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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 19 aprile 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica 21 aprile 2013 

Atti 13, 14.43-52     /     Apocalisse 7, 9.14-17      /      Giovanni 10, 27-30

 

Oggi,  Domenica del Buon Pastore. Siamo, come dice la preghiera “un umile gregge”: ma i membri di questo popolo di Dio, fatto di santi e di peccatori, membri appartenenti ad ogni nazione, tribù, popolo e lingua, tutti “chiamati” ad essere testimoni del Vangelo, hanno come guida IL BUON PASTORE che è Gesù Cristo, che ci ama, ci riscatta col suo Sangue, ci chiama per nome, ci manda nel mondo intero per portare a tutti gli uomini  la bella notizia dell’amore di Dio e ci aiuta ad attraversare le lacrime e le amarezze per condurci al suo ovile di giustizia, di amore  e di pace.

 

  • ATTI DEGLI APOSTOLI        

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero (v.14).
Molti  Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio (v. 43).
Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

         PAROLA DI DIO

 

È successo nel primo viaggio missionario dell’Apostolo Paolo. Paolo e Barnaba arrivano ad Antiochia in Pisìdia e nella sinagoga, invitati a parlare, cominciano ad annunciare la buona novella di Gesù (v.14).

Il messaggio impressiona e sconvolge gli uditori; molti Giudei e prosèliti credenti in Dio [credenti,  seguaci della Toràh ma non di razza ebraica, perciò provenienti dal mondo pagano] seguirono Paolo e Bàrnaba (v.15-43).

Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. I Giudei, gelosi per il successo grande di questo annuncio, contraddicono e bestemmiano. Allora Paolo e Barnaba dicono: “Poiché respingete la parola di Dio e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco:  noi ci rivolgiamo ai pagani”. Il rifiuto dell’ annuncio da parte di un giudaismo ufficiale chiuso in se stesso e geloso dei suoi privilegi,  provoca “il passaggio ai pagani”.  I pagani, colpiti dalla testimonianza,  vengono ad unirsi alla comunità dei salvati. Non aveva detto il profeta Isaia (49, 6): “Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra” ? 

Ma anche dei pagani si dice: “Abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna”, non nel senso di una limitata predestinazione, ma nel senso che anche i pagani, per essere salvi, devono accogliere personalmente la fede e vivere in modo corrispondente.

La salvezza, dunque, non ci viene donata in base ad una appartenenza  sociale, di razza o di tradizione: bisogna accogliere la parola di Cristo che giunge a noi attraverso la Chiesa. Ed appare con chiarezza che la evangelizzazione è indissolubilmente legata alla persecuzione  e che la persecuzione non spenge la gioia nel cuore dei cristiani: “i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo”.

 

  • APOCALISSE  

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.  Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna,  perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,  sarà il loro pastore  e li guiderà alle fonti delle acque della vita.  E  Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

            PAROLA  DI  DIO

 
Il cammino di conversione, di cui ha parlato il brano degli Atti degli Apostoli, ha raggiunto la sua pienezza: una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Ecco la conclusione della storia dell’umanità, ci dice l’autore dell’Apocalisse: quelli che sembrano apparentemente sconfitti  [vengono dalla grande tribolazione, che è, da un punto di vista storico, la persecuzione di Domiziano  e che  insieme  rappresenta tutte le persecuzioni  che seguiranno sino alla fine dei tempi]  sono i veri trionfatori e l’apostolo Giovanni li presenta in una grande festa con immagini e parole che evocano la sazietà dopo la fame, il riposo dopo la fatica, la sicurezza dopo le difficoltà, la vittoria dopo la sconfitta [non avranno più fame, né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore ].

La gioia intatta e senza incrinature dei salvati è un grande invito alla speranza, nei tempi tristi di persecuzione in cui si trovava la Chiesa di allora e nei tempi nostri dove non mancano difficoltà e situazioni, dentro e fuori della Chiesa,  che mettono a dura prova la nostra fede.

                L’apostolo Pietro scrive: “Non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4,12-13).

                L’Agnello sarà il loro pastore. Come può un agnello  essere anche pastore? Eppure è proprio così:  Gesù è divenuto pastore, custode, guida, perché, come agnello, è stato immolato, ha donato la sua vita per amore.  Se  i cristiani seguiranno l’Agnello come si segue un pastore, parteciperanno alla sua vittoria.  Questa pagina è stata scritta per incoraggiare i cristiani perseguitati a perseverare con pazienza e fermezza.

 

  •   GIOVANNI           

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

            PAROLA  DEL  SIGNORE

 Il Vangelo di Giovanni ci presenta  il discorso del “buon pastore” che Gesù tiene sullo sfondo del tempio di Gerusalemme, nel corso della festa della Dedicazione (Gv.10, 22-23) [ La festa, istituita da Giuda Maccabeo nel 164 a.C. per riconsacrare il tempio di Gerusalemme profanato dall’empio re Antioco Epifane, si celebrava durante otto giorni alla fine di dicembre ed era detta anche “festa dei lumi” per le luminarie accese dovunque in segno di gioia. Tra l’altro si leggeva un brano del profeta Ezechiele (capitolo 34) sui pastori indegni e sulla promessa di un vero pastore].

                Gesù rivendica per sé la missione del pastore atteso, la missione di radunare il gregge di Israele (o del nuovo Israele): “Io sono il buon pastore “ (Gv 10,11.14). La “pretesa” di Gesù è immediatamente compresa dagli interlocutori che fanno il tentativo di lapidarlo (Gv 10,31).

Gesù, “il vero pastore”, “il buon pastore”, “il pastore bello delle pecore”! [o poimèn o kalòs = il pastore, quello vero, buono, bello: secondo il ricco significato dell’aggettivo kalòs].

Gesù è dunque immagine di Dio, che aveva promesso: “Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez.34, 11). Anzi, molto più, in lui Dio stesso si è fatto pastore, perché “ Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv.10,30).

                Il rapporto tra il Pastore-Cristo e le pecore-Chiesa è definito sulla base di una serie di verbi e di espressioni caratteristiche: ascoltare, conoscere, seguire, dare la vita eterna, non perdere, non rapire.

*   “Le mie pecore ascoltano la mia voce”.  Ascoltare non è semplicemente aprire le orecchie, ma spalancare il cuore e mettere in pratica (“fare la parola”).

*   “Io le conosco”. Il pastore “chiama le sue pecore una per una”:  Lui solo conosce perfettamente il mio nome. Ma il “conoscere”  biblico implica un rapporto intimo di amore: “egli offre la vita per le pecore.

*   “Esse mi seguono”. La sequela esprime bene la risposta di amore: “chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Lc.14, 27).  Pietro lo dice con forza  nella sua prima lettera (2, 21): “anche Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”.

*   “Io do loro la vita eterna”.  Ai suoi discepoli Cristo, che è la Vita (Gv.14, 6),  dà la propria vita (10, 15), perché essi “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (10, 10).

*   “Esse non andranno mai perdute”. Perché “nessuno le rapirà dalla mia mano”. A Cafarnao Gesù aveva esclamato: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato:  che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è  la volontà del Padre mio:  che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv.6, 39-40).

Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano  ogni cosa “ (Gv.3, 35).

                Nella grande visione inaugurale dell’Apocalisse, Giovanni,  che si è voltato per vedere, ha visto “uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro … teneva nella sua destra sette stelle”. Sono le sette chiese dell’Asia, simbolo di tutte le Chiese di ogni luogo e di ogni tempo e simbolo di tutti gli uomini che Egli ha redento col suo Sangue prezioso.

Con Gesù la mano di Dio è scesa su di me (Salmo 38, 3). Gesù è la mano di Dio: chi potrà strapparmi dal suo amore ? Voglio cantare con l’apostolo Paolo: “Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio,che è  in Cristo Gesù nostro Signore” (Rom.8, 38-39).

                L’inciso “ il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti”, nonostante le varianti dei manoscritti greci, risulta sostanzialmente chiaro: Gesù non può perdere nessuno perché il dono ricevuto è garantito dalla onnipotenza del Padre, alla quale egli partecipa senza limiti; “il Figlio da sé non può fare nulla, ma soltanto ciò che vede fare al Padre; poiché quanto questi fa, il Figlio similmente lo fa … Come il Padre risuscita i morti e li fa vivere, così anche il Figlio fa vivere chi vuole …” (Gv 5, 19.21.26).

                Tutti quelli che sulla terra lo hanno seguito come “sue pecore” stanno come una innumerevole schiera raccolta da tutti i popoli davanti all’Agnello loro pastore: egli “li guiderà alle fonti delle acque della vita” (Ap7,17). La vita che ci è promessa non è uno stato di quiete, ma qualcosa che sgorga eternamente, per cui quelli che appartengono al Signore “non avranno più né fame né sete “ (Ap 7,16).

Dio onnipotente e misericordioso,

guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli

giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore.

O Dio, fonte della gioia e della pace,

 che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli,

sostienici con la forza del tuo Spirito, e fa’ che nelle vicende del tempo

non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita.

 

Quando Paolo e Barnaba nella sinagoga di Antiochia di Pisidia annunziarono il Vangelo, l’ostacolo e il rifiuto vennero da parte del giudaismo ufficiale, geloso dei suoi privilegi e chiuso nella sicurezza della propria giustizia. 

Non può darsi  che proprio essere  sacerdoti, consacrati nella vita religiosa o anche fedeli frequentatori della chiesa, magari impegnati nella vita di parrocchia,  generi in noi la certezza di essere già a posto  e non aver bisogno di conversione?

Non può darsi che guardiamo senza benevolenza e magari con severità di giudizio  chi viene da lontano, chi mostra impegno e fervore nel  ricominciare a vivere seriamente la propria fede?

 Dinanzi al quadro luminoso dell’Apocalisse  che presenta  la moltitudine immensa dei salvati,  in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide,  con rami di palma nelle mani, rileggi le parole della prima lettera di Pietro  e verifica la tua vita allorché sei toccato dalla sofferenza e magari subisci ingiustizia e persecuzione.  Non dovresti meravigliarti, come se ti accedesse qualcosa di strano: è normale che avvenga!

Non dovresti  lamentarti  né affliggerti, ma piuttosto rallegrarti ed esultare.

Proprio vero:  la fede, la fede autentica, ribalta le prospettive!

Prova a prendere come criterio sicuro per giudicare la tua appartenenza a Dio, a Gesù Cristo, alla Chiesa le parole di Gesù:  Le mie pecore ascoltano la mia voce, esse mi seguono.  Puoi dire, seriamente, di essere pecora del suo gregge?

 Egli  chiama le sue pecore una per una.  Ti senti guardato, cercato, seguito, chiamato non genericamente, ma personalmente, dal momento che il Signore ti conosce per nome, anzi è l’Unico che davvero ti conosce sino in fondo e s’impegna  ad aiutarti perché la tua vita si realizzi in pienezza?

 Gesù è la mano di Dio: chi potrà strapparmi dal suo amore?  prova a rileggere lentamente  la parola di Paolo nella lettera ai Romani  riportata sopra.

Ho conosciuto una giovane signora che, dinanzi alla certezza ormai della sua morte a causa di un carcinoma, scriveva:  “La mia bambina di undici anni  ha ancora bisogno di me, ma se Dio permette che io muoia,  Lui provvederà al  bene della mia piccina meglio di quanto io possa immaginare, perché   sicuramente Dio ama la mia bambina più di quanto  la ami io. Devo  lasciare questa vita serenamente, perché devo fidarmi di Dio”.

  “ Il nome sacro di ogni creatura non è reperibile nel dizionario del linguaggio umano, ma nell’amore del buon pastore, che ha davanti a sé la fame, la sete, il desiderio di sicurezza delle sue pecore, e di queste esigenze è servo gioioso e sereno”  (Giovanni Vannucci, La vita senza fine, Servitium Editrice 2012)

     Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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