Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti al servizio news offerto gratuitamente dalla redazione di News Cattoliche, in questo modo riceverai un avviso ogni qual volta pubblicheremo una notizia.

Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 4 maggio 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica 5 Maggio 2013

Atti 15, 1-2.22-29     /     Apocalisse 21, 10-14.22-23     /     Giovanni 14, 23-29

 

  • ATTIIn quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati».  Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.
    Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

            PAROLA  DI  DIO

 

Gli Atti, il libro della Chiesa pasquale, ci presenta uno dei documenti più significativi del travaglio di ricerca della fedeltà allo Spirito di Gesù.  La Chiesa ci è presentata come perfettamente unita (“un cuor solo ed un’anima sola”: At.4, 52). Eppure ha da superare problemi   e tensioni sugli orientamenti da prendere riguardo ai pagani che entrano a far parte della Chiesa. Il popolo eletto possedeva da millenni una rivelazione di Dio e i pagani arrivavano adesso e dalla loro tradizione non portavano niente.

La questione si pone ad Antiochia di Siria dove un grande numero di Greci credette e si convertì al Signore (11,19-22) e dove Paolo e Barnaba, al ritorno dal loro primo viaggio missionario, raccontarono come Dio avesse  aperto ai pagani la porta della fede (At 14,27).

Alcuni venuti dalla Giudea insegnavano che la circoncisione è necessaria per la salvezza e criticavano    l’abbandono di certe pratiche  come un pericoloso adattamento e  un inammissibile compromesso. Poiché Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, si ricorre a Gerusalemme.  Qui,

tra la posizione di  quei Giudeo-cristiani e la linea dell’apostolo Paolo fortemente aperturista, l’apostolo Giacomo, vescovo della Chiesa di Gerusalemme, compie un’abile opera di mediazione, il cui risultato è visibilissimo nella redazione del documento finale: non è richiesta la circoncisione, ma l’osservanza di alcune norme come l’astenersi dalle carni immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati  e dalle unioni illegittime (leggi ed abitudini alimentari e matrimoni tra parenti). Questi oggetti del compromesso possono risultare a noi molto strani, ma allora erano fortemente attuali e ritenuti così importanti da fare di questa fedeltà una scelta di martirio (2 Maccabei 6,18-42).

Dunque, le tensioni fra tradizionalisti e innovatori non sono una novità del periodo post-conciliare, ma sono sempre esistite nella Chiesa fin dal tempo delle origini. Anche se dolorose, sono inevitabili e divengono motivo di  crescita,  se gestite con saggezza, rispetto e carità.

Può capitare, dunque, di dover rinunziare a qualcosa che pur ci pare importante, affinché tra le varie tendenze della Chiesa domini non un semplice armistizio, bensì l’autentica fede di Cristo. All’interno della fede di Cristo occorre ascoltarsi a vicenda,  riflettere sulle ragioni della controparte e non assolutizzare le proprie. Ciò può, oggi come allora, esigere delle vere rinunce: se le facciamo per amore degli altri e per rispetto della diversità dei cammini, ci verrà donata la pace di Cristo e la Chiesa, guidata dallo Spirito,  crescerà e sarà nella pace e nella gioia.

                          Quanto è difficile essere liberi   /   come tu ci vuoi, Signore

                               certi della nostra identità  /  solo perché liberi.

                 Noi invece sempre tentati di assolutismi,  /  e riti e forme e strutture

       per farci intorno recinti di sicurezza:  /  Signore, tu che sei la stessa libertà

                    perché sei l’amore,  /  donaci di essere liberi e fedeli.

 

  •   APOCALISSE

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte.  Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.  In essa non vidi alcun tempio:  il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole,  né della luce della luna:  la gloria di Dio la illumina  e la sua lampada è l’Agnello.

            PAROLA  DI  DIO

 

Alla Chiesa storica viene ora accostata – con la pagina dell’Apocalisse – la Chiesa trascendente e metastorica dell’escatologia. E’ verso di essa che è orientato il cammino della Chiesa presente con le sue oscurità, i suoi limiti e le sue esperienze.

La forma definitiva della “città della pace”, cioè della Gerusalemme celeste, conferma la pace tra il Vecchio Testamento degli ebrei e il Nuovo Testamento dei cristiani, il superamento della peggior frattura che, dal  tempo di Gesù, ha diviso il popolo eletto: le porte recano il nome delle dodici tribù d’Israele, sulle dodici pietre angolari sono disegnati “i dodici nomi dei dodici  apostoli dell’Agnello”.

“ Forse questa frattura apertasi in occasione della venuta di Gesù si chiuderà del tutto soltanto alla fine del tempo  [leggi Rom 11,25-26], ma a noi spetta di superarla per quanto possibile già all’interno della storia.

E, anche se non è attuabile una unità della fede, è sempre possibile una unità dell’amore” (von Balthasar).

In questa Gerusalemme del futuro non è più necessario il tempio, luogo della presenza di Dio (in ebraico Shekinàh), sperimentabile nell’Arca dell’Alleanza. Infatti come nel corpo di Cristo si attua la Shekinàh più alta di Dio (“pose la sua tenda in mezzo a noi”: Gv.1, 14), così il popolo salvato è esso stesso “tempio spirituale di Dio”, “tempio di pietre vive” (Ef.2, 21; 1Pt.2, 5); anzi,  Dio stesso è il nostro Tempio in una comunione piena e totale tra Salvatore e creatura salvata (Gianfranco Ravasi).

  Signore, tu sogni sempre una chiesa   /   che sia figura del regno
                   preposto a tutta la tua creazione,   /   una chiesa che sia la degna sposa del tuo Figlio                 
                    carne della sua carne e ossa delle sue ossa   /   come la prima coppia del mondo:                                       
  perdona che siamo invece come siamo,   /   spesso la delusione dell’universo,
     e aiutaci instancabilmente   /   a divenire come tu ci vuoi.  

 

  • GIOVANNI

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:   «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore.     
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 

San Giovanni, quando scrive il suo vangelo, era uno dei pochi discepoli ancora viventi che avevano conosciuto il Signore. I primi destinatari del quarto vangelo non si trovano dunque in una situazione diversa della nostra: anch’essi dovevano cercare soltanto nella fede  la certezza che il Risorto è presente dovunque nel mondo, ma in un modo del tutto particolare: una “presenza nell’assenza”.

La morte non ha interrotto l’azione feconda della sua parola nel mondo, ma bisognava che Egli se ne andasse dai nostri occhi (At.1, 9), per rimanere sempre con noi sino alla fine dei secoli (Mt.28, 20), con la forza del suo Spirito, “che vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv.14, 26) , “prenderà del mio e ve lo annunzierà” (Gv.16, 14) e “vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv.16, 13).

                Prima del brano odierno sta la domanda dell’apostolo Giuda, non l’Iscariota: “Com’è accaduto che devi rivelarti a noi e non al mondo?” (Gv 14,22). D’ora in poi, dunque,  Cristo si manifesta attraverso la Chiesa e lo manifesta  quando essa ama il Signore nell’obbedienza della fede e quando vive la gioia piena, che è dono dello Spirito Santo.   Questa “presenza” misteriosa e reale viene espressa da Gesù con il termine “pace”, shalom. Nella tradizione ebraica esso significa la pienezza dei beni messianici (terra fertile, città ricostruita e compatta, abbondanza di raccolti, vittoria, salute). Nella tradizione evangelica la pace è la pienezza della rivelazione di Dio e il dono dello Spirito Santo.  Dunque, i punti luminosi di forza, da tenere sempre più saldamente, sono: la fede nel cammino storico della Chiesa, la speranza della gloria futura, l’amore di Dio che è il motore di tutto. Lo Spirito Santo che dall’eternità unisce come Amore il Padre al Figlio e il Figlio al Padre, guida la Chiesa nel tempo legando progressivamente gli uomini a Dio e gli uomini tra di loro, affinché si faccia un solo ovile sotto un solo pastore e tutti, nello Spirito Santo, siano “uno”  come sono “uno” il Padre e il Figlio.

Dio onnipotente,
fa’ che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto,

per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede.
 O Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora

in quanti ascoltano la tua parola e la mettono in pratica,
manda il tuo Spirito, perché richiami al nostro cuore

tutto quello che il Cristo ha fatto e insegnato
e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere.

Il brano odierno del Vangelo di Giovanni dà l’impressione di

frasi slegate fra di loro  e dai problemi  della nostra vita.

In realtà, questa pagina è solo molto densa  e domanda vera attenzione.

                 “Se uno mi ama ”: non basta l’intelligenza, occorre anche il cuore, anzi è soprattutto necessario  il cuore per  accogliere e mettere  in pratica la parola del Signore  e, attraverso questa apertura,  accogliere l’amore del  Padre e sentire che siamo abitati dai Tre.

                “ Il Paràclito  vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto “. Egli insegna in modo dinamico, rendendo  vive, attuali  e palpitanti le parole di Gesù;  il ricordare, cioè il fare memoria  è rendere presente, detto oggi  per noi,  quello che gli apostoli e i discepoli hanno raccolto e a noi trasmesso. Tanto da sentire proprio come vero quanto Gesù ha detto: “Il cielo e la terra passeranno, ms le mie parole non passeranno “ (Mt 24, 35).   
                “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”.  Quando Gesù parlava, l’impero romano era in pace, non vi erano più guerre, tutti  i  popoli  erano  sottomessi a Roma. Non è questa la pace che Gesù promette.

La pace di Gesù è costruita dall’amore e quindi dall’accettazione dell’altro, dalla valorizzazione di ogni positività, dal sostegno di ogni debolezza, dal perdono di ogni offesa, dalla disponibilità ad ogni servizio diventando dono per ogni fratello.

                Nei “discorsi di addio”  l’evangelista Giovanni, e in lui tutta la Chiesa, rivive l’ultima cena con Gesù rileggendola alla luce dell’intera  esperienza pasquale e quindi  rievoca da parte di Gesù la consapevolezza  della sua ormai prossima uscita di scena  (Gv 13, 1.33.36;  14, 3.30) e, da parte dei discepoli,  il presentimento di perdere l’oggetto del proprio amore e del proprio perché, gettati in un angoscia che genera turbamento (Gv14, 1.27), tristezza (Gv 16, 6)  e scandalo (Gv 16,1). E Gesù  si fa carico di questa situazione  e risponde  alla desolazione  dei discepoli: “Non sia turbato il vostro cuore … e non abbia timore “ (Gv 14, 1.27), “Non vi lascerò orfani … mi rivedrete “  (Gv 14, 18-19), “Vado e tornerò da voi ” (Gv 14,28). Così l’evangelista ritorna sul passato e nel presente può dire a chi non ha mai incontrato il Risorto il come del ritornare del Maestro e Signore, memore di accenni allora non compresi  (Gv 14,20)  o velati (Gv 16,29) o non detti (Gv 16,12), ora chiari e aperti (Gv 16,29).

Egli – il “venuto nella carne” (Gv 1,14) e il rivisto come risorto dai testimoni oculari – nel frattempo della storia continuerà a venire presso i suoi e nel cuore dei suoi: “Io in loro” (Gv 17,23), in maniera ineffabile, vale a dire né fisica, né psichica,  ma spirituale. Il non vedere più fisicamente Gesù non deve costituire un motivo di rimpianto, ma di allegrezza, sia perché ritorna al Padre [Se mi amaste, vi rallegrereste che io  vado al Padre ] , sia perché  invia lo Spirito che lo rende contemporaneo  a ogni generazione in altra maniera [io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre … Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi: Gv 14,16-17].

                Diventa  casa ove l’Amico trova ospitalità ed ascolto; casa in grado, a chi chiede “dov’è?”, di rispondere: “in me – in noi”, come Tu vivente, amato e ascoltato.  (cf Giancarlo Bruni, Il suonatore di flauto, Servitium editrice 2012).  

      Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

You must be logged in to post a comment Login