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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 12 luglio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  14 luglio 2013

Deuteronomio 30, 10-14     /     Lettera ai Colossesi 1, 15-20      /     Luca 10, 25-37

 

  • DEUTERONOMIO

“Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”.    Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Il  brano del Deuteronomio – l’ultimo libro del Pentateuco, presentato come il testamento di Mosè –  è, in pratica, la finale di una raccolta di discorsi che ne costituiscono il nucleo centrale ed essenziale. E’ carico dello stile intenso e convincente  di tutto  il   libro.

I credenti,  per conoscere ciò che è bene per la loro vita, non hanno bisogno di cartomanti, di chiaroveggenti, di interpreti di oroscopi.  Infatti,  conoscere e amare la parola di Dio non è una impresa folle o troppo ardua per l’uomo ed è una esigenza del cuore. Ti dice il Deuteronomio: il comandamento del Signore non è lontano da te (v.11), non sta sul nel cielo (v.12), non si trova al di là del mare (v.13), è molto vicino, è sulla tua bocca e nel tuo cuore (v.14).  Dunque, un messaggio iscritto nella tavola di carne del tuo cuore, secondo la classica immagine della profezia contemporanea al Deuteronomio, che leggiamo nel profeta Geremia (c.31) e nel profeta Ezechiele (c.16). Ciò che Dio vuole corrisponde  alla domanda più profonda del cuore dell’uomo.

Certamente, il silenzio di Dio è la prova più drammatica della vita umana, la notte più buia della nostra esperienza esistenziale, il deserto più faticoso e pauroso del nostro cammino nel tempo.  Ma Dio parla e la sua parola è alla portata di tutti [il suo comando non è troppo alto per te, né troppo lontano da te], perché tutti possono avere nella bocca e nel cuore la parola leggendola e meditandola. Se uno la custodisce e la mette in pratica, esperimenta che la parola di Dio illumina la mente, fa gioire il cuore,  segnala la strada, ed è, perciò, più preziosa dell’oro e più dolce del miele.

 

  • COLOSSESI

Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.  Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.    Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

            PAROLA  DI  DIO

 

Conclusa la lettera ai Galati, per quattro Domeniche  mediteremo la lettera ai Colossesi. Così  vengono chiamati  i cristiani che formano la comunità della città di Colossi.  L’apostolo Paolo si trova in prigione quando giunge a visitarlo Èpafra, il discepolo e collaboratore, che ha fondato e mantiene vive le comunità di quella regione. Le notizie che egli porta sono allarmanti. I fedeli si sono lasciati sedurre da strane dottrine: credono che i cieli siano popolati da spiriti che muovono l’universo; ritengono che questi spiriti siano dotati di una forza misteriosa capace di condizionare la vita delle persone, ne sono spaventati e sono convinti che questi spiriti siano superiori a Cristo. Paolo reagisce contro  questi errori  ed esprime la sua fede con un inno bellissimo, palpitante di fede e di amore per Cristo, contemplato  sotto due aspetti:

in relazione alla creazione e in relazione  alla ri-creazione  (creazione nuova) salvifica e storica da lui compiuta con l’incarnazione.

Nella prima parte (vv.15-17) si celebra Cristo in relazione alla creazione: Egli è “immagine”, “icona” reale del Padre; è primogenito (generato prima di ogni creatura), anzi per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle visibili e quelle invisibili: anche gli angeli, come afferma in modo esplicito. Egli è talmente radice, centro supremo di unità, di armonia e di coesione dell’intera creazione che non solo tutte le cose sono state create per mezzo di  lui, ma anche  in vista di lui e tutte sussistono  in Lui.

Nella seconda parte (vv.18-20) si canta il primato di Cristo nella Chiesa, di cui Egli è “il capo” ed anche “il primogenito”, perché è il prototipo dell’umanità salvata dalla morte: il capolavoro di Dio!

In Cristo infatti abita ogni pienezza  ed è Lui che per mezzo del sangue della sua croce ricompone ciò che è separato e mette pace fra il cielo e la terra.

L’inno “ha applicato a Cristo l’idea della Sapienza che riempie l’universo [cf Prov 8,22 ss] e di là è passato ai rapporti del Cristo col Padre e con la sua Chiesa: il Cristo è egli stesso riempito di Dio e riempie in modo speciale la sua Chiesa coi suoi tesori, come fa la Sapienza nei confronti dei suoi discepoli nell’A.T.” (A.Feuillet).

L’amore divino svelato nella creazione e nella redenzione è la radice di ogni amore.

 

  • LUCA

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “ Maestro,  che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”.  Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge ?  Come leggi ?”.  Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “ Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”.
Gesù riprese: “ Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando, lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece  un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi  olio e vino;  poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.
Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”.
Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “ Va’ e anche tu fa’ così”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

L’occasione della parabola è offerta da un dottore della Legge: “Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova …”   e gli pose la domanda: “Che devo fare per ereditare la vita eterna?”.

La domanda è importante anche per te: infatti, perché questa vita non sia un fallimento, devi approdare  alla vita eterna. E per  questo non basta che tu sappia cosa fare, ma devi effettivamente compierlo. Non ci salva  il “sapere”, ma il “fare” ciò che si sa. Fai ciò che sai bene, perché questo è tutto.

La seconda domanda – “chi è il mio prossimo?” (10, 29) -  non serve solo a giustificare la domanda fatta, ma indica una controversia forte tra gli ebrei. Infatti il prossimo è soprattutto “il fratello israelita” (Lev.17, 8.10.13, 19,34). Nelle scuole rabbiniche più aperte rientrava nella categoria di “prossimo” chiunque abitasse nel paese; nelle interpretazioni più strette solo chi apparteneva alla stessa tribù o addirittura allo stesso clan familiare. Al tempo di Gesù, nel giudaismo del tempo, veniva considerato prossimo solo chi osservava la Legge.

Gesù risponde con una parabola: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti  che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto “.

Un uomo  ossia    “ciascun uomo” . Senza distinzione di censo, di cultura, di razza, di fede.

Da Gerusalemme a Gerico c’è la distanza di ventisette chilometri  e la strada  è in forte discesa (ci sono mille metri di dislivello). Si era soliti percorrere questa strada in carovana per evitare di essere assaliti da ladri e banditi.

Per caso scendevano per lo stesso cammino un sacerdote e un levita.   Gesù non si contenta di due passanti qualunque e prima del samaritano racconta di due persone particolarmente impegnate col tempio e con il culto.

Il primo, quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Il secondo giunto in quel luogo lo vide e passò oltre.

Qualcuno ha scritto: vuole forse mettere in imbarazzo i futuri commentatori ufficiali della parabola?

Il gesto dei due non è, di suo, né irragionevole (nelle vicinanze potevano esserci ancora i banditi), né disdicevole (per le ragioni della purità legale).

Sacerdote e levita, al pari dello scriba che interroga, sanno che il comandamento dell’amore di Dio include anche quello del prossimo. Ma – come capita anche ai cristiani, nonostante l’insegnamento di Gesù – non hanno il coraggio della carità autentica. Diceva San Vincenzo de’ Paoli:  “La carità è superiore a tutte le regole e tutto deve riferirsi ad essa… “.  Per due volte Gesù applica la legge del contrasto: come a comportarsi bene nei confronti dell’uomo mezzo morto è proprio un povero eretico, così a comportarsi male sono proprio due persone che fanno servizio nel tempio.

Un samaritano, invece  [ proprio lui!?!  uno straniero, un eretico…], che era in viaggio [suggerisce il testo: aveva anche lui i suoi progetti e i suoi impegni], passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione.

Di fronte ad un uomo che si trova nel bisogno egli non obbedisce alla testa, ma al cuore: dimentica i suoi affari, le norme religiose, la stanchezza, la paura e fa tutto quello che è nelle sue possibilità: gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò ad una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

A questo punto, finita la parabola, la domanda di Gesù costringe ad aprire gli occhi sull’impegno esigente dell’amore:  “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”

Il problema non è domandarsi chi è il mio prossimo, ma diventare prossimo di chi ha bisogno.

Il contesto immediato e la domanda sul prossimo spingono verso una interpretazione “etica”, ma senza dubbio la parabola suggerisce anche una lettura cristologica.

Dove incontrare il vero “samaritano” se non in Gesù di Nazareth?  Su una pietra di un caravanserraglio crociato un pellegrino lasciò scritto: “Se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Buon Samaritano è Cristo. Egli avrà compassione di te e, nell’ora della morte, ti porterà alla locanda eterna”.

“L’amore per il prossimo è una strada per incontrare anche Dio e il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio”    (Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est, 25.12.2005).

“L’amore per il prossimo, essendo costituito di attenzione creatrice, è analogo al genio. L’attenzione creatrice, così come un atto di amore,  consiste nel fare realmente attenzione a ciò che non esiste. Nella carne anonima che giace inerte all’orlo della strada non c’è umanità. Eppure il samaritano che si ferma e guarda,  fa attenzione a quella umanità assente e gli atti che seguono confermano che si tratta di un’attenzione reale. La fede, dice san Paolo, è visione delle cose invisibili. E quel momento di attenzione è un atto di fede, così come un atto di amore “    (Simone Weil, Attesa di Dio, Rusconi Milano)

La parabola ha un messaggio esplosivo: chi ama il prossimo ama certamente anche Dio (cf Gv 1,7).

 O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità,

perché possano tornare sulla retta via,

concedi a tutti coloro che si professano cristiani

di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme.

Padre misericordioso,

che nel comandamento dell’amore hai posto hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge,

donaci un cuore attento e generoso verso l sofferenze e le miserie dei fratelli

per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo.

 

Cos’è che mi manca, perché la parola di Dio diventi luce per la mia mente, gioia per il mio cuore,  chiarezza e forza per la mia  strada ? forse solo questo:  che io la metta in pratica.  Una buona medicina perché faccia effetto, va presa!  Davvero,  è tutto qui!

Se è profondamente vero  che è Cristo Gesù  ad avere il primato su tutte le cose,  è inevitabile che tu ti chieda:  qual è il posto che Gesù ha nella mia vita?

“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente” : questo è il grande comandamento. Ma quand’è che posso dire di amare il Signore?

La via dell’amore fattivo e disinteressato del prossimo è la scorciatoia per approdare all’amore di Dio. Ogni occasione fornisce l’opportunità di amare il prossimo come se stessi; il difficile è l’esser pronti  a uscire dal proprio guscio per offrirsi.

Non esiste una via migliore, più sana, più sapiente, né più ardua per giungere a Dio” (Padre Giovanni Vannucci).

Il Samaritano, vedendo l’uomo così ridotto male dai briganti “ne ebbe compassione” : “esplachgnìste” =  “si commosse nelle viscere”. La stessa compassione di Gesù dinanzi alla vedova di Nain e del padre della parabola per il figliol prodigo.

“ Ciò che è necessario è l’aver compassione nel proprio cuore, il partecipare al patire del prossimo sentendolo come la propria personale sofferenza. E questo in ogni circostanza, nel sentimento e nell’azione, nella simpatia e nell’antipatia, nel’indifferenza e nella partecipazione degli altri: donare se stessi al prossimo perché sia felice.

Il compito dell’uomo è di dare per poter ricevere l’infinito amore di Dio”

(Padre Giovanni Vannucci, La vita senza fine, Vangeli anno liturgico, ciclo c, Servitium 2012).

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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