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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 18 settembre 2015

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica 20 settembre 2015

Sapienza 2, 12.17-20     /     Giacomo 3,16 –  4,3     /     Marco 9, 30-37

  •  SAPIENZA

[Dissero gli empi:] “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in su aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione, Condanniamolo ad una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà.

            PAROLA  DI  DIO

Il libro della Sapienza – definito dal biblista Gianfranco Ravasi “piccolo gioiello della letteratura biblica greca” – nasce ad Alessandria d’Egitto. In questa metropoli dei Tolomei, città opulenta e sede della celebre biblioteca che attirava sapienti e uomini di lettere da tutto il mondo, da tre secoli si era stabilita una numerosa colonia ebraica costituita, secondo stime recenti, da circa 180.000 persone. Ad Alessandria gli israeliti avevano le loro sinagoghe, erano guidati dai loro anziani e capi, conservavano le proprie tradizioni, ma subivano anche il fascino irresistibile della cultura ellenistica e qualcuno cominciava a cedere alle tentazioni dell’idolatria e alle seduzioni della vita pagana. L’autore del libro della Sapienza, preoccupato per il pericolo di apostasia che incombe sui suoi  correligionari, espone, in un appassionato discorso posto in bocca agli empi, le proposte di vita godereccia dalle quali ogni pio giudeo deve stare in guardia. Ecco come parlano gli empi: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati: è un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, spenta la quale il corpo diventerà cenere e lo spirito svanirà come aria sottile … Godiamo dei beni presenti … saziamoci di vino pregiato e di profumi … coroniamoci di boccioli di rosa prima che avvizziscano: nessuno di noi sia escluso dalle nostre dissolutezze. Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere … spadroneggiamo sul giusto che è povero … la nostra forza sia legge della giustizia, perché la debolezza risulta inutile” (Sap 1,1-11). Il discorso degli empi continua  col brano della liturgia (Sap 2,12.17-20).

Da Caino in poi gli uomini, e spesso anche i credenti, accecati dalle loro “buone ragioni” hanno cercato di far tacere i giusti con tutti i mezzi. Così i farisei hanno messo a tacere Gesù. È a Lui che questo testo si applica in assoluto.    Ogni versetto coglie il comportamento suo e dei suoi nemici. Egli di fatto li ha accusati di tradimento della Legge e della tradizione, ed essi hanno deciso la sua morte, “una morte infame”. Le ingiurie sotto la croce, gli insulti, i sarcasmi, corrispondono a quelli dei malvagi, come li presenta la pagina del libro della Sapienza. L’immagine del Giusto qui abbozzata trova la sua espressione più luminosa nel Cristo, Colui che, senza opporre resistenza, viene “consegnato nelle mani degli uomini” (Mc 9,31) e viene messo alla prova con violenze e tormenti  per conoscere la sua mitezza  e saggiare il suo spirito di sopportazione  (Sap 2,19).

Con questi contrasti la strada del discepolo è segnata: meglio rimanere tagliati fuori dalla realtà di oggi (quando è lotta furibonda per arraffare posizioni di potere e di prestigio, facendosi largo con aggressività e sfrontatezza), piuttosto che staccarsi da Gesù Cristo e dalla sua croce. Così, in un certo senso, la persecuzione è un evento ineludibile nella vita del giusto: colpisce sempre chi cerca di vivere secondo Dio.

  • SAN GIACOMO APOSTOLO

Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite ad ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

            PAROLA  DI  DIO

Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi ?   Risponde l’apostolo san Giacomo:  da noi tutti. La sua amarissima parola non risparmia le comunità del suo tempo e neppure quelle di oggi.

Da dove derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?” . La cupidigia e la bramosia di dominare gli altri, – che scatenano  guerre sanguinose e liti furibonde nel mondo, dove l’imperativo è quello di “possedere”, “sottomettere”, “godere”, –   si trasferiscono anche nell’ambiente cristiano, ogni volta che ci si lascia condurre da “gelosia e spirito di contesa”.

“Se il bene fa tanta fatica ad attecchire e manifestarsi, ciò è dovuto non tanto alla non recettività del terreno, ma al fatto che ciascuno pretende far trionfare il “suo” bene. Troppi cristiani si attardano ad azzuffarsi sulla qualità superiore, sul marchio di garanzia della propria semente. E il campo resta da seminare. E intanto cresce rigogliosa la zizzania. In casa e fuori” (don Alessandro Pronzato).

Noi reclamiamo continuamente la pace, ma secondo il nostro interesse.  Ecco perché continuiamo a fare la guerra, sempre accusando gli altri. Mettendo noi stessi al centro del mondo, non possiamo sopportare gli altri. Quando dunque potremo accettare la sapienza che viene dall’alto ? quando il nostro cuore si farà “puro” e quindi totalmente libero dal ricercare e possedere per sé, e diventerà “pacifico, mite, obbediente, pieno di misericordia verso tutti”, rifuggendo da “parzialità e ipocrisia”.

Per  ogni uomo nella sua famiglia, per ogni cristiano nella sua comunità, per la Chiesa fra i popoli del mondo risuona la parola dell’apostolo:  per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Coloro che impegnano se stessi per il bene, la riconciliazione, il progresso di ogni uomo e di tutto l’uomo, scoprono il segreto della pace del cuore e della crescita della propria vita. Per essi non ci sono ostacoli, perché la sapienza viene dall’alto della croce ed essi fanno l’esperienza della verità della parola di San Giovanni della croce: “dove non c’è amore, metti amore, ne ricaverai amore”.

Uomini, avete fatto del vostro cuore
Il covo della morte:
divorati dalla brama di questi possessi
non fate che uccidere, e uccidervi
l’un l’altro, anche tra parenti e familiari:
tutti, cosche contro cosche,
e mai riuscite a portarvi via qualcosa,
e fate sempre guerre …
Signore, mandaci la tua Sapienza a salvarci.
Amen. (P. David M. Turoldo)

  • MARCO

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

            PAROLA  DEL  SIGNORE

Gesù, attraversando  la Galilea  nel suo viaggio verso Gerusalemme, istruiva tutti  i suoi discepoli.

Era così  preso da questo insegnamento che evitava di avere le folle attorno a sé (non voleva che alcuno lo sapesse ). Marco ci presenta tre lezioni  (8,31-38;  9,30-32;  10,32-34), che con l’annuncio della passione-morte-risurrezione formulano il contenuto centrale del Credo cristiano e quindi il cuore profondo della nostra fede. L’evangelo di oggi ci presenta la seconda lezione.

Prima, la proclamazione del mistero pasquale:  “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. I discepoli non comprendono, anche perché non si vogliono arrendere  alla conclusione così tragica delle loro speranze messianiche.

Poi, presentazione dell’autentica dignità del discepolo, occasionata dalla discussione che li aveva occupati lungo la via. Possiamo immaginare una discussione molto animata se Gesù, giunti  a Cafarnao, in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”.  E possiamo anche immaginare l’imbarazzo dei  Dodici, che, costretti a riflettere dalla domanda inaspettata, si rendono conto di essere molto lontani dall’insegnamento e dall’esempio del Maestro: per la via infatti avevano discusso fra loro chi fosse il più grande. Gesù camminava avanti pensando alla croce. I discepoli gli camminavano dietro discutendo della carriera.

È un insegnamento la cui importanza è segnalata anche dal fatto che si mette seduto e chiama attorno a sé i Dodici, in casa. Si tratta del codice dell’autorità cristiana tutto racchiuso in un loghion (detto) limpidissimo e radicale: ” Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti “. Come dire che i veri grandi sono coloro che servono gli altri e non quelli che si fanno servire dagli altri.

Ecco la vera grandezza e la genuina dignità del discepolo. Non è attraverso il potere e la gloria che egli si realizza, ma – come direbbe l’evangelista Giovanni – nell’umile lavanda dei piedi. “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho infatti dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi ” (Gv 13, 14-15).

Si direbbe che colui che ha autorità da un punto di vista evangelico non solo non si mette al di sopra degli altri, ma si mette al loro pari nella comunione fraterna (con voi cristiano e, prima, con voi uomo) e al di sotto di loro nell’impegno del servizio (per voi vescovo, parroco, superiore,  ecc.).

Questo atteggiamento è esemplificato da Gesù nel simbolo del bambino. Gesù va oltre il fatto che  il bambino è solamente e sempre oggetto di educazione da parte dell’adulto, soprattutto  genitori e insegnanti. Il bambino ha anche un messaggio prezioso da trasmettere proprio a coloro che, per età e per cultura, sono superiori a lui. Non è tanto il candore dell’innocenza che pure egli rappresenta, ma piuttosto la sua totale disponibilità; non tanto la sua limpidezza morale, quanto piuttosto l’abbandono senza calcoli, doppiezze e interessi. Il bambino è il segno della via aperta e nuova ed è sempre  portatore di una grande speranza. Il discepolo ha dinanzi a sé la Pasqua di Gesù, che gli apre dinanzi una strada totalmente nuova illuminata dalla luce della fede, strada da percorrere con i passi dell’amore, con la invincibile speranza del Risorto che ci precede in Galilea, cioè nella terra dove con gli altri costruiamo la storia dell’umanità.

Il prestigio del discepolo e la sua gloria, non consistono dunque nella sua esperienza, nella sua scienza, tanto meno nel prestigio della finanza o nelle macchinazioni della politica, ma nella sua disponibilità a mettersi al servizio, a donarsi interamente al bene degli altri, senza nessun altro interesse che questo: imitare il Maestro, rispondere a quello che il Signore ha fatto per noi, nella consapevolezza che nell’amore vicendevole siamo sempre in debito (Rom 13,8).

O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna.
O Dio, Padre di tutti gli uomini,
tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un fanciullo la misura del tuo regno;
donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio
e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve.

Pur di rimanere  attaccato a Gesù Cristo, sei  pronto ad affrontare anche un po’  di … persecuzione?

Qualche presa di giro, qualche sorrisino ironico, essere lasciato un po’ da parte,  perdere qualche amicizia, ascoltare qualche parola pungente,  accorgersi di rimanere soli …

Soprattutto nei momenti della prova, richiama alla mente Colui che per tutti noi è stato consegnato e messo alla prova e riascolta le sue parole: Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”  (Gv 12, 32).

Non è forse vero che anche nelle nostre comunità  – non solo tra i laici, ma altresì  tra le persone consacrate e i sacerdoti –  i contrasti, l’assenza di cordialità, la non collaborazione, le mormorazioni e le critiche nascono proprio da “gelosia e spirito di contesa” ?

Può essere umiliante, ma è necessario riconoscerlo, perché il Signore ci guarisca dentro  e noi possiamo diventare specchio dell’amorosa presenza del Signore.

I discepoli, che hanno ascoltato le parole del Maestro a riguardo della sua passione e morte, gli camminano dietro discutendo della carriera.

Non è forse un’immagine vera di molti di noi ?  Le nostre discussioni riguardano il regno di Dio e l’annuncio del Vangelo  o manifestano soltanto la preoccupazione  di  evitare la croce  e  il desiderio di affermare noi stessi  e  il nostro punto di vista?

Gesù, che dichiara ai discepoli l’esito della sua vita sulla terra, dichiara anche a noi, oggi, che il suo amore è “amore sino alla fine”?

Nel cuore di una santa che contemplava il Crocifisso risuonarono queste parole: “Vedi che non ti ho amato per scherzo!”. Guarda con fede il Crocifisso,  se vuoi che in te risuonino le stesse parole.

Avendoci detto l’apostolo Giovanni che “chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv  4,20), è chiarissimo che nell’amore vicendevole siamo sempre in debito (Rom 13,8).

Questa considerazione custodisce la nostra umiltà, stimola il nostro impegno, fa crescere in noi la gioia  di  sapere che  Dio non si stanca di aspettare  e sempre sollecita una risposta più piena.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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