarà aperto.
Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova ed a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?  Se voi dunque, che siete cattivi,  sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

Il Vangelo di Luca presenta una catechesi sulla preghiera.  Il contesto in cui è inserito è senz’altro storicamente più probabile di quello di Matteo, che lo collega artificiosamente al discorso della montagna  (Mt 6,9-12), sintesi globale, in Matteo, del pensiero e del messaggio di Gesù (Gianfranco Ravasi).

Gesù viene presentato come il modello del perfetto orante (“Gesù si trovava in un luogo a pregare”) che col suo esempio spinge i discepoli a fare la domanda:  “Signore, insegnaci a pregare”.  I discepoli chiedono una preghiera distintiva, come a Giovanni Battista  l’avevano chiesta i suoi discepoli  e come i farisei avevano i propri libri di preghiera. Gesù valorizza la preghiera  come “tipo” ideale di orazione e  risponde con la preghiera dell’ Abbà. 

Nella Chiesa primitiva i catecumeni la apprendevano direttamente dalla bocca del vescovo. Era la sorpresa, il regalo a chi aveva chiesto ed ottenuto di diventare cristiano. Il vescovo la consegnava ai catecumeni otto giorni prima del loro battesimo e questi,  durante la celebrazione della notte di Pasqua, la restituivano, cioè la recitavano per la prima volta insieme con la comunità.

Mentre il Vangelo di Matteo usa  la  formula più giudaizzante e meno originale:  “Padre nostro”,  Luca riporta solo “Padre”, traduzione dell’originale aramaico usato da Gesù: Abbà, cioè  “caro padre”, “babbo”, “papà”.

Questo è l’insegnamento del Maestro Gesù a proposito della preghiera: “Quando pregate, dite”.

Si tratta di un  comando,  ed è indirizzato a chi prega di già. Quale audacia da parte di Gesù! È quasi scandaloso:  Egli ordina di chiamare Padre Colui del quale non si osava dire neppure il Nome!

In questo si riconosce non solo “la stessissima parola” uscita dalle labbra del Maestro, ma anche la voce coraggiosa della Chiesa che scopre Dio vicinissimo ed umano in un rapporto assolutamente nuovo ed inedito. Scrive lo studioso tedesco J. Jeremias: “Siamo di fronte a qualcosa di nuovo e di inaudito che varca i limiti del Giudaismo. Qui vediamo veramente chi era il Gesù storico: l’uomo che aveva il potere di rivolgersi a Dio come Abbà e che rendeva partecipi del Regno peccatori e pubblicani, autorizzandoli a ripetere quest’unica parola: Abbà, cioè, caro padre!”.

L’audacia di Abramo, che contratta con Dio,  è superata dall’audacia di Gesù, il Figlio. Ed è superata anche dall’ audacia dei  discepoli  che imparano da Lui a dire: Abbà!

La vera anima della preghiera biblica è la fusione tra le due componenti: la componente verticale (“sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno”) e quella orizzontale (“dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,  perdonaci i nostri peccati e non ci indurre in tentazione”). Perciò la preghiera del “Padre”, pur essendo preghiera escatologica  e lode della gloria di Dio, resta anche la preghiera dei pellegrini che non hanno raggiunto la mèta.

La parabola dell’uomo che sveglia a mezzanotte l’amico che dorme e lo prega per tre pani, viene a dirci che Dio è così vicino all’uomo che vuole essere importunato, come spesso tra noi  fanno anche i padri con i loro piccoli: Dio vuole far crescere la costanza nel pregare, cercare, battere alla porta, affinché, mentre otteniamo quanto domandiamo, cresca in noi la consapevolezza del nostro essere figli.

Invocare da Dio cose che, secondo la sua essenza e il suo amore, non può dare ( “uno scorpione”, “una serpe”) è insensato, ma ogni preghiera che corrisponde alla sua volontà e alla sua intenzione Dio la esaudisce, perfino infallibilmente, perfino immediatamente, anche se noi non lo avvertiamo nel nostro tempo transitorio.

L’uomo che prega è come il navigante che nella sua barca afferra la corda attaccata alla roccia e tira con forza. Non attira la roccia a sé, ma avvicina alla roccia se stesso e il suo battello (Dionigi l’Areopagita).

Chiedete!” , “cercate!”, “bussate!”. Con quale sicurezza Gesù afferma: “chi chiede ottiene, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto”. Dio è padre ed è migliore di noi. Se pare fare il sordo, è che Egli sa che  noi, in definitiva,  abbiamo bisogno dello Spirito (11,13). Il nostro torto sta nel considerare la preghiera quasi unicamente come invocazione dell’aiuto di Dio per sottrarci alle angustie della terra, mentre essa riguarda soprattutto i nostri bisogni in ordine alla salvezza eterna (“Cercate piuttosto   il regno di Dio e la sua giustizia e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc.12, 31).

O Dio, nostra forza e nostra speranza,

senza di te nulla esiste di valido e di santo,

effondi su di noi la tua misericordia, perché, da te sorretti e guidati,

usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.

Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore,

e donaci il tuo Spirito, perché

invocandoti con fiducia e perseveranza come egli ci ha insegnato,

cresciamo nell’esperienza del tuo amore.

 

La preghiera di Abramo per allontanare da Sodoma e Gomorra il castigo di Dio insegna a tutti noi una cosa importantissima: la preghiera non è un susseguirsi di formule imparate a memoria o lette su un libro oppure una filastrocca pronunciata distrattamente, ma  un dialogo spontaneo e sincero.

Com’è la tua preghiera?  Provati a parlare con Lui, anche senza adoperare  formule già preparate, ma  usando il “Tu“  e  non dico immaginando che sia presente, perché questa è verità sacrosanta,  ma credendo che Egli è davvero dinanzi a te e dentro di te e aspetta che tu gli parli.

 E solo e sempre chiedete lo Spirito,   /   il dolce Spirito mio e del Padre

    questo aspetta il Padre di darvi:    /   e che vi scoppi il cuore di gioia.

L’auspicio del Padre Davide Maria Turoldo in questa poesia  non è una esagerazione poetica, ma  l’espressione di una indescrivibile gioia: la certezza che il nostro peccato  “lo ha tolto  di mezzo inchiodandolo alla croce”.

Si direbbe: il nostro peccato è più che perdonato, perché il Signore talmente vi trionfa che anche da quel male sa trarre il bene vero per noi.

Il pregare che ci insegna Gesù coinvolge talmente il nostro esistere da chiederci di diventare ciò che preghiamo. Quando  sinceramente diciamo: ”Insegnaci a pregare” includiamo il dire: “Insegnaci  vivere”.

Tu, cerchi di vivere nella tua vita concreta la preghiera che esce dal tuo cuore e dalle tue labbra ?

“La formula che il Maestro ci ha lasciato è caratterizzata da questi requisiti: essenziale nelle parole e nei contenuti, breve e completa sì da costituire, contemporaneamente, le domande che l’uomo rivolge al Padre, e il modello di vita cui è chiamato a conformarsi, se vuole vivere lo Spirito di Dio ” (Giovanni Vannucci, La vita senza fine, Servitium 2012).

Difficilmente, quando preghiamo il Padre nostro, teniamo presente che quelle parole chiedono di incarnarsi nel nostro vivere. Se questo vale anche per te, impégnati a pregare in modo più consapevole e responsabile.

          Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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