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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 22 giugno 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  23 giugno 2013

Zaccaria 12, 10-11; 13,1     /     Galati 3, 26-29     /     Luca 9, 18-24

 

  • ZACCARIA

Così dice il Signore: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo. In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità.

            PAROLA  DI DIO

Da tempo gli esegeti usano designare i capitoli 9-14 del libro di Zaccaria chiamandoli Secondo Zaccaria, definizione coniata sul modello della collezione del profeta Isaia. Effettivamente questi capitoli si distanziano notevolmente dai precedenti per stile e per contenuto: dalla prosa si passa alla poesia, la tensione apocalittica cresce, le cifre simboliche si complicano ulteriormente, la raccolta degli oracoli è antologica e casuale. Tuttavia il Secondo Zaccaria  ha delle pagine che sono diventare celebri nella rilettura cristiana: pensiamo a “pastore e pecore disperse”, a “i trenta denari”, a “il re mansueto che cavalca un asino e porta al mondo la pace”. Tra queste bisogna collocare l’odierna pericope di Zaccaria 12 (Gianfranco Ravasi).

Chi è quest’uomo che è stato ucciso? Il profeta, vissuto due o trecento anni prima di Cristo, si riferiva certamente ad un fatto drammatico accaduto al suo tempo. Non sappiamo altro. Ciò che è importante per noi è che l’evangelista Giovanni ha riconosciuto in questo misterioso personaggio la profezia  di Gesù (19,37). Proprio per questo, per la sua vicinanza alla croce di Cristo, questa pagina di Zaccaria resterà sempre misteriosa. Forse lo stesso profeta non sa chi sia questo “figlio unico”, questo “primogenito”, per il quale in Gerusalemme si intona un lamento grande: grande come, nella pianura di Meghiddo, il pianto dei cananei per  Baal, conosciuto anche dai Giudei col doppio nome di Adad-Rimmon,  il dio morente e risorgente (come il sole ogni giorno  e soprattutto una volta all’anno nel solstizio invernale).

Si fa lutto e si piange come si piange il primogenito, che appare come una vittima, perché dai suoi è stato “trafitto”.  Questo grande lamento è suscitato da uno spirito di grazia e di consolazione, che viene da Dio e che farà sgorgare una sorgente zampillante di perdono e di purificazione.  Decisamente, la misteriosa profezia si illumina solo con quello che il Vangelo esprime con chiarezza: il Messia dovrà soffrire e morire, lo spirito di preghiera e di purificazione renderà  possibile compassione e salvezza. Infatti  l’evangelista Giovanni , dopo aver raccontato il colpo di lancia romana che fa sgorgare dal fianco del Cristo crocifisso ormai spirato sangue ed acqua e dopo aver  richiamato il passo dell’Esodo (12,46) “non gli sarà spezzato alcun osso”,  cita proprio questo passo di Zaccaria: volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,37):  volgeranno lo sguardo con speranza, perché di lì zampillerà una sorgente che laverà peccato e impurità.

 

  • GALATI

Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

            PAROLA  DI DIO

 

La seconda lettura  afferma che non è ritornando ad un sistema rassicurante di pratiche religiose che i Galati troveranno la salvezza. Troveranno la salvezza perché attaccati  a Gesù Cristo per mezzo del battesimo. Attraverso questo sacramento entrano a far parte di quel popolo nuovo in cui tutte le divisioni sono cancellate.

È questa la sola maniera di rispondere allo slancio nato da Abramo, l’antenato a cui si richiamano i partigiani del ritorno alle antiche pratiche giudaiche, opponendo il popolo eletto agli altri popoli: se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Il rito del battesimo è semplice e breve, ma quello che esso ottiene è grandioso. Attraverso il gesto del lavacro sostenuto dalla fede, passa la vita di Dio, che ci assimila a lui e ci rende sue immagini (vi siete rivestiti di Cristo).  Proprio per il fatto di essere figli, le divisioni di razza e di classe sociale scompaiono (non c’è Giudeo né Greco;  non c’è schiavo né libero), perfino le differenze sessuali,  che pur rientrano nel disegno di Dio  (Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò : Gen 1,27), sono superate e trasfigurate dal fatto di essere tutti figli di Dio, tutti uno in Cristo Gesù.

Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Il cristiano – dice Paolo – deve indossare una divisa e questa non consiste in una tonaca nera o rossa o bianca, ma nella persona di Gesù. Nella lettera ai Colossesi  spiegherà con chiarezza: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione  o in circoncisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti  (Col 3,9-11).

             Signore, come vorremmo dirti grazie:   /   grazie per il tuo Vangelo,

            grazie per questi sacramenti,    /    grazie per le sante assemblee,

            per la comunione dei santi,   /   per questa fraternità per cui

            nessuno dovrebbe sentirsi solo sulla terra   /    e non esservi più né schiavi né padroni,

            ma tutti figli dell’unico Padre:   /   Signore, fa’ che tutto questo sia vero!    P.David M. Turoldo

 

  • LUCA

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: “Le folle, chi dicono che io sia?”. Essi risposero: “ Giovanni il Battista; altri dicono Elia;  altri uno degli antichi profeti che è risorto”. Allora domandò loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”.Pietro rispose: “Il Cristo di Dio”. Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno.

“Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”.

Poi, a tutti, diceva: “ Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua, Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

A differenza di Marco e di Matteo che collocano geograficamente la domanda di Gesù, mentre cioè egli si trova in cammino nella regione di Cesarea di Filippo (nella parte settentrionale della Palestina a confine con l’attuale Libano), Luca ci dà l’ambientazione spirituale, sottolineandone così l’importanza e l’attualità (Gesù si trovava in un luogo deserto a pregare).  I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: Le folle, chi dicono che io sia? ”. Forse i discepoli rimangono un po’ sorpresi di fronte ad un simile quesito, perché egli non ha mai dato l’impressione di interessarsi a quanto si dice in giro di lui e rispondono: “Giovanni il Battista . È la prima risposta ed è la più corrente;  infatti  alcuni dicevano: Giovanni è risorto dai morti “  (Lc 9,7).  “Altri dicono Elia, altri uno degli antichi profeti che è risorto”.

I risultati del sondaggio non sono entusiasmanti: Gesù sarebbe solo un precursore, non  colui che deve venire, colui che risponde alla nostra attesa.

La seconda domanda costringe i discepoli a prendere posizione in modo inequivocabile: “Ma voi  chi dite che io sia? ”. La domanda è rivolta a te ed è un  invito  a fare il punto del cammino  che hai percorso con Lui:  raccogliti in te stesso e renditi conto di essere personalmente interpellato: chi è per te Gesù?

Pietro risponde a nome di tutti: “ Il Cristo di Dio “.  La risposta è giusta, ma  insidiata dal rischio di una interpretazione trionfalistica. Del resto non cantava il salmo 110: “ Oracolo del Signore al mio signore:/  “Siedi alla mia destra /  finché io ponga i tuoi nemici / a sgabello dei tuoi piedi”. / Il Signore è alla tua destra!  / Egli abbatterà i re nel giorno della sua ira, / sarà giudice fra le genti, / ammucchierà cadaveri,/  abbatterà teste su vasta terra” ?

Era pericoloso presentarsi come Messia accettando questo schema di comprensione già presente nella cultura del tempo. Il rischio è così forte che Gesù vieta  di diffondere questo titolo: ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. Gesù si attribuisce un altro titolo. Egli si nomina “Figlio dell’uomo”, che di suo non è titolo onorifico ed implica, anzi, la partecipazione al destino di ogni figlio dell’uomo, al destino di ognuno di noi. Ecco, dunque, Gesù che  mostra la sua carta di identità: “ Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”.

Parole inquietanti: non lo attende il trionfo, ma l’umiliazione; non la vittoria, ma la sconfitta.

Ma come mai Dio ha scelto questo cammino assurdo? Non certo perché gli sono gradite le sofferenze e la morte. Egli è il Dio della vita e della gioia. La morte è opera del maligno, cioè di tutte quelle forze negative che sono all’opera nell’uomo. Allora, perché non ha fatto trionfare suo Figlio? Perché ha permesso che fosse inchiodato su una croce come un malfattore?

Dio non condiziona la libertà degli uomini. Egli rivela la sua grandezza e il suo amore non impedendo che gli uomini commettano errori, ma servendosi del loro stesso peccato per costruire la sua storia di salvezza.

In Gesù di Nazareth, Egli ha mostrato come sia stato capace di trasformare il più grande crimine in un capolavoro di amore. Là dove gli uomini hanno toccato il culmine della loro cattiveria, Dio ha fatto esplodere la ricchezza infinita della sua misericordia.

Ma Gesù si incamminerà sulla via della croce non da solo:  anche i discepoli la dovranno percorrere, e non una sola volta, ma tutti i giorni: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Questa strada che sembra portare alla perdita della vita, in realtà porta a guadagnarla  in modo pieno e definitivo. Può sembrare strano, ma  non dovremmo mai dimenticare che è dal Venerdì Santo che nasce la Pasqua.

Vale la pena di notare che l’evangelista Luca queste parole così esigenti e tanto contrarie alla nostra umana sensibilità, le dice rivolte a tutti: a tutti diceva. Dunque, parole rivolte ai cristiani di tutti i tempi, come condizione per essere veri suoi discepoli. Parole destinate all’esame di coscienza e al proposito serio di ciascuno di noi.

Dona al tuo popolo, o Padre,

di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo Nome,

poiché tu non privi mai della tua guida

coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.

Fa’ di noi, o Padre, i fedeli discepoli di quella sapienza

che ha il suo maestro e la sua cattedra nel Cristo innalzato sulla croce,

perché impariamo a vincere le tentazioni e le paure che sorgono da noi e dal mondo,

per camminare sulla via del calvario verso la vera vita.

 

L’evangelista Giovanni, dopo aver scritto che sul Calvario i soldati, “venuti da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco e subito ne uscì sangue ed acqua “ (Gv 19,33.34), e dopo aver dichiarato che egli di tutto questo è testimone oculare (chi ha visto ne dà testimonianza : Gv 19,35), aggiunge un commento rifacendosi a due passi della Scrittura: il fatto che non gli abbiano spezzato le gambe richiama il passo dell’Esodo che riporta la prescrizione che riguarda l’agnello pasquale   “non ne spezzerete alcun osso” (Es12,46; Num9,12);  il fianco trafitto dal soldato è come illuminato di speranza dalle parole del profeta  Zaccaria: “guarderanno a me, colui che hanno trafitto” (Zac 12,10).

Ma tu guardi quel Gesù che hai trafitto col tuo peccato o con la tua tiepidezza ?

Quello che conta  – ci dice l’apostolo Paolo con la sua forza – è l’essere rivestiti di Cristo, per cui diventiamo figli nel Figlio, siamo tutti uno in Cristo Gesù. Questo fatto supera tutte le differenze, non solo quelle di razza e di classe sociale, ma perfino quelle sessuali ed anche  le diversità di servizio  ecclesiale.

Riesco a vedere i miei fratelli e le mie sorelle in questa luce ?

Nel mio rapporto con gli altri ho presente questa identica dignità? La riconosco e la rispetto sempre?

Percepire che la nostra vita è continuamente interpellata da Gesù sulla fede è possibile solo se nella mia vita ci sono spazi di silenzio interiore, durante i quali io mi faccio attento alla sua presenza e il cuore si pone in ascolto di Colui che è più intimo a me di me stesso.

Ascolto Gesù che continua a ripetere, come nel discorso sul monte (Mt 6,6): entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto ?

Siamo capaci ed anche pronti a ripetere quello che gli altri dicono di Gesù, e spesso noi insistiamo sulla povertà e sulla insufficienza delle loro risposte.

Ma qualunque sia la risposta che danno gli altri, Gesù blocca la nostra personale responsabilità e ci domanda: Ma voi  chi dite che io sia?  Gli altri dicono questo e quello, e voi?

Prova a non sorvolare la domanda e a rispondere sinceramente: chi è per te Gesù?

È facile sognare – per Gesù e per noi! – accoglienze di festa, riconoscimenti, trionfi, applausi, titoli, onorificenze, e via di seguito.

Ma il Signore ci avverte che Egli non arriva su questa strada. Esplicitamente parla ai discepoli della passione e della sua apparente sconfitta, avvertendo che questa è anche la loro strada:  se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

“ Non serve edulcorare i toni di una chiamata rivolta a “tutti”, noi compresi, ma di leggere il tutto a partire dalla motivazione ultima che la sostiene. Se la motivazione è Gesù e il suo Vangelo, ogni altra ragione è resa penultima: l’io, il clan, l’avere, il potere ”.(Giancarlo Bruni, Il suonatore di flauto, Vangeli domenicali, Servitium edit. 2012).

       Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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