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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 31 maggio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  2 Giugno 2013

Genesi 14, 18-20   /   1 Corinzi 11, 23-26   /   Luca 9, 11-17

 

Gesù ha voluto rimanere presente fra i suoi discepoli come cibo e bevanda. Il cibo e la bevanda sono posti sulla tavola non per essere contemplati, ma per essere consumati. Diventano  parte di noi stessi. Mangiando il Corpo e bevendo il Sangue di Cristo accettiamo il dono di identificarci con Lui. Dalla partecipazione all’Eucaristia nasce la determinazione a donare la nostra vita ai fratelli come ha fatto Lui. È una scelta impegnativa, che ci coinvolge personalmente. Personalmente, ma non da soli, bensì insieme  a  tutta la comunità.
Il  Pane consacrato che rimane dopo la celebrazione della Messa è presenza reale di Cristo: sottolineatura fortissima della promessa di Gesù di non lasciare più la sua Chiesa. Al Cristo del tabernacolo va la nostra adorazione e il nostro culto.

  • GENESI

In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra,  e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.
E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.

PAROLA DI DIO

Il capitolo 14 della Genesi è un testo singolare: presenta Abramo nel ruolo insolito di valoroso guerriero. Il patriarca, che si trova alle Querce di Mamre, nei pressi di Hebron, viene a sapere che alcuni re venuti dall’Oriente hanno catturato suo nipote Lot. Subito organizza i suoi uomini esperti nelle armi, insegue i rapitori fino a Dan, all’estremo Nord della Palestina. Piomba su di loro, li sconfigge, recupera tutto il bottino e anche Lot, i suoi beni, le sue donne e il suo popolo. Sulla via del ritorno passa nei pressi della città di Salem (Gerusalemme), dove regna Melchisedech. Costui – che è re e sacerdote del Dio altissimo – quando viene a sapere che Abramo si sta avvicinando, esce dalla città e gli offre pane e vino, poi lo benedice invocando il nome del suo Dio.

Al tempo di Abramo Gerusalemme era abitata da un popolo pagano e tale rimase per molte centinaia di anni, fino a quando, verso l’anno 1000 a.C.,  fu conquistata da David, che ne fece la capitale del regno.

Al tempo in cui questo racconto è stato scritto gli israeliti non guardano con simpatia Gerusalemme, né il re e la sua corte, e pagano malvolentieri le tasse. L’autore del brano, citando l’esempio di Abramo [ che diede a lui la decima di tutto ] esorta a sottomettersi al re di Gerusalemme e a pagargli le tasseQuesta osservazione viene a dirci che, talvolta, Dio si serve anche di motivazioni puramente umane per presentarci un racconto prezioso, carico di simbolismi religiosi.

Ma soprattutto, sottolineando il comportamento umile e devoto di Abramo nei confronti del re di Salem, insegna a non guardare più in modo ostile gli stranieri. Dio ha mostrato di non rivelarsi solo agli israeliti, ma anche agli altri uomini.  Melchisedech era un cananeo, un pagano, eppure egli rendeva culto al Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e davanti a lui lo stesso Abramo compie il gesto sorprendente di inchinarsi per ricevere  la benedizione. In nessun’altra pagina dell‘Antico Testamento un  ministro pagano del culto viene guardato con tanto rispetto e simpatia.

Melchisedech è sempre stato considerato dai cristiani una figura di Cristo e dei sacerdoti della Nuova Alleanza, i quali offrono sull’altare il pane e il vino. È da notare che il pane e il vino di Melchisedech sono consumati insieme da due popoli: quello pagano di Salem e quello eletto dei figli di Abramo, i giudei. È come se questi due popoli si fossero dati appuntamento ad un’unica mensa.

L’antico re di Salem e sacerdote di Dio Altissimo andò incontro ad Abramo, padre di tutti i credenti, e offrì pane e vino in “oblazione pura e santa” (canone romano): i cristiani vi riconoscono una remota e arcana prefigurazione dell’ “offerta unica” (Ebr.7, 27) di Cristo, “garante di un’alleanza migliore” (Ebr.7, 22).

 

  • CORINZI

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”.
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”.
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

PAROLA DI DIO

Nella comunità di Corinto ci sono problemi molto seri: dissolutezze in campo sessuale, disordini, invidie, ubriacature e – quel che è peggio – discordie fra i fratelli. Scrive l’apostolo Paolo ai Corinzi: “sento dire che quando vi radunate in  assemblea vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo… quando vi radunate insieme , il vostro non è più un mangiare la cena del Signore “ (11,18). Le divisioni sono sempre deleterie, ma quando si manifestano proprio durante l’Eucaristia, diventano scandalose.

 A Corinto i cristiani sono soliti prendere un pasto in comune, come veri fratelli, prima della santa cena. Sanno bene che, per spezzare degnamente il pane eucaristico è necessario condividere prima il pane materiale. La santa cena non è celebrata in chiese, come oggi da noi, ma in case private, messe a disposizione da qualche membro benestante della comunità (rileggi la storia di Lidia, commerciante di porpora, che nella città di Filippi accoglie Paolo e i suoi compagni nella sua casa: At 16,12-15).   E succedeva che fossero evidenti le divisioni (“vi sono divisioni tra voi” 11, 18) tra i ricchi, i padroni e i nobili da una parte e i servi, i contadini, gli scaricatori di porto dall’altra, sino al punto che “uno ha fame l’altro è ubriaco” (11, 21).

Questo pasto è in contraddizione piena con l’Eucaristia, come Paolo l’ha insegnata in conformità alla tradizione apostolica, da cui egli l’ha ricevuta ( il testo con cui Paolo la presenta è piuttosto arcaico, preesistente agli stessi Sinottici ). Come possono i corinzi –si chiede Paolo – ripetere questo gesto che indica sacrificio e dono della vita, unione a Cristo e insieme unione ai fratelli e poi, in realtà, fomentare divisioni, coltivare discordie, perpetuare disuguaglianze?

Non ti pare che anche noi, a riguardo delle nostre Eucaristie, abbiamo bisogno di riflettere di più ? Anche quando non ci sono inimicizie vere e proprie, quanta indifferenza e individualismo, per cui ognuno riceve personalmente la Comunione, ma senza nessuna preoccupazione di comunione con gli altri, e mentre siamo materialmente insieme nella liturgia, ognuno sta per conto proprio nella vita, senza  pensare ai fratelli con cui ascolta la Parola del Signore e con cui canta le lodi di Dio,  e, uscendo di chiesa, siamo come la folla che esce dal cinematografo: ognuno va per conto proprio, la partecipazione allo stesso Pane  non ha vinto le nostre reciproche estraneità.

L’Eucaristia è indubbiamente legata al passato, cioè al sacrificio di Cristo, ma è presenza attuale: Gesù ripete due volte “fate questo in memoria di me”. Naturalmente sarà compito della teologia cercare di approfondire l’aspetto di  “ripresentazione” sacramentale d’un fatto di per sé passato. Lo spezzare del pane eucaristico è inseparabile dallo spezzarsi della vita di Gesù in croce: così ogni celebrazione eucaristica è “annuncio della morte del Signore”.

Memoriale” dice anche nesso col futuro escatologico: “annunziate la morte del Signore finché Egli venga”.

La formula del calice [Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue]   è centrata sul tema della Nuova Alleanza, ripreso dal celebre passo di Geremia: “Ecco verranno giorni – dice il Signore- nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova: Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri” (31, 31-34). Cristo stabilisce una vera  alleanza, non più col sangue di animali versato sul popolo come al Sinai (Es.24), ma col suo proprio Sangue, strumento perfetto di comunione tra Dio e la creatura.

Ed  è anche una Nuova Alleanza nello spirito e nell’interiorità,  e non più nell’esteriorità di riti e di leggi.

 

  • LUCA

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.  Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”.
Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”. Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

PAROLA DEL SIGNORE

 

Racconta il Vangelo di Luca: “Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”.  Ma non solo parla del regno, lo fa anche nascere.

Siamo nel deserto, la notte incombe e non c’è nulla da mangiare. Evidentemente non siamo di fronte ad un reportage  e non ha senso chiedere come si sono svolti esattamente i fatti. Su un evento della vita di Gesù,

l’evangelista ha costruito una riflessione teologica e a noi, più che ricostruire l’accaduto, interessa capire qual è il messaggio che egli vuole trasmettere.

 Ciascun per sé, pensano gli apostoli (“congeda la folla, perché vada nei villaggi … per alloggiare e trovar cibo”). Gli apostoli pensano di ritrovarsi, loro, per conto proprio, e condividere il poco che hanno.

Ma Gesù non vuole abbandonare la folla e sottolinea la responsabilità degli apostoli: “Dategli voi stessi da mangiare”. Condividete quello che avete: anche se non avete che cinque pani e due pesci!. Richiesta inaudita, che va contro tutte le precauzioni umane: le precauzioni di tutti i nostri egoismi che impregnano il nostro mondo!  Negli Atti degli Apostoli proprio questo atteggiamento  realizza quella condivisione per cui “nessuno tra loro  era  bisognoso” (At.4, 34).

Egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla”. E’ evidente, anche per Luca, l’allusione all’apparizione di Emmaus (Lc.24, 30).

La moltiplicazione dei pani è il festino messianico reso presente.

Reso presente  attraverso un triplice segno:

@  “ Levati gli occhi al cielo”. La moltiplicazione dei pani non è un incantesimo fatto da Gesù. Per realizzare la moltiplicazione dei pani egli alza gli occhi verso il Padre, innalzando a lui ad un tempo preghiera e ringraziamento [eucaristia]: “Padre, ti ringrazio che mi hai esaudito” (Gv.11, 41).

La sovrabbondanza del pane (“delle parti avanzate furono portate via dodici ceste”) è il segno del dono eccessivo che il Padre fa donando al mondo il Figlio suo.

Benedisse i pani ”. Il Padre ha lasciato tutto al Figlio, anche l’impegno di distribuire la benedizione del cielo (“Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo” Ef.1, 3).

i pani, li spezzò”: allusione allo spezzarsi della sua vita nella passione e nella morte e allusione, insieme, al moltiplicarsi infinito del dono, che lo Spirito realizzerà in tutte le celebrazioni eucaristiche attraverso i suoi discepoli (li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla).

 Come non pensare oggi alla fame dei due terzi dell’umanità, che sono sotto-alimentati a causa del ripiegamento aggressivo del mondo occidentale sui propri privilegi alimentari ?

Né possiamo nasconderci che il mondo che dispone di cibo in abbondanza coincide con i paesi cristiani di antica data, come con le società tecnicamente più evolute.

I cristiani, secondo la loro situazione di vita e le loro responsabilità sociali o ecclesiali, debbono sentirsi interpellati dalla parola di Gesù: Dategli voi stessi da mangiare!  E di fronte al problema della fame nel mondo diventare pronti a dare tutto l’aiuto possibile, a livello personale e comunitario, pronti anche ad inventare strade nuove per dare il proprio contributo ad una vita più umana di tanti fratelli meno fortunati di noi.

Il Giovedì Santo si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia;  il  Corpus Domini  [la festa solenne del santissimo Corpo e Sangue di Cristo], mette in risalto la presenza del Verbo Incarnato in un sacramento visibile e favorisce un culto pubblico di lode, di adorazione e ringraziamento.

Come esclama l’antifona di San Tommaso d’Aquino entrata nella liturgia (Vespri, al Magnificat):

“Mistero della cena! Ci nutriamo di Cristo, si fa memoria della sua passione, l’anima è ricolma di grazia, ci è donato il pegno della gloria”.

Signore Gesù Cristo,
che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,
fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,
per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.
Dio Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea

per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa,
la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie,
espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato.

 

Il fatto che il pane e il vino di Melchisedech siano consumati insieme da due popoli – quello pagano di Salem e quello eletto dei figli di Abramo, i giudei – non è anche oggi presentazione visibile del disegno di Dio, che chiama tutti ad unica festa di vita?

È una prospettiva che istintivamente rifiuti  oppure  la speranza che custodisci nel cuore?

L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, dice con tutta chiarezza: “Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo … quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore (1Cor 11,18.20).

Ma allora, le nostre Eucaristie sono sempre  un mangiare la cena del Signore ?

Dinanzi ai grandi problemi dell’umanità (come la fame, la malattia, l’ignoranza, la mancanza di libertà) siamo direttamente coinvolti dal Signore: “Voi stessi date loro da mangiare”.

Dinanzi ai grandi problemi dell’umanità ci chiede, espressamente, di non chiudere gli occhi, non lavarci le mani, ma fare quello che rientra nelle nostre possibilità: condividere i nostri “cinque pani e due pesci ”.

Guardati attorno: ci sono povertà, bisogni, richieste espresse o silenziose? E tu, che posizione hai?

Dici come gli apostoli: che vadano a cercare, si diano da fare, si arrangino?

Oppure,  consideri i tuoi cinque pani e due pesci  e fai quello che ti è possibile, mettendo a disposizione del Signore, per gli altri, le tue capacità di intelligenza e di cuore, il tempo di cui puoi disporre, le eventuali capacità  lavorative  o anche piccole possibilità  economiche?  Se nell’Eucaristia  Gesù dona se stesso, domanda che tu doni, in risposta,  non semplicemente qualcosa, ma te stesso.

      Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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