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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 12 aprile 2013

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica  14 Aprile 2013

At.5, 27-32.40-41    -    Ap.5, 11-14     -     Gv.21, 1-19

 

  • ATTI

In quei giorni, il sommo sacerdote interrogò gli apostoli dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome?    Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo».
Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini.   
Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce.
Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono».
Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.

            PAROLA  DI  DIO

 

Luca, negli Atti degli Apostoli, racconta le difficoltà che gli Apostoli  hanno trovato nella predicazione dopo la Pentecoste e sottolinea il contrasto che c’è tra il loro comportamento  durante la passione del Signore e quello di ora dinanzi alla folla e anche dinanzi al sinedrio.

Prima erano pieni di illusioni, bramosi dei primi posti, scoraggiati dalle difficoltà, terrorizzati dall’idea di perdere il Maestro. Quando Gesù fu catturato e condotto nella casa del sommo sacerdote , Pietro lo seguiva da lontano  e intorno a quel  fuoco in mezzo al cortile per tre volte rinnegò ilo Maestro (Lc 22,54-60). 

Ora che hanno ricevuto lo Spirito, sono capaci di compiere con coraggio e fedele semplicità la missione che è stata loro affidata nonostante tutte le opposizioni e minacce.

Da Pietro è scomparsa la debolezza del suo rinnegamento e dinanzi al sinedrio lancia insieme agli altri apostoli arditamente le parole: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Pietro afferma la forza critica della fede nei confronti dell’autorità umana, politica o religiosa, quando essa si arroga dignità e ruoli assoluti che non rispettano la libertà e la sincerità autentica della coscienza. “Dio non giustifica e non consacra più i potenti e le autorità della terra, ma li critica e li giudica sulla base della loro fedeltà o meno al nuovo statuto di umanità: l’uomo libero di amare e responsabile del suo futuro” (Rinaldo Fabris).

I divieti di predicare nel nome di Gesù non li impressionano più: non sono né timorosi né depressi, e non cercano compromessi diplomatici. L’opposizione può scatenarsi. Essi, liberi interiormente, vanno avanti,      “ lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù”.

Gesù è stato un uomo scomodo per i detentori del potere sia politico che religioso e gli apostoli sono stati altrettanto scomodi per le autorità costituite, per questo sono stati perseguitati.

I cristiani non possono essere che persone scomode. Hanno dato e daranno sempre fastidio a chi difende situazioni ingiuste, incompatibili col Vangelo. Hanno disturbato e disturberanno sempre chi vuole continuare situazioni intollerabili, lesive della dignità dell’uomo e della donna. Non lasceranno tranquilli coloro che codificano pratiche che violano i diritti della persona.

Che mistero  luminoso e dolce  quell’ essere lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” !  Scrive il grande teologo Hans Urs von Balthasar: “Nelle parti perseguitate della Chiesa, quando resistono nella loro fedeltà al Signore, esiste una specie tutta particolare di gioia spirituale, che non conoscono altre parti della Chiesa viventi in pace “.

La testimonianza della coerenza cristiana è uno dei grandi insegnamenti degli Atti degli Apostoli. Una testimonianza ferma, ma non arrogante. Decisa, ma non provocatoria. Umile, ma non masochista. Di amore, ma non di privilegio. Nel nome di Gesù, ma non in nome proprio o d’una propria associazione.

 Soltanto lo Spirito di risurrezione e di vita può farci un cuore capace di risurrezione e di testimonianza. Lo Spirito Santo, invòcaLo con fiducia e insistenza, ricordando che Gesù lo ha promesso.

  

  • APOCALISSE

Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:   «L’Agnello, che è stato immolato,  è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione».
Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza,  nei secoli dei secoli».
E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

            PAROLA  DI  DIO

Il tema della pagina dell’Apocalisse, oggi proclamata, è il trionfo finale.

Gesù è “l’Agnello immolato che è stato immolato” e, proprio perché immolato, “è degno  di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”.

L’Agnello è il Cristo morto e risorto. Il trono indica la sovranità assoluta di Dio sugli esseri e sulla storia.

I quattro viventi (l’animale più feroce, il leone; l’animale più forte, il toro; l’animale più veloce, l’aquila; e l’uomo, che è il re di tutto il creato) sono il simbolo personificato di tutta la creazione lungo le quattro direzioni dell’orizzonte.

Gli anziani  (“i vegliardi”) rappresentano l’intero popolo eletto, come al Sinai gli anziani rappresentavano l’intero Israele. Sono, quindi, gli apostoli, i martiri, le vergini, i confessori della fede, tutti i giusti.

Al canto celeste risponde la lode sinfonica di tutta l’ umanità  e di tutto il creato (v.13).

Una folla immensa che acclama il suo capo: ecco il sogno di tutti coloro che vogliono governare. Talvolta è anche il sogno dei cristiani, impazienti d’imporre la presenza della Chiesa.

Ma questa folla che acclama Dio, non è di quaggiù. Il solo abbozzo possibile  ne è l’Eucaristia, a cui dovremmo partecipare con più fede ed entusiasmo. Dio è il vero padrone della storia, ma non ha niente del dominatore: è un Agnello immolato, simbolo di mitezza e di donazione.

La Pasqua insegna a vedere le cose, anche la nostra vita concreta, dalla parte giusta: che è quella del “terzo giorno”.  Dipende tutto da qui: scoprire che Gesù Cristo è tutto per noi, perché per mezzo di Lui, in Lui e con Lui noi partecipiamo alla sua vittoria sul peccato e sulla morte  e viviamo la nostra vita come risposta all’Amore.

 

  • GIOVANNI

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

            PAROLA  DEL SIGNORE

Il Vangelo odierno è una pagina aggiunta al Vangelo di Giovanni in seconda edizione. Per rendertene conto basta che tu legga le parole conclusive del capitolo 20 (Gv.20, 30-31: prima conclusione / Gv.21, 24-25: conclusione della pagina aggiunta).

Giovanni ci presenta due scene distinte: l’apparizione del Risorto sul lago di Tiberiade con la pesca miracolosa  e il banchetto di Gesù e dei discepoli sulla spiaggia (vv.2-14), quindi  il dialogo fra Gesù e Pietro (vv.15-23). Il quarto Vangelo colloca “la pesca miracolosa” dopo la risurrezione, mentre Luca la pone all’inizio della vita pubblica del Signore. Poco importa che si tratti o no di un avvenimento diverso. Per Giovanni l’essenziale è il suo significato profondo.

Già il luogo è carico di storia. Lago di Tiberiade o di Galilea, la quale è chiamata “Galilea dei Gentili” (Mt 4,15): l’espressione implica che una gran parte della popolazione non era di razza ebraica  e  costituiva un crocevia di popoli.  Posto obbligato di passaggio e  quindi luogo di possibili incontri.  E’ in Galilea che il Risorto precede i suoi discepoli: “là lo vedrete”, dice l’angelo del sepolcro (Mt 28,10).

La scena della pesca si apre con la cornice narrativa della località, dei sette personaggi, della vita quotidiana del pescatore palestinese. Ma ecco irrompere sulla scena un personaggio nuovo e  sconosciuto. L’incomprensione e il mancato riconoscimento – dice il biblista Gianfranco Ravasi – sono una componente tipica delle apparizioni e marcano la distanza fra il Gesù “secondo la carne”, identificabile da tutti, e il Cristo “secondo lo Spirito”, conoscibile solo attraverso la fede.

Questo personaggio propone di riprendere la fatica della pesca, addirittura nel tempo non adatto della giornata (il tempo della pesca è quello notturno!) e secondo una indicazione precisa “gettate la rete dalla parte destra” (frase interpretata con mille allegorie dall’esegesi patristica).

Il risultato è clamoroso (“non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci”, “gli altri discepoli vennero con la barca trascinando la rete piena di pesci”, “la rete piena di 153  grossi pesci”, “benché fossero tanti la rete non si spezzò”). Il numero, nonostante le fantasiose speculazioni allegoriche, forse vuole sottolineare soltanto il fatto della testimonianza oculare.

Anche in questa scena giovannea Pietro fa da interlocutore privilegiato: dopo che “il discepolo amato da Gesù” lo ha riconosciuto, si getta verso il suo Maestro con il suo impulso e la sua passione. Pietro diventa, così, il discepolo che segue Gesù Risorto, mentre la barca, la rete non spezzata, la comunità apostolica possono velatamente alludere alla Chiesa protesa verso il suo Signore risorto.    

Segue la scena del banchetto che richiama il riconoscimento di Emmaus (Lc.24, 34) o quella del cenacolo in cui Gesù mangia “una porzione di pesce arrostito” (Lc.24, 42). Qui il pranzo è preparato da Gesù stesso, anche se domanda la collaborazione dei discepoli (“Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”). I gesti che egli compie evocano i banchetti del Gesù terreno e, forse, anche quello dell’Ultima Cena.   

Il secondo quadro è centrato sul dialogo tra Gesù e Pietro. Una triplice riabilitazione di Pietro sulla base del triplice rinnegamento: il cuore dell’impegno pastorale è l’amore a Cristo.“Mi ami tu più di costoro?”. Il rinnegatore, chiamato ad amare più del discepolo che Gesù amava e che stava sotto la croce? Colui al quale sono affidate le pecore deve essere “buon pastore”, “il pastore bello delle pecore” , perciò  “conduce fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono” (Gv.10, 4).   Ogni pastore deve vivere questa tensione ad amare di più, a precedere le pecore non semplicemente con le parole, ma con un amore più grande (che significa un amore crescente). Pietro è la figura del pastore: è perciò il modello di chi continua nella Chiesa, Corpo di Cristo, la funzione pastorale di Cristo stesso.

Occorre pregare molto per il Papa, i Vescovi, i sacerdoti. C’è sempre il ricordo orante nella prece eucaristica, ma è necessario che entri di più nell’impegno personale e comunitario  delle comunità cristiane (cf At 12,5).

Pietro è anche la figura del discepolo la cui caratteristica fondamentale è l’ amore fino alla dedizione totale. Ecco un messaggio forte della liturgia di questa Domenica: la santità non consiste nel non aver tradito, ma nel rinnovare adesso la nostra passione per Cristo,: “Certo, signore, tu sai che ti voglio bene”.

In questa Domenica rinnoviamo anche la nostra fede nella presenza continua di Gesù Risorto nella sua Chiesa (“Io sono con voi tutti giorni  fino alla fine del mondo” Mt 28,20):  è sempre Gesù Cristo che,  attraverso la mano e la voce dei pastori nostri fratelli nella carne,  dirige efficacemente con la forza del suo Spirito la  Chiesa, è a Lui che va sempre ogni “lode, onore, gloria e potenza nei secoli” (Ap.5, 13).

Preghiamo con forza, perché tutti i pastori, vescovi e sacerdoti, diventino pastori “con l’odore delle pecore” come ha chiesto il nostro Papa Francesco celebrando la sua prima Messa Crismale il Giovedì Santo. Preghiamo,  perché “Dio Padre rinnovi in noi sacerdoti lo Spirito di santità con cui siamo stati unti, lo rinnovi nel nostro cuore in modo tale che l’unzione giunga a tutti, anche alle “periferie”, là dove il nostro popolo fedele più lo attende ed apprezza”.

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Padre misericordioso, accresci in noi la luce della fede,
perché nei segni sacramentali della Chiesa riconosciamo il tuo Figlio,
che continua a manifestarsi ai suoi discepoli,
e donaci il tuo Spirito, per proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore.

Sul dialogo di Gesù Risorto con Simon Pietro, allego, come approfondimento,la riflessione del Papa Benedetto XVI nell’udienza generale del 24 maggio 2005.

“ In un mattino di primavera la missione sarà affidata a Pietro da Gesù risorto. L’incontro avverrà sul lago di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di   verbi molto significativo. In greco il verbo “ filèo “ esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “ agapào “ significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato.

Gesù domanda a Pietro la prima volta: “Simone …mi ami tu (agapàs-me)” con questo amore totale e incondizionato ?

Prima dell’esperienza  del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapò-se) incondizionatamente. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filò-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”.

Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filò-se”, “Signore, ti voglio bene come so di voler bene”.

Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: Fileis-me?”,mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù  basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filò-se)”.

Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù!

E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende  capace della sequela fino alla fine: “Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: Seguimi” (Gv.21, 19).

Da quel giorno Pietro ha seguito il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’ amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta”.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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