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Card. Piovanelli commenta letture domenica

Edizione del: 11 settembre 2015

Commento del Cardinale Silvano Piovanelli

alle letture di Domenica 13 settembre 2015

Isaia 50, 5-9     /     Giacomo 2, 14-18     / Marco 8, 27-35

  • ISAIA

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso. È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?

            PAROLA  DI  DIO

 

Chi sarà il vero liberatore del popolo d’Israele in esilio a Babilonia? È la domanda che si pone un profeta durante l’esilio. Per un istante il profeta ha pensato che potrebbe essere Ciro di Persia, dal quale si attende nella terra dei Caldei la liberazione dalla schiavitù. Ma ben presto egli comprende che la liberazione vera, la liberazione definitiva non sarà opera di un guerriero o di un uomo politico. La liberazione autentica non può venir fuori che da un  vero “servo” di Dio, di qualcuno capace di mettersi a disposizione completa del Signore per portare a termine, nonostante tutte le opposizioni, l’opera del Signore. Questi soltanto sarà il vero trionfatore,  perché,  accettando  per amore di subire la violenza,  ne spezzerà il cerchio di ingiustizia e disumanità.

Questa tradizione profetica piuttosto misteriosa,  che vede nella sofferenza del “Servo di Jahwè” una radice sicura di pace e di salvezza per Israele e per il mondo, ci è presentata oggi dalla prima lettura, tratta dal cosiddetto terzo carme del Servo, opera di un profeta anonimo del periodo post-esilico (VI secolo a.C.), la cui profezia è stata raccolta nel rotolo del grande profeta Isaia (Gianfranco Ravasi,Celebrare e vivere la Parola, Àncora Milano 1993).

Al  “servo di Dio”  il Signore ha aperto l’orecchio e perciò  egli  non oppone resistenza e non si tira indietro  dinanzi ai nemici che lo picchiano, gli strappano la barba, sporcano la sua faccia con sputi e ingiurie. Dio lo assiste e rende la sua faccia dura come pietra  e gli mette nel cuore la certezza di non restare deluso. Egli sa che in questo suo soffrire obbedisce a Dio e che Dio, contro ogni senso di abbandono, non lo abbandona  [“il Signore Dio mi assiste”]  e realizza meravigliosamente il suo disegno di salvezza.

E noi sempre dietro ai Grandi e ai Potenti,  /  che poi sono un flagello per l’umanità,  /   sempre a pensarli importanti, mentre nessuno sa chi è più importante ai tuoi occhi, Signore:  /  forse la più umile madre che accetta  /  la morte del figlio ucciso per la giustizia,  /  forse un uomo pio senza nome, che riesce  /  a perdonare ai suoi sfruttatori,  / e quanti continuano in silenzio,  / pur combattendo contro ogni violenza,  /  la tua passione:  /  Signore, non lasciarci mai privi  / di questi anonimi Servi di JHWH,  /  affinché la terra non sia distrutta.  Amen. (P.David Maria Turoldo)

  • GIACOMO

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”.

            PAROLA  DI  DIO

 

Il brano odierno della lettera di Giacomo ci porta al cuore di questo scritto giudeo-cristiano (Ravasi): la fede, se non ha le opere è morta in se stessa. San Giacomo contraddice San Paolo? Si tratta di una larvata polemica col pensiero paolino espresso nelle lettere ai Galati e ai Romani?  “. Scrive san Paolo ai Galati: “l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (Gal 2,16). E ai Romani: “Noi riteniamo che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge” (Rom 3,28).

Le opere” di cui parla san Giacomo non sono le osservanze legalistiche giudaiche, esasperate da certe correnti  del fariseismo. Chiaramente Giacomo parla di opere che sono l’amore, la giustizia, la fraternità, la pace. Queste opere fioriscono spontaneamente dalla fede: chi crede ha una condotta, cioè un modo di operare,  coerente con la propria fede: con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Anche l’apostolo Paolo, sempre nella lettera ai Galati, scrive: “in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5,6). Una fede senza amore è una fede morta: san Giacomo lo mostra nel presunto cristiano che, senza respingere o trattare male  un fratello o una sorella senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano, dice soltanto delle parole, ma non fa per loro il possibile necessario per il corpo.                                                  

“Le opere”  sono necessarie non tanto per “meritare” la salvezza, quanto per riceverla in “dono”.

Ogni  Domenica proclamiamo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo … si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi … morì e fu sepolto.  Il terzo giorno  è risuscitato secondo le Scritture”. Le opere della fede – una fede che opera per mezzo della carità (Gal 5,6) – aprono la nostra vita al dono della salvezza.

Un cuore che si apre ad amare i fratelli, rimane aperto per ricevere quel grande dono dell’amore di Dio che è la salvezza.

Lo Spirito non si lascia rinchiudere dentro i confini della struttura ecclesiastica, agisce in modo libero, anima anche i pagani, muove nell’intimo ogni uomo incitandolo a donare la propria vita. 

Chi si lascia docilmente guidare dai suoi impulsi, anche se non se ne rende conto, ha intrapreso il cammino della fede, sta seguendo la via tracciata da Cristo.

  • MARCO

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli, dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”.  Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò ad insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente.  Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.

            PAROLA DEL SIGNORE

 

Con questo brano siamo al centro del Vangelo di Marco. La dinamica del libro teso fra una oscurità iniziale [“ I suoi uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: è fuori di sé” – “gli scribi che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: Costui è posseduto da Beelzebùl”  Mc 3,21-22]  e una luce finale decisiva  [ “il centurione disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” Mc 15,39],   ha in questo capitolo il suo punto di forza.                                                                     

La scena  avviene verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, non lontano dalle frontiere del giudaismo.

La domanda fondamentale è posta da Gesù  ai discepoli “per la strada”.  Mentre alla fine del testo Gesù dipingerà il discepolo come colui che “cammina”, e che “lo segue”. Non esprime la propria fede e non riconosce Gesù come Figlio di Dio, colui che sta ben chiuso nella torre delle sue certezze assolute, ma chi si fa interrogare e mettere in questione dal  Vangelo e dalla storia.  Per seguire  Gesù Cristo bisogna camminare.  Il cristiano è invitato a seguire un Gesù che è sempre in cammino, perché egli ci precede in Galilea (Mc 16,7). La fede richiede una purificazione continua e un progresso inarrestabile verso la pienezza della verità (Gv  16,13).

La fede in Cristo non è un facile conformismo.  Non basta che i discepoli prendano per buono quello che dice la gente, quel che ci trasmette una tradizione, quanto viene praticato in un determinato ambiente,   perché Gesù, a questa fede che è più seguire gli altri che seguire il Maestro, replica: “E voi chi dite che io sia? ”.

Pietro gli rispose:Tu sei il Cristo”.  Nel testo sinottico di Matteo si riporta la compiaciuta approvazione del Maestro: “ Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”  (Mt 16,17). Qui, nel Vangelo di Marco, c’è la severa imposizione del silenzio.

La definizione [Tu sei il Cristo] è esatta, ma solo nella forma. Simon Pietro e sicuramente la maggior parte dei discepoli pensavano a un Cristo o Messia  come a un taumaturgo che avrebbe liberato Israele dal giogo dei Romani. Allora c’era in Israele una potente teologia della liberazione, non solo diffusa presso gli Zeloti che combattevano attivamente contro gli occupanti  dominatori romani, ma anche in mezzo al popolo e ai suoi capi.

Ecco perché, nell’istante in cui emerge il titolo di Messia, Gesù blocca immediatamente il discorso: proibisce ai discepoli di diffondere in qualsiasi modo quel titolo: impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E lui, Gesù, al contrario, per la prima volta,  parla della sorte del Figlio dell’uomo: molto dolore, riprovazione, uccisione e, dopo tre giorni, risurrezione.

Gesù   faceva questo discorso apertamente. Apertamente, per vincere una mentalità diffusa e radicata, che rendeva questo discorso difficile ad accettarsi. Pietro pensava di avere le idee chiare sul Messia, tanto che prese Gesù in disparte e si mise a rimproverarlo.  Ma  “il suo Messia”  non corrispondeva a quello del disegno di Dio. Ecco perché Gesù lo rimprovera e gli dice: “Va’ dietro a me, Satana!”. Non intende allontanare Pietro da sé, ma rimetterlo sul retto cammino. Non gli dice: “Vattene via!”, ma “Vienimi dietro!”, “Cammina sulle mie orme!”.

In ogni tempo questo discorso è difficile ad accettarsi. Anche nel nostro tempo.

Eppure, è proprio quando ci si ripropone l’immagine di un Cristo deriso, umiliato, flagellato, respinto dalla gente che conta,  che ci si apre al gioco del Signore.  Quando si cerca di far crescere una mentalità che non ha paura della debolezza, della modestia, della povertà, dell’insignificanza su un piano umano,  non si compromette la causa del cristianesimo, ma la si fa crescere.

Si è vincitori,  non quando si battono i pugni sul tavolo per affermare i propri diritti e rivendicare privilegi, ma allorché si è sconfitti e anche perseguitati  e si continua a vivere nella certezza di essere custoditi dall’amore di Dio. È  la logica della croce.

Alcuni dicono: mettiamo il potere  a servizio del Vangelo.  È la vecchia inestirpabile “tentazione”, così contraria al disegno di Dio che Gesù non esita a chiamare “satana” colui che ha messo a capo della sua Chiesa.  La parola è durissima, la più dura che troviamo nei Vangeli.  Se  Pietro che è “pietra”  può diventare anche “satana”, è facile cogliere l’avvertimento: la divaricazione tra il “pensare secondo Dio” e il “pensare secondo gli uomini” è una divaricazione che passa dentro di noi, nessuno ne è esente ed esige che ognuno compia la sua scelta guardando a Colui che è stato innalzato sulla croce.  Ridurre la croce a semplice ornamento  o a semplice segno di cultura, senza tradurla  in “pensiero”, logica, comportamenti che il mondo magari giudica folli, è svuotarla, vanificarla, deriderla.

O Gesù crocifisso, che hai detto:“ Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31), mantieni la promessa:  attirami sulla croce !

O Dio, che hai creato e governi  l’universo,
fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia ,
per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio.
O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria:
il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere
che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio,
certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla.

Sei convinto che conservare la  faccia dura come pietra dinanzi alle prove e custodire nel cuore la certezza di non restare deluso, perché il Signore ci assiste, non è frutto delle nostre forze, ma dono da impetrare con la preghiera fiduciosa e perseverante?

Se è vero, come è vero,  che  la fede, se non ha le opere, è morta in se stessa,  e che, come dice san Paolo, la fede si rende operosa per mezzo della carità,  non dovresti impegnarti maggiormente nell’amore per gli altri per verificare – cioè rendere vero – il tuo rapporto con Dio ?

Gesù  è sempre in cammino, perché egli ci precede in Galilea (Mc 16,7), cioè nell’impegno della testimonianza là dove le circostanze della vita ci pongono in contatto con gli altri. C’è in te il desiderio e l’impegno a metterti sulle sue ormeQuale passo il Signore ora ti domanda per stare dietro a Lui, sulle sue orme?

Può darsi che anche tu possa rispondere con parole esatte alla domanda  “chi è Gesù per te?”.

Ma  riesci ad esprimere con la vita  chi è Gesù per te?

Ripensa  alla strada impegnativa indicata dal Maestro:  rinnegare se stesso (non mettere al primo posto  l’affermazione di noi stessi, il nostro piacere, il nostro interesse), prendere la nostra croce (portare serenamente la fatica e la sofferenza legate ai nostri impegni e al nostro camminare con gli altri), tenere d’occhio  e  seguire come regola  quello che Lui ha fatto e quello che ci ha insegnato.

In ogni circostanza, anche quando la fatica, le ingiustizie, le incomprensioni rendono più pesante il nostro cammino, occorre custodire nel cuore la certezza  di essere custoditi dall’amore di Dio.

Ognuno  di noi deve compiere  le sue scelte  guardando a Colui che è stato innalzato sulla croce.

 La croce  non è  un ornamento  e neppure  semplicemente  il segno di una cultura, ma una strada da percorrere, un programma da realizzare, una risposta da dare, una condivisione da vivere.

Ripensa alle parole di Gesù: :“ Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31) e fai la tua preghiera per ringraziare e rispondere.

        Silvano Card. Piovanelli
Arcivescovo Emerito di Firenze


Autore: 

Silvano Piovanelli, classe 1924, della diocesi di Firenze, sacerdote dal 1947, Vescovo dal maggio 1982, Arcivescovo di Firenze dal 1983, Cardinale dal maggio 1985, dal 1990 al 1995 è stato Vice Presidente della CEI. Dal 2001 al 2005 è stato Presidente della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.

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