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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 5 luglio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  7 luglio 2013

Isaia 66, 10-14     /     Lettera ai Galati 6, 14-18     /     Luca 10, 1-12.17-20

 

  • ISAIA

Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate  con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria.
Perché così dice il Signore: “ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostra ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi.

            PAROLA  DI  DIO

ll popolo ebraico, dopo l’esilio di Babilonia  e il ritorno in patria è profondamente deluso: i sogni che le promesse profetiche avevano fatto fiorire, non si sono avverati;  la gente vive in condizioni miserabili: i terreni sono occupati da sfruttatori e i poveri non possiedono né casa, né cibo, né vestito. Il messaggio dell’ultima pagina del rotolo del profeta Isaia attribuito al cosiddetto “Terzo Isaia” – profeta anonimo dell’immediato post-esilio (VI secolo a.C.) – ripete la speranza nonostante tutto: Dio rimane fedele, Gerusalemme sarà consolata e sarà il centro del mondo (“verso di essa come un torrente in piena la gloria delle genti ”). La vera radice di questa trasformazione  è il volto di Dio, che è “come una madre che consola un figlio”, è la sua mano che finalmente  si fa “manifesta ai suoi servi”:  tutto un tessuto di consolazione e di gioia, che fa gridare al profeta: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate, sfavillate con essa di gioia tutti che per essa eravate in lutto”.

Come una madre consola un figlio”. “In questa norma si trova tutta la ricchezza della Chiesa, che è la madre che ci nutre e della cui ricchezza, come dice la prima lettura, noi dobbiamo saziarci. La Chiesa non ha altro conforto di quello che le è stato donato da Dio: che nella croce di Gesù l’amore di Dio si è fatto afferrabile al mondo e che soltanto dalla  croce “la pace come un fiume” viene fatta scorrere nella Chiesa e attraverso di essa in noi e nel mondo” (Urs Hans von Balthasar).

 

  • GALATI

Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.
Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura.
E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

            PAROLA  DI  DIO

 
Paolo è giunto alla fine della lettera ai Galati  e in poche parole riassume il tema che ha trattato disegnando un breve abbozzo del vero apostolo di Cristo. Il centro del suo Vangelo è solo la croce di Cristo (vedi 1Cor.1-2),  sorgente dell’ “essere nuova creatura” (6, 15).

Il discorso della croce non è anacronistico, anzi l’efficacia salvifica della croce rimane per sempre ed illumina tutta la storia. Tutti, prima o poi, in un modo o in un altro, saremo chiamati a questa prova suprema di amore, nella quale l’uomo raggiunge la vera liberazione.

In ogni tempo la croce mette in causa la Chiesa, il mondo, ognuno di noi. A  coloro che accettano di seguirne la logica è promessa la “pace”, quel bene sommo del quale  il cuore umano e tutta l’umanità hanno una sete irresistibile.

Il mondo apparentemente vittorioso è stato crocifisso, dunque, è morto e innocuo, mentre l’apostolo è “crocifisso al mondo” e quindi  ha reso innocua in sé la realtà mondana. E tutte e due le cose avvengono in forza della croce di Cristo, di cui solamente egli si gloria.

Il fatto che porta “le ferite di Cristo nel suo corpo” è solo il segno della sua stretta imitazione, mentre cresce continuamente la consapevolezza della distanza tra sé e il Signore (“forse che Paolo è stato crocifisso per voi? ” 1Cor.1, 13).

Solo a partire dalla croce di Cristo egli può, in nome della Chiesa (dell’ “Israele di Dio”), promettere  “pace e misericordia” a tutti quelli che “seguiranno questa norma”, cioè, che la vittoria sul mondo si trova unicamente nella croce di Gesù.

Ed è solo la conformità esistenziale alla Croce, testimoniata dalle “stigmate” delle sofferenze e della povertà del ministero, che ci unisce intimamente al Cristo glorioso (vedi 2Cor.11, 23-28).

“Questa lettera è l’unico scritto paolino che termini con la parola “fratelli”. Dopo il lungo e spesso polemico dibattito con i Galati, l’apostolo ritrova nella sua comunità la fraternità che lega evangelizzatore ed evangelizzati. E l’unica sorgente di questo ritrovato amore è nella “grazia del Signore nostro Gesù Cristo”  (Gianfranco Ravasi).

Infatti la lettera ai Galati comincia in modo molto brusco. Paolo, lasciati da parte persino i convenevoli,  entra in argomento con parole dure e polemiche: “Mi meraviglio che così in fretta siate passati ad un altro Vangelo …  L’abbiamo già detto ed ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema! “(Gal 1,6.9).

Ma la conclusione è diversa: “Vedete con che grossi caratterini scrivo di mia mano. Secondo l’uso, Paolo aggiunge di suo pugno qualche parola: “ Non è la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio Conclude in modo conciliante e pacato, nella convinzione che essi hanno compreso il rimprovero e l’esortazione dell’Apostolo.

  • LUCA

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “ è vicino a voi il regno di Dio”.
[ Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città”.
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demoni  si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. ]

            PAROLA DEL SIGNORE

 

Nel Vangelo di Luca  gli insegnamenti di Gesù ai discepoli risultano più ampi di quelli dati agli Apostoli (Lc 9, 5) e in Matteo  anche questi sono destinate ai Dodici (Mt 9, 37-38; 10, 7.16.40). Ecco perché la pagina odierna del Vangelo di Luca  ci offre spunti fondamentali per il vastissimo tema della missione.

a)  La missione dei 72 discepoli. Nel capitolo precedente (c.9) Luca ci racconta: “Gesù chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e guarire gli infermi”. Qui, nel capitolo 10, Luca scrive: “Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”.

La missione, dunque,  non è riservata esclusivamente agli Apostoli, ma appartiene all’intera comunità ecclesiale. Il numero 72 ( o 70, come si legge in altri codici) è significativo: basta pensare ai 70 anziani di Israele (Num 11, 16) e alla cosiddetta “tavola della nazioni” (Gen 10), che elenca il numero delle nazioni pagane: 72 secondo il testo greco, 70 secondo il testo originale ebraico.

Notare la suggestiva definizione del missionario: colui che precede, che “va avanti”: il discepolo è relativo al Maestro, solo a Lui prepara la strada, e, una volta che abbia fatto questo, ha compiuto quello che doveva fare (Lc 17, 10).

b)  Tre impegni essenziali del missionario.

Il primo impegno è la preghiera (insistenza tipica dell’evangelista Luca): “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai; pregate dunque il padrone della messe”. Al primo posto, non il “fare”, ma il “pregare”.

Il secondo impegno è l’ annuncio sereno e coraggioso, a cui apre la strada il servizio amorevole di ogni bisognoso: “curate i malati che vi si trovano e dite loro: è vicino a voi il regno di Dio” (10, 9); anche nel rischio e nella persecuzione non bisogna farsi tentare dal fascino della violenza e dell’imposizione forzata: “io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (10, 5-6); mai accettare il compromesso: “anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi” (10, 11),  e, insieme,  continuare ad annunciare il Vangelo con fiducia: “sappiate però che il regno di Dio è vicino”  (10,11).

Il terzo impegno, che Luca particolarmente sottolinea, è la povertà: il missionario non è legato al denaro e al vestito (10, 4), è distaccato dalle preoccupazioni della garanzia e sicurezza del domani (10, 7), riceve ciò che gli viene offerto e dona ciò che ha, cioè il suo amore per i malati e i sofferenti (10, 8-9), non si fa accompagnare da “borse e bisacce”, ma condivide la vita di quelli che devono essere evangelizzati, non imita il lupo che di sua natura è rapace, ma l’agnello che è mite e si dona interamente.

c) La gioia e la forza della missione.  L’esperienza dei settantadue è illuminata dalla posteriore esperienza della comunità cristiana che vede il diffondersi della Parola. Il male si ritira, anzi “precipita” (v.18) sotto la forza dirompente ed inarrestabile del Vangelo.

L’entusiasmo dei discepoli è  inevitabile  [“Anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome” (v.17); “ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare” (v.19)],  ma Gesù lo smorza dichiarando che la vera gioia non è nel potere e nel successo, né nello spettacolare trionfo del bene (“ non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi ”), ma nella certezza dell’amore di Dio che vede e benedice: “rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nel cielo” (v.20).

Nella prospettiva di Gesù il nuovo Israele  affascinerà prima di tutto con la testimonianza. Non soltanto realizzerà  la raccolta delle pecore disperse d’Israele, che riconosceranno infine dov’è il vero pastore, ma provocherà lo stupore e l’ammirazione delle nazioni pagane che si metteranno in cammino verso Gerusalemme, vera luce del mondo. I discepoli devono proclamare e manifestare la nascita di un mondo nuovo.

E’ la nostra missione. La missione di tutti noi. Ed è lo spirito e il modo della missione che il Signore insegna e domanda ad ognuno. Poiché, in Gesù e tutti insieme, noi abbiamo le parole della vita, la vita che resiste a tutte le morti.

O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,

donaci una rinnovata gioia pasquale, perché,

liberati dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna.

O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere

pienamente disponibili all’annuncio del tuo regno,

donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica,

perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore  e di pace.

Il profeta Isaia (il cosiddetto Terzo Isaia) alla gente che, ritornata dall’esilio, vive in condizioni miserabili, ripete la speranza nonostante tutto: Dio rimane fedele.  Anche tu devi mantenere accesa la speranza, anche se nella tua vita ci sono molti “nonostante”:  nonostante la salute, la fatica del lavoro, l’apparente sterilità dell’impegno apostolico, i problemi della famiglia, la difficoltà a vivere in comunità, la solitudine, l’aridità interiore, la lontananza di amici veri, l’incomprensione delle persone, ecc.

Quali ”nonostante” deve superare la tua speranza,  che non delude perché il Signore rimane fedele? 

In ogni tempo la croce mette in causa la Chiesa, il mondo, ognuno di noi.  Quale croce, nella concretezza della tua vita, è la tua croce, che il Signore domanda che tu prenda con il coraggio della fede, la convinzione dell’amore, la fiducia della speranza?

La pagina del Vangelo di Luca 10,1-29 ha costituito sempre nel corso dei secoli della vita cristiana, un’energica spinta a ritornare alla purezza della missione evangelica.

Anche su di noi,  agguerriti annunciatori della parola cristiana, dotati di strumenti culturali e pedagogici raffinati, essa esercita il fascino delle cose vere e semplici  che abbiamo perduto, e ci costringe a esami severi di fedeltà  e  di vita …

L’unica preoccupazione dell’annunciatore è di essere infinitamente piccolo – senza borsa, senza capitali, senza calzari -; allora il suo annuncio sarà infinitamente grande. Se invece l’annunciatore vorrà essere infinitamente grande -  molte borse, molti possessi, molto potere temporale -, allora, proporzionatamente, l’annuncio diventerà infinitamente piccolo, impercettibile, soffocato”.

(Giovanni Vannucci, La vita senza fine, commento ai Vangeli festivi, Servitium 2012”, pg 171)

         Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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