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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 26 aprile 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica 28 Aprile 2013

 At.14, 21-27  /  Ap. 21, 2-5   /   Gv. 13, 31-33.34-35

 

  • Atti

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

            PAROLA DI DIO

 

Gli Atti degli Apostoli raccontano il diffondersi del Vangelo nel mondo antico, a tappe successive, a partire da Gerusalemme.

L’annuncio della Buona Novella, dopo aver raggiunto la Siria, grazie a Paolo e Barnaba straripa in Asia Minore. I pagani sono attratti dal movimento che Gesù ha suscitato – “il Signore ha aperto ai pagani la porta della fede” –  e nascono nuove comunità.

Paolo e Barnaba  decidono di rivedere le giovani comunità che hanno fondato: si preoccupano di rendere salde le giovani comunità contro le persecuzioni  insegnando che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” e designando  “anziani” che ne garantiscano l’unità e la fedeltà al Vangelo. Le comunità si organizzano sotto l’impulso dello Spirito e in Antiochia di Siria, punto di partenza del movimento missionario verso il mondo pagano, si rende grazie a Dio per la forza contagiosa del Vangelo.

Dio della pazienza, donaci di capire  /   come sia necessario soffrire per il bene,

e quanto il dolore sia prova dell’ amore.   Amen.  (P.David M. Turoldo)

 

 

  • APOCALISSE

Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.
E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi  e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

            PAROLA  DI  DIO

Il termine “nuovo”, spesso usato sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, indica un cambiamento radicale rispetto a quello che esisteva prima. Quando, ad esempio, Dio promette una nuova legge (Ger 31, 31-34), non si riferisce  a una nuova serie di precetti  o ad un aggiornamento del Decalogo, ma al dono di una legge radicalmente diversa, ad un atteggiamento interiore, ad una legge non scritta su pietra, ma incisa nel cuore.

Nell’Antico Testamento sono annunciate molte realtà nuove che il Signore  attuerà:  una nuova alleanza, uno spirito nuovo,un cuore nuovo e una creazione nuova: “Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra: non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un gaudio “ (Is 65, 17-18).

La prima creazione era buona.  Anzi, dopo la creazione dell’uomo, Dio vide che tutto ciò che aveva fatto era “cosa molto buona” (Gen 1,31).  Ma l’uomo, nella sua libertà, scelse  una strada diversa da quella di Dio ed ha condotto le creature alla corruzione. Le conseguenze delle sue scelte insensate sono sotto gli occhi di tutti: guerre, violenze, sopraffazioni, ingiustizie e molta, molta tristezza  …  È dunque irrimediabilmente fallito il progetto di Dio? Al Signore dell’universo  è sfuggita di mano la sua creazione?

No, risponde il veggente dell’Apocalisse. Dio veglia sui destini del mondo e dell’umanità, nessun evento lo coglie di sorpresa, egli  sta facendo nuove tutte le cose.

Dopo la descrizione simbolica del combattimento fra Dio e le forze del male – combattimento che ha il suo culmine  nella persecuzione di  Roma – l’autore dell’Apocalisse mostra il trionfo finale del Signore.

 Dio non distrugge la prima creazione, ma la porta a compimento preparando  un nuovo cielo e una nuova terra. Solo il mare, simbolo di tutto ciò che è contro la vita, scomparirà per sempre, evaporerà fino all’ultima goccia.

La visione continua presentando la città santa, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo “pronta come una sposa  adorna per il suo sposo”.  In nessun giorno della sua vita la donna appare così affascinante come nel giorno delle nozze. È giovane, sul suo volto non c’è macchia né ruga, tutti l’ammirano.

Ma la realtà che è sotto i nostri occhi è esattamente il contrario; nulla  prelude a una trasformazione così sorprendente. Proprio come quando tu guardi un bruco: non puoi  immaginare che da un bruco possa nascere  una farfalla

La conclusione è da sogno:  Dio per sempre dimorerà con noi, asciugherà ogni lacrima,  scompariranno per sempre la morte e il lutto, il lamento e l’affanno  e noi vedremo che davvero Dio ha fatto nuove tutte le cose.

               “ In attesa che tu asciughi, Signore,   /   anche dai nostri occhi ogni lacrima

                        e la nostra vita si trasfiguri per la tua grazia,   /   fa’ che la Chiesa sia sempre più  

      come tu l’ hai sognata dall’alto della croce   /   una Chiesa che non deluda nessuno,

                                                una sposa senza macchia, né ruga   /   ma santa e immacolata;

     Signore, che la stessa creazione   /   esca nuova dalle acque

e che siano nuove le menti e i cuori  /  almeno dei tuoi fedeli. 

                Amen.

  • GIOVANNI

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

            PAROLA  DEL  SIGNORE

  “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui”.

Il Vangelo guarda già oltre l’ascensione del Signore, al tempo nel quale il Signore non sarà più presente visibilmente alla sua Chiesa: “glorificato” e “Dio glorificato in Lui ” !

Ma dove si manifesta la gloria di Dio ?  forse nel trionfo degli eletti ?  Il popolo ebraico l’ ha creduto, come l’ hanno creduto in seguito tanti popoli: c’era la convinzione e la proclamazione che le loro vittorie erano segni evidenti che Dio era dalla loro parte. Da Costantino a Luigi XIV, da Filippo di Spagna allo stesso Hitler, quanti capi hanno proclamato orgogliosamente: “Dio è con noi” !

Dove si manifesta la gloria di Dio ?  forse nell’uomo osservante di tutte le leggi, che proclama la sua giustizia a confronto degli altri uomini e si vanta di non trascurare nessun precetto ?

Il brano di oggi è posta a sigillo dello svelamento del traditore che ora è uscito nella notte (13, 30).

Gesù commenta l’episodio proclamando la sua glorificazione (vv.31-32), che nel lessico giovanneo indica l’esaltazione pasquale del Cristo crocifisso e risorto, fonte della nostra salvezza. Nella croce di Cristo si rivela la Gloria ( la doxa [greco]- kabod [ebraico] ), cioè la più alta presenza del Dio trascendente in mezzo all’umanità.

Dopo questo commento Gesù dà un comando capitale ai suoi  “figlioli”, alla lettera  “figlioletti” (v.33). Quanto questo comando Gli prema è suggerito anche dall’appellativo “figlioletti”: un appellativo che nei Vangeli ricorre soltanto qui   e che Giovanni riprenderà sette volte nella sua prima lettera, rivolgendosi ai fedeli.  Si tratta di un vero testamento, è l’addio di uno che sta per morire, che sta per partire e vuol consegnare ai suoi “figlioletti “ il suo segreto ultimo, che è il suo comando, la sua legge: “vi do un comandamento nuovo”.

Lo chiama “nuovo”,  perché nel Vecchio Testamento c’erano molti comandamenti, ma questo non poteva ancora essere formulato, perché Gesù non si era ancora costituito come modello dell’amore del prossimo. Ora bisogna solo guardare a Lui per conoscere ed osservare l’unico comandamento che ci dà e che basta per tutto. Il comandamento nuovo è “che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Questo comandamento è nuovo, perché costituisce l’unico radicale impegno della “nuova alleanza” instaurata da Gesù (cfr. Ger.31, 31-34). E’ un amore reciproco (“gli uni gli altri”), per cui nessuno è superiore all’altro e tutti hanno bisogno dell’ amore dell’altro.

E’ un amore dall’equazione paradossale: non più amare il prossimo come se stessi (Mt.22, 39), ma “come io vi ho amati, cioè con la stessa totalità di donazione del Cristo.

E’ un amore preceduto dall’amore del Cristo, che resta, così, non solo la sorgente della nostra salvezza, ma anche il modello e l’ anima del nostro amore.

Questo amore garantisce la testimonianza cristiana: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Da questo e solo da questo. Nessun’altra proprietà della Chiesa può convincere il mondo della giustezza e della necessità della persona e della dottrina di Cristo.

       La comunità cristiana è oggi invitata ad una severa autocritica nei confronti delle colpe che si commettono al suo interno contro l’amore e la giustizia. Il comandamento è “nuovo”. La Chiesa non deve essere “vecchia” e legata all’antica logica del dominio e del trionfo.

Tutti i dogmi e le prescrizioni morali della Chiesa trovano in questo “amare come Gesù ha amato” la loro forza di verità e la loro luce di irradiazione.

       Quanto siamo lontani, dopo duemila anni, da quella “civiltà dell’ amore” che il Fondatore del cristianesimo aveva sognato e lasciato in testamento ai suoi discepoli la sera prima della passione e della morte !   Ma Gesù continua a sognare, guardando la sua Chiesa di oggi, guardando le nostre comunità, guardando ognuno di noi !

       Questa rivoluzione dell’amore non domanda i sovvertimenti delle istituzioni, ma la revisione delle regole di convivenza, a cominciare dalla famiglia, a cominciare dalla tua concreta comunità.

Raoul Follereau, un grande uomo che coltivava l’amore di Dio nei fratelli ammalati di lebbra, vedeva una sola alternativa per l’umanità: “ Il mondo ha solo due possibili destini: amarsi o scomparire. Noi abbiamo scelto l’amore, Non un amore che si accontenti di piagnucolare sui mali degli altri, ma un amore da combattimento, un amore-rivolta. Per il suo avvento, per il suo regno, noi lotteremo senza posa e senza sosta. Bisogna aiutare il giorno a spuntare”.

       L’ amore del comandamento nuovo non è chiuso in se stesso come in un bozzolo, ma splende agli occhi del mondo; è una voce che grida, un invito appassionato a volgersi a Cristo Salvatore di tutti: “Tutti siano una cosa sola come tu, Padre, sei in me ed io in te … siano una cosa sola come noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv.17, 21).

       Un giorno che, sul monte degli Ulivi, Gesù se ne stava secondo il suo solito in disparte a pregare, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc.11, 1). Nessuno, però, ha mai detto a Cristo: “Insegnaci ad amare”. Ma Lui stesso aspettò l’ultima ora della sua vita per darci l’insegnamento più importante. Aspettò l’ultima ora, quando l’ amore diventò manifesto, perché “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv.13, 1).

O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo,  guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione,
perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
 O Dio, che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose,
fa’ che accogliamo come statuto della nostra vita il comandamento della carità,
per amare te e i fratelli come tu ci ami,  e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito.
 

 È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. Importante è riascoltare dentro di noi questa affermazione di Paolo e Barnaba; importante ripetercela senza stancarci, dinanzi alla fatiche e  alle sofferenze, specialmente se queste nascono dal nostro impegno cristiano e dalla fedeltà alla Parola di Dio.

La prospettiva della morte come passaggio alla Vita Eterna deve illuminare il nostro cammino nel tempo: non siamo vagabondi senza meta, ma pellegrini verso un cielo nuovo e una terra nuova, dove Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi, dove non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate.

Qualcuno dice: ”Non pensare alla morte”. A me pare che si debba dire: “Pensa alla morte nella luce della fede”. La prospettiva cristiana  illumina anche questo grande mistero: Qualcuno ti aspetta per farti pienamente felice: certamente ti aspettano tante persone che ti hanno preceduto nell’altra Vita e desiderano godere insieme a te della inimmaginabile novità di Dio.

Oltretutto, i cristiani hanno da rendere  questo servizio di speranza   alle tante persone che vivendo nel mondo, per non aver paura della morte  ne scacciano decisamente il pensiero.

Quanto siamo lontani, dopo duemila anni, da quella “civiltà dell’ amore” che il Fondatore del cristianesimo aveva sognato e lasciato in testamento ai suoi discepoli la sera prima della passione e della morte !  

Ma Gesù continua a sognare, guardando la sua Chiesa di oggi, guardando le nostre comunità, guardando ognuno di noi !  Gesù continua a sognare guardando te: non deluderLo!

      Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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