Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti al servizio news offerto gratuitamente dalla redazione di News Cattoliche, in questo modo riceverai un avviso ogni qual volta pubblicheremo una notizia.

Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 11 maggio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica   12 Maggio 2013

At.1, 1-11     -     Ebr.9, 24-28; 10, 19-23     -     Lc.24, 46-53

 

  • ATTI DEGLI APOSTOLI

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

PAROLA DI DIO

Caso più unico che raro: nella liturgia  di oggi la prima lettura dagli Atti degli Apostoli e il brano evangelico riportano lo stesso evento narrato dallo stesso autore: “Gesù fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”.

 L’Ascensione non è soltanto il punto di arrivo, ma il vertice dei racconti lucani della Risurrezione di Gesù e di tutto il terzo Vangelo. Tra l’altro Luca è il solo a descrivere il fatto in due racconti  (chiusura del Vangelo e apertura degli Atti). Leggendo il Vangelo siamo portati a credere che l’ Ascensione è avvenuta lo stesso giorno della Risurrezione. Gli Atti invece diranno che Gesù apparve ai discepoli per quaranta giorni.

Nel chiostro della Pieve dove sono ospite c’è un affresco (ora staccato) che mette in rapporto il rapimento del profeta Elia (2 Re 2,9-15) con l’ascensione di Gesù. Luca si è servito della scenografia grandiosa e solenne del rapimento di Elia per esprimere una realtà che non può essere verificata con i sensi né descritta adeguatamente con parole: la Pasqua di Gesù, la sua risurrezione e la sua entrata nella gloria del Padre. Dire che è salito al cielo equivale a dire: è risorto, è stato glorificato, è entrato nella gloria di Dio.

I due uomini in bianche vesti sono gli stessi che compaiono presso il sepolcro il giorno di Pasqua (Lc 24,4).

Il colore bianco rappresenta, secondo la simbologia biblica, il mondo di Dio. Le parole poste sulle labbra dei due uomini – degni di fede, perché due – sono la spiegazione data da Dio agli avvenimenti della Pasqua.

E i quaranta giorni durante i quali apparve loro parlando delle cose del regno di Dio? La cifra quaranta  è simbolica: tanti furono i giorni trascorsi da Mosè sul Sinai [Es.24,18; 4, 28], tanti furono i giorni impiegati da Elia per raggiungere l’Oreb [1Re 19, 8] e tanti furono i giorni impiegati dagli esploratori inviati da Giosuè per fare una ricognizione della Terra promessa [Num.13,25; 14, 34]. Gesù stesso trascorse quaranta giorni nel deserto prima dell’inizio della vita pubblica. I quaranta giorni  dopo la risurrezione sono il tempo necessario per preparare i discepoli alla missione. Per gli apostoli, come per il profeta Eliseo, l’immagine del “rapimento del maestro” indica il passaggio delle consegne: “ Perché state a guardare il cielo?  È sulla terra che dovete dar prova dell’autenticità della vostra fede: da ora fino al suo ritorno glorioso”.

E’ facile comprendere che l’ascensione di Cristo descritta usando il simbolo spaziale, non è che una nuova, grande dichiarazione di fede nel Cristo risorto. Quindi “cielo”, “innalzamento”, “ascensione” non sono da immaginare come eventi e luoghi filmabili. Rientrano nel mistero pasquale dell’entrata di Cristo, anche con il suo corpo, nella pienezza della vita divina. Il racconto di Luca è una pagina di teologia, non il reportage di un cronista.

 Il Regno è già presente, è già nel mondo come un  seme che non domanda che di germogliare. Ben presto la forza del Cristo, affermandosi attraverso la testimonianza degli apostoli, ne manifesterà l’attiva presenza. Gli apostoli non fanno propaganda per una determinata religione, ma annunciano un evento divino che riguarda per principio tutti, che anzi ci ha già toccato, tutti, lo sappiamo o no.

  • EBREI

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte.
Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

PAROLA DI DIO

La lettera agli Ebrei, essendo destinata a cristiani provenienti dal giudaismo, presenta l’ascensione facendo riferimento al rito annuale col quale il sommo sacerdote entrava nel santuario ad offrire sangue di animali. Il sommo sacerdote entrava nel santuario ogni anno per la purificazione del popolo. Cristo invece ha compiuto il sacrificio di se stesso una volta sola, una volta per sempre; e attraverso la via nuova e vivente della sua carne offerta in sacrificio ci fa entrare nella salvezza. “Ciò che sembrava separarci da Dio, la nostra carne mortale, nell’Ascensione di Cristo al cielo, è diventata precisamente ciò che è penetrato fino al Padre, ha lavato la nostra cattiva coscienza e ci ha donato una immutabile confessione della speranza sulla fedeltà di Dio, ora definitivamente dimostrata” (von Balthasar). Da qui la nostra fiducia, la fortezza nella professione della fede, la solidità della nostra speranza, la crescita continua della nostra risposta d’amore.

Oggi si continua a parlare di sacerdoti per indicare i presbiteri, cioè i ministri dell’Eucaristia e della riconciliazione. Il concilio Vaticano II ha evitato di farlo riservando il termine sacerdotecome del resto fa tutto il Nuovo Testamento –  a Cristo e al popolo di Dio unito a Cristo nell’offerta del sacrificio.

  •  LUCA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

PAROLA DEL SIGNORE

Luca apre la sezione centrale del suo Vangelo (9, 51) dedicata al cammino di Gesù verso Gerusalemme con quest’annotazione: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”. Ma anche all’interno della trasfigurazione sul monte Luca aveva raccontato così il dialogo di Gesù con Mosè ed Elia: “parlavano del suo esodo che stava per compiersi in Gerusalemme” (9, 31). Il vero esodo  di Gesù  è  il suo ingresso nella gloria  del Padre. Ma per entrare in quella gloria doveva passare attraverso le sofferenze della passione.

Così, all’inizio dell’odierno brano evangelico il Signore rinvia alla quintessenza della sacra Scrittura: passione e risurrezione del Messia, e, in conseguenza, chiamata alla conversione e perdono dei peccati per ogni uomo e per tutti gli uomini. Tutto questo è da ora predicato, cominciando da Gerusalemme, ai popoli di tutta la terra. Per questa quintessenza della rivelazione gli apostoli  sono e restano i testimoni oculari, e questa grazia singolare (“Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete”) fa di essi  i “testimoni eletti”.

Ma il primo testimone è Dio stesso, il suo Santo Spirito, che procurerà alle loro umane parole “la potenza dall’alto”. La dipartita di Gesù verso il Padre si attua con una benedizione conclusiva che avvolge tutto il futuro della Chiesa, e l’efficacia di questa benedizione dura per tutti i tempi e tocca anche noi: alzate le mani, li benediceva.  E’ sotto di essa che noi dobbiamo mettere tutta la nostra attività.

Gli apostoli  – “uomini di Galilea” – sorpresi a “fissare il cielo” mentre il Signore scompariva dalla loro vista, vengono invitati a scuotersi e a non rimanere imbambolati con la testa per l’aria.

La corretta lettura dell’ascensione dà la mappa per il cammino nella storia, respingendo una duplice tentazione: la tentazione del cielo senza la terra e quella della terra senza il cielo.  Cioè: no ad una fede disincarnata, che si sottrae al duro compito di agire nel mondo, tutti i giorni;  no ad una fede ridotta soltanto all’impegno terreno. L’ascensione invita a mantenere l’equilibrio indicato da Cristo: “Voi siete nel mondo, ma non del mondo” (Gv.17, 11.14.16).

 Spesso, purtroppo, il cristiano appare grigio in una società grigia, si presenta pessimista e sfiduciato  in un mondo scettico e disperato. Ma Il cristiano è un testimone della Pasqua.  Legge il mondo e la storia illuminati dalla Pasqua. Una celebrazione pasquale è sempre un intreccio di realismo  e di speranza.

I segni di questa speranza e di questo realismo si manifestano attraverso

-        la testimonianza cristiana (“mi sarete testimoni”)

-         la forza del battesimo nello Spirito e il canto della liturgia soprattutto della santa Messa (“sarete battezzati”, “stavano nel tempio lodando Dio”)

-        la predicazione e l’annuncio (“saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”)

-        la “potenza dall’alto”, cioè il dono della grazia   che ha ridondanza anche fisica (le guarigioni)

-        la gioia (“tornarono a Gerusalemme con grande gioia”)     (cfr.Gianfranco Ravasi)

Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre,
per il mistero che celebra  in questa liturgia di lode,
poiché nel tuo Figlio asceso al cielo
la nostra umanità è innalzata accanto a te,
e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza
di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria.

La parola di Gesù agli apostoli, “perché state a guardare il cielo?” risuona oggi per tutta la Chiesa e per ciascuno di noi. Cristo che entra nella gloria del Padre affida ai discepoli l’impegno di rendergli testimonianza. Egli è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28, 20): un fatto che deve illuminare dal di dentro la nostra vita. Ma questo “segreto”  traluce nel nostro quotidiano sino a provocare il “perché” della gente?  Non dovrebbe essere questa la testimonianza della nostra vita di cristiani?

Per entrare nella gloria del Padre c’è, ora, per noi una  via nuova e vivente che è Gesù, sacerdote grande nella casa di Dio. Uniti al suo sacerdozio dai sacramenti della santa Chiesa, siamo con Lui un’offerta gradita,

tanto completa da poter ripetere che innalziamo  a Dio “ogni onore e gloria”. Perché è così poco presente in noi la consapevolezza del nostro sacerdozio battesimale?

Gesù  si  mette in cammino  verso Gerusalemme, cioè si muove  nella prospettiva del compimento della sua missione. I discepoli non possono che mettersi sulle orme del Maestro e quindi affrontare le difficoltà, le pesantezze, le delusioni, le croci, nella certezza che “per Lui, con Lui e in Lui” entreremo nella gloria del Padre ed avremo quella gioia che nessuno potrà strapparci.

Perché non domandare la grazia di muoverci in questa luce, che può vincere le tenebre più fitte?

La benedizione di Gesù risorto, glorificato, esaltato alla destra del Padre  raggiunge ogni uomo e ogni donna: sentirne la forza e la dolcezza, riceverne la consolazione e il coraggio non dovrebbe far scaturire per noi  quella grande gioia, che ebbero gli apostoli ritornando  Gerusalemme dopo l’ascensione di Gesù al cielo?  Non dovremmo diventare più contemplativi di quel grande mistero che è la presenza del Risorto nella storia dell’umanità, nella vita della Chiesa e nel piccolo mondo della nostra casa e del nostro cuore?

Quale rischio è più forte nella tua vita:

il rischio di una fede disincarnata, per cui sei debole e superficiale nella tua attenzione alla storia, nelle situazioni concrete di presenza in mezzo agli uomini, nel tuo impegno di far crescere il rispetto della dignità umana, la concordia fra le famiglie, l’apertura nella tua comunità, la pace fra i popoli e le nazioni ?

Oppure il rischio di fede ridotta agli impegni terreni,  per cui al primo posto vanno gli interessi materiali  e  la riuscita dei tuoi progetti umani,  il benessere e il guadagno, con la riduzione al minimo del tempo della meditazione e della preghiera e senza la prospettiva della vita eterna ?

Gesù, prima di salire al cielo, ha detto: “Nel mio nome predicate a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati ”.

C’è – nella Chiesa, nella tua comunità, nella tua famiglia, nel tuo cuore – questa passione di comunicare anche agli altri, a tutti gli altri, il Vangelo, come gioiosa notizia di salvezza, come risposta ai più grandi problemi dell’uomo e della storia?

Oppure ti chiudi nel cerchio delle tue conoscenze, ti godi il calduccio della tua famiglia e della tua comunità, e, se pensi al mondo intero, ti contenti di sdebitarti con un pensiero di preghiera e qualche piccolo gesto, ma senza farti prendere dalla passione che il Signore ha voluto accendere nel cuore della sua Chiesa?

nel suo nome saranno la predicazione e l’annuncio (“saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”)

     Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

You must be logged in to post a comment Login