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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 16 ottobre 2015

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica 18 ottobre 2015

Isaia 53, 10-11     /      Ebrei 4, 14-16     /     Marco 10, 35-45

Il Lezionario di oggi è, in modo singolare, unitario:  centrato sulla figura del Cristo, sofferente Servo di Dio (prima lettura), sacerdote che sa compatire le nostre infermità (secondo lettura), servo di tutti fino al punto di “dare la propria vita in riscatto ” (Vangelo).

  • ISAIA

Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.  Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.

                PAROLA  DI  DIO

Durante l’esilio di Babilonia un profeta anonimo   (convenzionalmente chiamato il Secondo Isaia, cc. 40-55 del libro del profeta Isaia)  ha lungamente meditato sul senso della storia d’Israele ed ha espresso una visione nuova della salvezza sperata.

La vera liberazione non verrà da un guerriero forte di una imbattibile potenza militare, ma da un uomo “disprezzato e senza stima”, capace di cambiare profondamente il cuore umano.

Il profeta Isaia (c.53) ne fa una descrizione straordinariamente precisa: un Servo, “disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori, che ben conosce il patire”;  quando, duramente messo alla prova, “offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza [la comunità dei suoi discepoli che è la Chiesa], vivrà a lungo [dopo il suo  intimo tormento  vedrà la luce: risorto, più non muore], si compirà per suo mezzo la volontà del Signore [ “sorgi, Gerusalemme, vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo”: Baruch 5,5].

L’idea della intercessione in favore del popolo era stata anticipata dalla supplica di Abramo per Sodoma (Gen 18,17ss); ancor più chiaramente dal digiuno espiativo di quaranta giorni da parte di Mosè davanti al volto di Dio  per il popolo peccatore (Es 24). Ma il “Servo del Signore  supera tutti e tutto, perché il senso intero della sua esistenza sembra trovarsi in un coinvolgimento pieno  con i nostri peccati e le nostre sofferenze e in una mediazione misteriosamente vicaria.

Il funzionario etiopico, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (8,26-39), leggerà il brano di Isaia sul carro che lo riporta in patria dal pellegrinaggio a Gerusalemme, ma non lo comprende; glielo spiegherà il diacono Filippo riferendolo a Cristo. È attraverso ilo sacrificio, la sofferenza, il dono di sé che Dio attua i suoi progetti di salvezza. Proprio perché vittima dell’odio, della ingiustizia, della violenza, il Servo libera i suoi stessi persecutori dalle loro iniquità e costituisce l’immagine perfetta di Gesù che ha salvato gli uomini non dominandoli con la sua forza, ma umiliandosi, inginocchiandosi davanti a loro per servirli, donando la propria vita.

Cristo, ti vediamo dovunque pendere dal Legno    /     e noi, senza battere ciglio:
i  crocefissi costellano il mondo                              /     crocefissi nelle chiese, crocefissi nelle strade,
nelle case, sul petto dei cavalieri                            /     nelle aule delle scuole, dei tribunali;
e non dici più niente, non significhi nulla …            /      Invece sei la stessa idea di umanità
sempre appesa e sempre innalzata sui patiboli,     /      la immagine dell’uomo che il mondo
non  ha mai accettato:                                             /      esemplare unico di “vir perfectus
che perciò sei la tenda di Dio fra gli uomini:            /      Signore, che almeno i nostri occhi
non si abituino a vederti                                           /      ancora e sempre crocefisso,
segno di una civiltà feroce …                                   /       Amen.                                          (P. David Maria Turoldo)

  • EBREI

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.

            PAROLA  DI  DIO

Il brano della lettera agli Ebrei presuppone il Vangelo.  “Abbiamo un grande sommo sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio”: per questo “accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia”.

Infatti  egli “ha attraversato”  anche la nostra umanità, condividendo “le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato.   Si tratta di mantenere “ferma la professione della nostra fede”.   La nostra fede, allorché  possiamo “soffrire una qualche prova” (1Pt 1,6) e portiamo  una “momentanea lieve oppressione” (2Cor 4,17), dovrebbe farci sentire il tutto come “pura gioia” (Gc 1,12).  Come diceva l’apostolo Paolo, dovremmo essere lieti delle sofferenze che sopportiamo per gli altri, perché diamo compimento a ciò che, dei patimenti del Cristo, manca nella nostra carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24).

Gesù non ha fatto finta di essere uomo, lo è stato realmente; è passato attraverso tutte le difficoltà che noi dobbiamo affrontare e sa quanto è difficile e costi mantenersi fedeli a Dio, specialmente quando siamo provati dal dolore.

Un po’ più avanti, nella stessa lettera, l’autore aggiunge: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Ebr 5,8-9).

  • MARCO

In quel tempo, [si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.  Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono ad indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora] Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

Il  Vangelo di Marco, prima della pagina proclamata oggi, racconta: “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso. Lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 10,32-34).

Ed ecco: incredibile! i discepoli fanno ancora questione di potere e di primi posti!   I due fratelli Giacomo e Giovanni,  i figli di Zebedeo, che con Simon Pietro formavano il gruppo dei prediletti, proprio loro fanno una richiesta assurda  per il contenuto (“Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” ), ma anche sfrontata nella forma: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”.

Gesù deve aver letto nella richiesta dei due fratelli un misto di entusiasmo,  di calcolo e di vanagloria.  L’atteggiamento dei Boanèrghes (“figli del tuono”:  Mc 3,17) è concretamente umano, caratterizzato da una generosa, ma superficiale spontaneità, per cui alla domanda del Maestro “Potete voi bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato”, essi rispondono subito, insieme: “Lo possiamo”. Gesù rispetta la loro lentezza nel comprendere i disegni di Dio e, senza rimproverarli, cerca di  “purificare” la loro visione ancora troppo terrestre della sua gloria messianica.

Chi invece ha interpretato in senso decisamente sfavorevole la richiesta sono i compagni, gli altri dieci, che hanno sentito: infatti cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. La loro domanda  è come  una miccia che fa di nuovo esplodere la contesa sulle precedenze mai del tutto sopita.

Allora Gesù li chiamò a sé  e spiegò il senso della sua missione, che diventa esemplare per ogni discepolo: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.”    Gli uomini e le donne del popolo temono il potere e a volte lo condannano pure, ma, se nella lotta contro il potere riescono ad ottenere potere, diventano in qualche istante loro stessi figli e servitori del potere. La storia è piena di rivoluzionari che hanno spinto le masse alla guerra e alla rivoluzione per scalzare il potere costituito per poi semplicemente sostituirsi al potere stesso, magari con una violenza maggiore.  Tra voi però non è così !

E allora, Signore, come deve essere tra noi?  La risposta è netta: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti ”. E le parole diventano la Parola: Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.

Così deve essere tra voi!  L’autorità non è “potere”, l’autorità è “servizio”.  Cristo Gesù  è  in mezzo agli uomini come un servo, pronto a compiere quel gesto che nell’antico Israele non poteva essere imposto neppure ad uno schiavo, lavare i piedi ad una persona: e Gesù lo compie come gesto che  simbolicamente  anticipa quello che di lì a poco compirà sul Calvario. “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma spogliò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce “ (Fil 2,6-8).

L’insistenza su questo argomento denuncia chiaramente che Marco evangelista prova un’autentica ripugnanza per tutte le manifestazioni di ambizione e di arrivismo tra cristiani. La ricerca del potere, specialmente quando ci si serve di Cristo come copertura dell’orgoglio e della vanità, devono averlo disgustato e indignato. Evidentemente  questo  fenomeno non era troppo raro neppure nella Chiesa primitiva.

Tra voi però non deve essere così !

Il beato  Giovanni XXIII, il Papa che ha aperto il Concilio, nel “Giornale dell’anima”  confidava: “Gli ambiziosi sono le più ridicole e più povere creature del mondo”; “Figlio mio, non bisogna proprio darsi pena per due metri di stoffa (la porpora) che coprono tante miserie…”;  “Per quel poco, per quel niente che io sono nella Santa Chiesa, la mia porpora l’ho già ed è il rossore di trovarmi a questo posto di onore e responsabilità valendo così poco”.

Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele,
perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito.
Dio della pace e del perdono, tu ci hai dato in Cristo il sommo sacerdote
che è entrato nel santuario dei cieli in forza dell’unico sacrificio di espiazione;
concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo
il calice della tua volontà e partecipare pienamente alla morte redentrice del tuo Figlio.

Rileggi, contemplando il Crocifisso, le parole finali del piccolo brano di Isaia:  Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.   Applica queste parole alla tua vita: perché non ringraziare quel “ giusto servo di Dio” che è Gesù, che si è caricato  dei  miei ed anche dei tuoi peccati?

Perché non ricordare il santo Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney che  iniziò la sua missione con questa preghiera: “Mio Dio, accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita! “ ?

Che spazio ha, nella tua esistenza, la preghiera e l’offerta di intercessione?

Non è consolante per tutti noi il mistero dell’Incarnazione, il fatto, cioè,  che Gesù non ha fatto finta di essere uomo e si è fatto davvero come noi, in tutto, fuorché nel peccato?

Perché non preghi più spesso e fortemente, affinché nelle difficoltà che incontri, in  ciò che patisci,  tu non trovi soltanto motivi di tristezza e di scoraggiamento, ma piuttosto impari il segreto dell’obbedienza di Gesù il quale realizza il disegno di amore del Padre per la nostra salvezza?

Capita anche a te di fare come Giacomo e Giovanni, cioè,  preoccuparti  dei primi posti e dell’onore per la tua persona, magari nel servizio della Parola, nella liturgia, nell’impegno pastorale, nel tuo lavoro professionale, ecc.?

Ci tieni alle precedenze?

Capita anche a te di fare come i discepoli e arrabbiarti e prenderti a male se qualcuno sembra volerti passare avanti o mancare  di attenzione nei tuoi riguardi?

Le parole di Gesù  ai discepoli  “tra voi però non è così “ indicano una forma di vita personale e comunitaria alla quale dobbiamo aspirare con tutte le forze, verso la quale dobbiamo avanzare con i passi di ogni giornata.

Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così.

Se nella società c’è questa ricerca di superiorità e questo tentativo di dominio da parte di chi ha autorità o sapere o carattere, il rischio è che anche da parte dei cristiani si viva, come si dice, secondo la carne e non secondo lo Spirito.

Qual è il tuo atteggiamento nella comunità cristiana e nella società umana?

Hai o cerchi di avere il cuore e l’impegno di essere al servizio e di sentirti a disposizione di quanti incontrano la tua vita?

Nel  tuo esame di coscienza ti domandi se orgoglio e vanità, ambizione e arrivismo, gelosia e invidia toccano anche la tua vita?  Non ti meravigliare se, in tutto questo, subisci tentazione. Il Signore ti domanda di non aderire, di vigilare, di respingere e curare l’atteggiamento contrario, cioè  quell’amore vero che sa apprezzare,  gioire,  collaborare al bene e al successo dei fratelli.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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