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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 17 maggio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  19 Maggio 2013

At 2, 1-11     /     Rom 8, 8-17     /     Gv 14, 15-16.23-26

  • ATTI DEGLI APOSTOLI

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

PAROLA DI DIO

Per comprendere meglio questa pagina di teologia (non di cronaca!) dobbiamo entrare un poco nel linguaggio simbolico usato dall’autore, l’evangelista Luca.

Giovanni –  ascolta bene il Vangelo di oggi – colloca il dono dello Spirito nel giorno di Pasqua.

Perché Luca  colloca la discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste?

Come si spiega questo mancato accordo sulla data?

Fai attenzione: la morte, la risurrezione, l’ascensione, il dono dello Spirito, di per sé, sono un unico mistero, il mistero  pasquale.  Gesù è rimasto fedele al Padre  sino alla morte di croce, il Padre risponde donandogli la sua vita gloriosa e con l’effusione dello Spirito rende capaci gli uomini di condividere  questo mistero di amore che è la salvezza dell’umanità.

Giovanni ha posto l’effusione dello Spirito nel giorno di Pasqua per mostrare che lo Spirito è dono del Risorto.

Perché Luca racconta questo ineffabile mistero pasquale come se fosse accaduto in momenti distinti e successivi  (Risurrezione, Ascensione, Pentecoste) ?

La Pentecoste  era una festa ebraica molto antica, che, mentre  all’inizio era semplicemente la festa agricola della mietitura (dopo sette settimane dalla festa di primavera/Pasqua), dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, commemorava l’arrivo del popolo d’ Israele al monte Sinai e la  promulgazione della Legge. In quel momento era nato il popolo di Dio, un popolo unito dalla regola di vita ricevuta dal Signore. Israele era nato come gruppo unito, antitesi vivente dell’umanità divisa e incapace di comprendere l’insegnamento dell’antico racconto della torre di Babele.

La Pentecoste cristiana realizza quello che l’Antico Testamento aveva appena abbozzato.

E i tuoni, il vento,  il fuoco?  Si tratta dei fenomeni che hanno accompagnato il dono dell’antica Legge

(Es 19,,16; 20,18). In più,  i rabbini dicevano che le parole di Dio al Sinai avevano preso la forma di settanta lingue di fuoco, per indicare che la Torah era destinata a tutti i popoli  (che in quel tempo si pensava fossero appunto settanta). Dunque per  evocare la venuta, in realtà indescrivibile, del dono dello Spirito,  le immagini  sono prese dall’Antico Testamento e da certi commentari giudaici della rivelazione del Sinai.

Lo Spirito Santo ricrea la comunione tra coloro che si aprono alla Parola. Nasce un popolo nuovo. Ci si intende, ci si comprende, nonostante la diversità delle lingue. Questo popolo, di per sé,  è già universale. Comincia la riunificazione di tutta l’umanità: riunificazione che dovrà crescere nel tempo per abbracciare effettivamente tutti gli uomini.  I tre simboli permettono di identificare questo dono.

Il vento, segno classico dell’irruzione creatrice di Dio nel cosmo (Gen.1, 2), nel Messia (Is.11, 1-2), nel credente (Gv.3, 8). Come indicherà anche Gesù nel suo simbolico “alitare” sui discepoli (Gv.20, 22-23).

Il fuoco, considerato da sempre segno di Dio (trascendente, perché non può essere afferrato e schiacciato; immanente, perché riscalda e purifica dalle scorie).

La glossolalia, che significa il dono dei carismi ancor più che la pluralità delle lingue. La pluralità delle lingue era il segno della divisione e della distanza tra i popoli. Ora la pluralità delle lingue è il chiaro indizio dell’universalità della Chiesa, la quale, pur essendo molteplice quanto a razze e culture, è unico corpo di Cristo. Infatti il brano finisce con la cosiddetta “tavola delle nazioni” (vv.9-11) che è un ritratto della pluralità, dell’universalismo e dell’unità della Chiesa cristiana. Sorgente ed anima di questa unità nella diversità è lo Spirito Santo.

  • ROMANI

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

PAROLA DI DIO

Nel capitolo 8° della lettera ai Romani ascoltiamo quasi il canto dello Spirito di Dio che viene effuso nell’uomo giustificato per la fede e strappato, così, alla miseria radicale del suo peccato. Lo Spirito si insedia nel cuore del credente  [lo Spirito di Dio abita in voi ], diventando radice di trasformazione,  anima di una nuova esistenza, sorgente di una vita  che non è più solo umana, ma anche divina.

A  questo punto Paolo sente il bisogno di chiarire la differenza fra la filiazione dell’Unigenito, Cristo, e la nostra. Lo fa ricorrendo all’immagine della figliolanza adottiva, un’istituzione sconosciuta in Israele, ma diffusa nel mondo greco-romano, dove chi veniva adottato godeva degli stessi diritti dei figli naturali, compresa la partecipazione all’eredità familiare.

In modo simile, anzi, molto più vero – chiarisce Paolo – l’uomo è introdotto da Dio nella sua “famiglia”: gli è offerta gratuitamente una figliolanza piena e la stessa “eredità”, la stessa beatitudine di cui gode l’Unigenito del Padre.  Infatti può rivolgersi a Dio con quell’espressione insegnata dal Figlio Unigenito, Gesù: “Abbà, padre! ”. E’ la parola aramaica dell’intimità di un figlio che si rivolge ad un padre amoroso e attento alle esigenze, alle speranze e alle paure della sua creatura.

 

  • GIOVANNI

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

PAROLA DEL SIGNORE

Vivere! Vivere in pienezza e per sempre ! Il grido spontaneo dell’uomo fu soffocato, alla sua origine, dal suo peccato, che, staccandolo da Dio, scrisse nella sua vita un destino di morte.

La vera vita è lo Spirito. La rivelazione cristiana ci insegna che la vera vita ci è offerta in dono.

Lo Spirito, “soffio di Dio” ! Gli Ebrei chiamarono così la forza zampillante che scoprirono nel mondo creato.  Ne riconobbero la presenza nel dono della Legge. Da questo “soffio” attesero la rinascita del loro popolo schiacciato dalla sconfitta e portato lontano in esilio. Soprattutto videro in questo il dinamismo  interiore capace di fare nuovo il cuore dell’uomo e volgerlo verso il Signore.

Per gli Ebrei, però, questo termine designava semplicemente una manifestazione divina.

La rivelazione cristiana vi ha riconosciuto una Persona vivente:  “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro  Paraclito, perché rimanga con voi per sempre”; “Il  Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Lo Spirito è interprete perfetto della parola di Cristo. Infatti dovrà “insegnare” e “ricordare”. Il secondo verbo – ricordare – è tipico del linguaggio biblico: non rimanda ad un freddo ricordo del passato, ma ad una viva attualizzazione della sua parola, che lo Spirito renderà attuale, viva e palpitante. Attualizzazione che raggiunge il suo culmine nel “ memoriale eucaristico “.

E’ per questo che, attorno al testo dello Spirito, Giovanni evangelista raccoglie uno straordinario e intensissimo appello all’amore. Segno della presenza e dell’opera dello Spirito è l’amore per il Cristo che sboccia nel cuore del fedele. E questo amore genera la comunione mistica con Dio espressa da Gesù con questa stupenda promessa di intimità: “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

 Le grandi sistemazioni teologiche, di Agostino prima e di Tommaso poi, partono dalla contemplazione teologica dell’essenza una di Dio, per cogliere al suo interno la Trinità delle Persone. Il Dio Uno precede e presenta  il Dio Trino: la divinità dell’Assoluto viene prima e ingloba la relatività personale.

 Il ritorno alla “patria trinitaria”  passa attraverso il ritorno alla storia di rivelazione. La Trinità “com’è in sé”   (Trinità immanente)      si dà a conoscere nella Trinità  “com’ è per noi”   (Trinità economica ) :  uno  e lo stesso  è il Dio in sé e il Dio che si rivela.

I Padri della Chiesa fanno una distinzione fra la “Teologia ” e la “Oikonomia ”, designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali Egli si rivela e comunica la sua vita.

Attraverso la “Oikonomia “   [le opere di Dio]   ci è rivelata   la “Theologia “   [la vita di Dio in se stesso], ma inversamente è la “Theologia “ [la vita di Dio in se stesso] che illumina tutta la “Oikonomia “ [le opere di Dio nella storia e nella vita delle persone]. Le opere di Dio rivelano chi  Egli è in se stesso e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l’intelligenza di tutte le sue opere (Catechismo Chiesa Cattolica, 236).

Per  il  cristiano  niente  è più vitale e concreto che la fede nella Trinità del Padre  e  del  Figlio e dello Spirito Santo, nel nome dei quali e per la cui gloria egli  è chiamato ad essere e a compiere ogni cosa.

Siamo cristiani nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa  in ogni popolo e nazione,
diffondi sino ai confini della terra  i doni dello Spirito Santo,
e continua oggi, nella comunità dei credenti,  i prodigi che hai operato
agli inizi della predicazione del Vangelo.

Noi abbiamo una qualche nozione dello Spirito appresa o dal catechismo o da una più elaborata conoscenza teologica; ma ne abbiamo un’esperienza?  È in noi vivente e operante  lo Spirito?

Dopo la Pentecoste ognuno di noi deve convincersi che la folgorazione dello Spirito è in atto perennemente e che può manifestarsi in ognuno di noi, se le nostre energie interiori sono protese decisamente verso l’incontro con Cristo che siede alla destra del Padre.

               Dio non ha soltanto posto la sua tenda in mezzo a noi, ma ci ha coinvolto nella sua vita: “La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene. Ci ha offerto  i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventassimo  partecipi della natura divina (2 Pt 1,4).

Dunque, siamo figli adottivi. Ma mentre nella comunità umana  il figlio adottivo è tale perché è così riconosciuto dalla legge, nella comunità cristiana siamo figli adottivi, perché partecipi della stessa vita divina.

               “Abbà, padre! ”:  è  la parola aramaica dell’intimità di un figlio che si rivolge ad un padre amoroso e attento alle esigenze, alle speranze, alle paure della sua creatura.

Dovunque tu sia, raccogliti in un profondo silenzio interiore  e ripeti a fior di labbra “Abbà, Padre!”.

Ma, poiché san Paolo dice che “abbiamo ricevuto lo Spirito per mezzo del quale gridiamo” , concèntrati e, almeno nel tuo cuore, grida questa verità della tua vita, questo sussulto di fierezza, questa gioia che attraversa ogni tempesta, questo impegno che libera, per Dio, ogni  momento.

“Paraclito”  (Gv 14, 16.26; 15, 26; 16, 7) vuol dire “chiamato accanto”:  appòggiati alla promessa di Gesù e chiama lo Spirito Santo, perché tu possa  “gridare”.

Infatti:  “Se è un fatto storico che la Chiesa è uscita dal Cenacolo il giorno di Pentecoste, i n un certo senso si può dire che non lo ha mai lasciato. Spiritualmente l’evento di Pentecoste non appartiene solo al passato: la Chiesa è sempre nel Cenacolo, lo porta nel cuore” (Giovanni Paolo II, Enciclica Dominum et vivificantem, 1986).

 

Senza lo Spirito Santo  Dio è lontano

il Cristo rimane nel passato,

il Vangelo è lettera morta,

la Chiesa è una semplice organizzazione,

la missione è una propaganda,

il culto è una evocazione,

l’agire cristiano è una morale da schiavi.

Nello Spirito Santo     il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno,

il Cristo risuscitato è presente,

il Vangelo è potenza di vita,

la Chiesa significa comunione trinitaria,

l’autorità è servizio liberatore,

la missione è Pentecoste,

la liturgia è memoriale e anticipazione,

l’agire umano è deificato “.

(Ignazio IV Hazim, metropolita ortodosso di Lataquié, nel discorso di apertura della conferenza ecumenica di Uppsala, agosto 1968)

     Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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