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Card. Betori: verso Firenze/Cei 2015

Edizione del: 21 giugno 2013

Il Cardinale Arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, ieri ha presentato, nella consueta ordinaria assemblea del clero fiorentino, l’appuntamento della Cei previsto nel novembre 2015 a Firenze, dove è prevista anche la presenza del Papa.

Questo il testo integrale del discorso illustrativo pronunciato dal Cardinale Betori.

Il Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, nella sessione del 23-26 gennaio 2012, ha provveduto a designare Firenze come sede del Convegno ecclesiale nazionale di questo decennio. Lo stesso Consiglio, nella sessione del 24-27 settembre 2012, ne ha fissato la data, stabilendo che esso si svolgerà dal 9 al 13 novembre 2015.

L’importanza di questo evento ecclesiale che ci interesserà direttamente suggerisce che fin d’ora ci rendiamo consapevoli delle finalità, delle modalità di attuazione, del nostro coinvolgimento, cominciando da una rivisitazione dei precedenti convegni.

1. I Convegni ecclesiali nazionali in Italia dal 1976 al 2006

Nella Chiesa italiana dopo il Concilio Vaticano II i Convegni ecclesiali nazionali hanno rappresentato non solo gli eventi di più significativa partecipazione alla vita ecclesiale delle diverse componenti del popolo di Dio, ma anche i luoghi in cui sono maturate alcune delle scelte più importanti per la vita della Chiesa nel nostro Paese.

L’origine dei Convegni è strettamente legata alla figura di un prete fiorentino, che l’amicizia e la fiducia del Papa Paolo VI pose al vertice della Segreteria generale della CEI e soprattutto in un rapporto diretto con il Pontefice, così da farne il più importante protagonista della vita ecclesiale e del mondo cattolico di quegli anni, Mons. Enrico Bartoletti.

A lui si deve l’idea di celebrare il primo di questi convegni ecclesiali, quello che svolse a Roma nel 1976 (30 ottobre – 4 novembre), a cui egli peraltro mancò, avendolo colto prematuramente la morte il 5 marzo 1976. Il titolo del Convegno “Evangelizzazione e promozione umana” lo collocava esplicitamente nel solco degli orientamenti pastorali che guidarono gli anni settanta, dedicati al rapporto tra evangelizzazione e sacramenti. Orientamenti pensati dallo stesso Mons. Bartoletti come il modo italiano di ricezione del Concilio Vaticano II, per passare da una pastorale di prevalente sacramentalizzazione, coerente con una situazione di cristianità, a un agire pastorale che, riscoprendo la centralità della parola di Dio, collocasse il momento celebrativo sacramentale all’interno di un percorso di evangelizzazione, per condurre a una più consapevole coscienza di fede e a una più coerente espressione nella vita, in un contesto secolarizzato.

Strettamente legati a tutto questo furono da una parte l’accoglienza della riforma liturgica postconciliare, dall’altra la prassi catechistica promossa dal “Rinnovamento della catechesi”, il documento-base della riforma catechistica, e dai catechismi per le varie età della vita da esso scaturiti. Il problema pastorale non poteva però staccarsi da un contesto culturale in cui si manifestavano segni sempre più decisi di secolarizzazione della società italiana. La centralità dell’evangelizzazione era anche la risposta a tali fenomeni, che in quegli anni furono segnati dall’esito del referendum abrogativo della legge sul divorzio, che ebbe il 59,1% di no (1974), e poi dalla legge di liberalizzazione dell’aborto votata dal Parlamento nel 1978 e confermata sempre da un referendum nel 1981.

In questa situazione, il Convegno cercò di declinare i temi propri dell’evangelizzazione in rapporto al legame tra fede e storia e quindi alla collocazione della Chiesa nella società. La promozione umana veniva colta non come un impegno ulteriore rispetto all’evangelizzazione, ma come il suo risvolto sul piano storico. Va sottolineato il fatto stesso del convenire di oltre 1600 delegati da tutte le diocesi italiane – cui si univano rappresentanze di religiosi e religiose e delle aggregazioni laicali –, che si sviluppò in un dibattito aperto e sereno, seppure non privo di tensioni ideali, in particolare nella contrapposizione tra quanti sostenevano il “cristianesimo della presenza” e quanti invece si facevano paladini della “mediazione culturale”. Lo stile del Convegno non era quello di un’assemblea deliberativa, ma di un confronto comunitario, in cui vescovi, presbiteri, religiosi e laici si incontravano e comunicavano nella fede. Questa aspetto caratterizzerà d’ora in poi i Convegni ecclesiali italiani rispetto ad altre esperienze di natura più propriamente sinodale, che si svilupparono in altre nazioni, spesso non senza esiti laceranti.

Il Convegno di Roma si mosse tra il rifiuto dell’integrismo, che non rispetta la giusta autonomia delle realtà temporali, e quello del secolarismo, che stempera il Vangelo nella prassi. Tra i numerosi contenuti emersi nel Convegno vanno qui ricordati l’accentuazione della partecipazione attiva di tutti – presbiteri, religiosi e laici – alla vita della Chiesa, il riconoscimento della centralità della formazione etica delle coscienze, l’attenzione alle dinamiche sociali in specie di quelle del lavoro, l’animazione degli spazi che allora si definivano pre-politici, la ricerca di temperare il pluralismo in ambito socio-politico in relazione alla coerenza con la fede, alla mediazione religioso-morale della Chiesa, alla finalizzazione al bene comune.

L’esperienza di Roma viene ripetuta a distanza di dieci anni, questa volta a Loreto nel 1985 (9-13 aprile). La collocazione giusto a metà del decennio ribadisce lo stretto legame tra gli orientamenti pastorali decennali e l’evento del Convegno, con la rinnovata attenzione ai risvolti storico-sociali dei temi che nutrono gli orientamenti. Così, nel decennio che la CEI dedica al tema della comunione e della comunità, il Convegno di Loreto prende il titolo di “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”. Sono anni di grandi tensioni nella società italiana, segnata dal terrorismo, e la Chiesa intende farsi presente con una parola che orienti verso una società più coesa di fronte ai gravi problemi sociali che deve affrontare. Di fatto, però, la tensioni percorrono la stessa vita ecclesiale, in cui l’emergere delle nuove forme aggregative porta con sé interrogativi e esitazioni. Ne è preoccupato in modo particolare il Papa Giovanni Paolo II, il cui intervento risuona risolutivo nella dinamica del Convegno.

Riporto due passaggi chiave di quel discorso epocale:

«La “coscienza di verità”, la consapevolezza cioè di essere portatori della verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova “implantatio evangelica” anche in un Paese come l’Italia, una forte e diffusa coscienza di verità appare particolarmente necessaria. Di qui l’urgenza di una sistematica, approfondita e capillare catechesi degli adulti, che renda i cristiani consapevoli del ricchissimo patrimonio di verità di cui sono portatori e della necessità di dare sempre fedele testimonianza alla propria identità cristiana». (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno della Chiesa italiana, Loreto 11 aprile 1985, n. 4)

«Anche e particolarmente in una società pluralistica e parzialmente scristianizzata, la Chiesa è chiamata a operare, con umile coraggio e piena fiducia nel Signore, affinché la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante, nel cammino verso il futuro. Vorrei ricordare qui la precisa convinzione di papa Giovanni XXIII che “l’ordine etico-religioso incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata nell’interno delle comunità nazionali e nei rapporti tra esse” (Giovanni XXIII, Mater et magistra, 193). La promozione dei valori morali è un fondamentale contributo al vero progresso della società. Nell’adempiere a quest’opera la Chiesa non invade pertanto competenze altrui, ma agisce in virtù di ciò che originariamente le appartiene: “La forza che essa riesce ad immettere nella società umana contemporanea consiste infatti nella fede e carità portate ad efficacia di vita, non nell’esercitare con mezzi puramente umani un qualche dominio esteriore” (Gaudium et Spes, 42)» (Ivi, n. 7).

Sono prospettive che inducono la Chiesa italiana a prendere più specifica coscienza della sua missione in ordine all’annuncio della verità e al compito di farsi soggetto sociale significativo per l’intero Paese.

Ma altre prove attendevano il cattolicesimo italiano, di cui dovrà farsi carico il successivo Convegno ecclesiale nazionale celebrato a Palermo nel 1995 (20-24 novembre), una sede altamente simbolica. Tema del Convegno fu “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia”, anche questa volta con esplicito rimando al tema degli orientamenti pastorali di quel decennio, “Evangelizzazione e testimonianza della carità”. L’articolazione dei lavori privilegiava alcuni dei soggetti più significativi dell’azione pastorale e sociale: la cultura e la comunicazione sociale, l’impegno sociale e politico, l’amore preferenziale per i poveri, la famiglia, i giovani. Nell’organizzazione si diede spazio anche alla presenza e alle voci di esponenti di altre Chiese cristiane, di altre religioni e di esponenti della cultura laica, una scelta replicata seppure in forme diverse anche successivamente. A dominare tuttavia i lavori non potevano però non essere le concomitanti vicende che stavano chiudendo l’epoca dell’unità dei cattolici in politica. Significative, anche in questo occasione le parole di Giovanni Paolo II:

«Siamo convenuti a Palermo proprio perché convinti che a Cristo appartiene il futuro non meno del passato; siamo qui per dare, sulla base di questa certezza, nuovo impulso all’evangelizzazione. In Italia infatti la Chiesa, per grazia di Dio, continua ad essere viva – questo Convegno ne è un segno – e sta prendendo più chiara coscienza che il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione. È il tempo di proporre di nuovo, e prima di tutto, Gesù Cristo, il centro del Vangelo. Ci spingono a ciò l’amore indiviso di Dio e dei fratelli, la passione per la verità, la simpatia e la solidarietà verso ogni persona che cerca Dio e che, comunque, è cercata da Lui» (Giovanni Paolo II, Discorso alla Chiesa italiana per la celebrazione del III Convegno ecclesiale, Palermo 23 novembre 1995, n. 2).

E riguardo al tema della politica, che toccava anche le nuove prospettive degli assetti istituzionali del Paese, nel passaggio, come si usa dire, tra prima e seconda Repubblica, queste le parole del Papa:

«La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l’una o per l’altra soluzione istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell’autentica democrazia (cf. Centesimus Annus, 47). Ma ciò nulla ha a che fare con una “diaspora” culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa sulla persona e sul rispetto della vita umana, sulla famiglia, sulla libertà scolastica, la solidarietà, la promozione della giustizia e della pace. È più che mai necessario, dunque, educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale, ma anche comunitario, che consenta ai fratelli di fede, pur collocati in diverse formazioni politiche, di dialogare, aiutandosi reciprocamente a operare in lineare coerenza con i comuni valori professati» (Ivi, n. 10).

A sostegno di questa nuova stagione della presenza dei cattolici nel Paese si pone, a partire dal Convegno di Palermo il “progetto culturale orientato in senso cristiano”, di cui così scrive il documento dei vescovi italiani che fece seguito al Convegno:

«In una prospettiva di pastorale missionaria, rivolta a formare una mentalità cristiana, si colloca il progetto culturale della Chiesa in Italia, che si sta progressivamente precisando nelle sue coordinate. Da sempre la pastorale ha una valenza culturale, perché la fede stessa ha un legame vitale con le sue espressioni culturali. Ora però è necessario assumere con maggiore consapevolezza il rapporto fede e cultura. Rendere più vigile e consapevole questa attenzione è l’obiettivo generale del progetto culturale. I1 progetto non è una sintesi dottrinale organica e completa fin dall’inizio, ma un processo di formazione e di animazione prolungato nel tempo, che si sviluppa secondo la dinamica del discernimento comunitario. Alla luce del nucleo di riferimento, che è costituito dall’immagine cristiana dell’uomo rivelata in Gesù Cristo, vengono valutate le tendenze emergenti, i fatti e le situazioni di maggior rilievo del nostro tempo, per maturare orientamenti di pensiero e di azione. “Dalla centralità di Cristo si può ricavare un orientamento globale per tutta l’antropologia, e così per una cultura ispirata e qualificata in senso cristiano. In Cristo infatti ci è data un’immagine e un’interpretazione determinata dell’uomo, un’antropologia plastica e dinamica capace di incarnarsi nelle più diverse situazioni e contesti storici, mantenendo però la sua specifica fisionomia, i suoi elementi essenziali e i suoi contenuti di fondo. Ciò riguarda in concreto la filosofia come il diritto, la storiografia, la politica, l’economia. Incarnare e declinare nella storia – per noi nelle vicende concrete dell’Italia di oggi – questa interpretazione cristiana dell’uomo è un processo sempre aperto e mai compiuto» (Card. Camillo Ruini, Intervento conclusivo al Convegno ecclesiale di Palermo, 7). Tale processo esige da una parte fedeltà alla dottrina della fede e all’insegnamento sociale della Chiesa e dall’altra rispetto della legittima autonomia delle realtà terrene e quindi competenza, professionalità e rigore metodologico. Comporta tra i cattolici profonda e convinta unità negli orientamenti fondamentali insieme alla possibilità di valutazioni storiche e linee operative differenziate a livello di mezzi e strategie di attuazione. Coinvolge sia la cultura cosiddetta “alta”, sia la pastorale ordinaria, sia l’esperienza propria dei fedeli nelle attività temporali. Valorizza anche il confronto con le persone di altre posizioni religiose e culturali. Non coltiva pretese di egemonia, ma vuole rendere culturalmente e socialmente rilevante il messaggio evangelico e così dare un valido contributo al futuro del Paese» (Conferenza Episcopale Italiana, Con il dono della carità dentro la storia. La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo. Nota pastorale dell’episcopato italiano, 26 maggio 1996, n. 25).

Siamo così giunti all’ultimo dei Convegni ecclesiali finora celebrati, quello di Verona nel 2006 (16-20 ottobre), Nel titolo “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo” il riferimento alla testimonianza e alla speranza riproponeva in forma diversa e in prospettiva storica il tema della comunicazione del Vangelo nel mutamento culturale dei tempi, oggetto degli orientamenti pastorali del primo decennio del 2000. I delegati a Verona raggiunsero il numero di circa 2500, mantenendo l’organizzazione più o meno le stesse modalità di proposta, ascolto, confronto, momenti di spiritualità ed eventi culturali collaterali, delineati nei precedenti convegni. Caratteristica del Convegno di Verona fu una diversa articolazione degli ambiti di approfondimento, che mise da parte quella tradizionale per funzioni (parola, sacramenti, testimonianza) o per soggetti ecclesiali, per proporre approfondimenti riferiti alle fondamentali dimensioni costitutive della persona umana: vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione e cittadinanza. Fu la proposta anche di un nuovo modo di fare pastorale, meno settoriale e più incentrato sulla persona, che però, occorre riconoscerlo, non ha avuto l’esito sperato. Quanto ai contenuti, la domanda su come essere testimoni di speranza nella società contemporanea conduceva a porre al centro la questione antropologica e come essa oggi si proponga quale centro della stessa questione sociale. Anche in questo caso ritengo utile riportare alcune parole del discorso pronunciato in quella occasione dal Papa, questa volta Benedetto XVI:

«In questo Convegno avete ritenuto, giustamente, che sia indispensabile dare alla testimonianza cristiana contenuti concreti e praticabili, esaminando come essa possa attuarsi e svilupparsi in ciascuno di quei grandi ambiti nei quali si articola l’esperienza umana. Saremo aiutati, così, a non perdere di vista nella nostra azione pastorale il collegamento tra la fede e la vita quotidiana, tra la proposta del Vangelo e quelle preoccupazioni e aspirazioni che stanno più a cuore alla gente. In questi giorni avete riflettuto perciò sulla vita affettiva e sulla famiglia, sul lavoro e sulla festa, sull’educazione e la cultura, sulle condizioni di povertà e di malattia, sui doveri e le responsabilità della vita sociale e politica. Per parte mia vorrei sottolineare come, attraverso questa multiforme testimonianza, debba emergere soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. San Paolo nella Lettera ai Filippesi ha scritto: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4, 8). I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la democrazia. Non ignorano e non sottovalutano però quella pericolosa fragilità della natura umana che è una minaccia per il cammino dell’uomo in ogni contesto storico; in particolare, non trascurano le tensioni interiori e le contraddizioni della nostra epoca. Perciò l’opera di evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella “creatura nuova” (2 Cor 5, 17; Gal 6, 15) che è il frutto dello Spirito Santo» (Benedetto XVI, Discorso all’incontro con i partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, Verona 19 ottobre 2006).

I vescovi italiani, da parte loro, nel documento dopo il Convegno, ne riassumono le indicazioni in «tre scelte di fondo, che costituiscono anche un metodo di lavoro:

- il primato di Dio nella vita e nella pastorale della Chiesa, con la fede in Cristo risorto come forza di trasformazione dell’uomo e dell’intera realtà, la centralità della Parola, ribadita in questa occasione nella meditazione della prima Lettera di Pietro, l’assunzione della santità quale misura alta e irrinunciabile del nostro essere cristiani. […]

- la testimonianza, personale e comunitaria, come forma dell’esistenza cristiana capace di far adeguatamente risaltare il grande “sì” di Dio all’uomo, di dare un volto concreto alla speranza, di mostrare l’unità dinamica tra fede e ragione, eros e agape, verità e carità. La scelta degli ambiti esistenziali come luoghi di esercizio della testimonianza conferma che non è possibile dire la novità che proclamiamo in Gesù risorto, se non dentro le forme culturali dell’esperienza umana, che costituiscono la trama di fondo delle esperienze di prossimità. […]

- una pastorale che converge sull’unità della persona ed è capace di rinnovarsi nel segno della speranza integrale, dell’attenzione alla vita, dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana. Al centro di tale rinnovamento sta l’approfondimento della comunione e del senso di appartenenza ecclesiale, con gli spazi di corresponsabilità che ne derivano e che riguardano a pieno titolo anche i laici, con l’urgenza di una nuova stagione formativa». (Conferenza Episcopale Italiana, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): Testimoni del grande ‘sì’ di Dio all’uomo. Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, 29 giugno 2007, n. 3).

2. In cammino verso il Convegno di Firenze 2015

All’interno di questo percorso si inserisce ora il Convegno che si svolgerà nella nostra città nel novembre 2015. Un Convegno di cui è già stato fissato il tema e le linee generali del percorso di preparazione.

Si tratta di un tema che a sua volta si inserisce in quello degli orientamenti pastorali di questo decennio dedicati alla sfida educativa, sia in ordine alla fede che in ordine alla vita personale e sociale. All’interno di questa prospettiva, per riprendere le parole del Presidente del Comitato preparatorio del Convegno, Mons. Cesare Nosiglia, l’Arcivescovo di Torino:

«Il Convegno dovrà certamente tenere conto del trapasso culturale e sociale che, di accelerazione in accelerazione, sta caratterizzando il nostro tempo e che incide sempre più nella mentalità e nel costume di vita delle persone, sradicandone a volte principi e valori fondamentali per la propria esistenza personale, familiare e sociale. Senza alimentare inutili vittimismi o chiusure quasi da cittadella assediata, la Chiesa e i cristiani debbono reagire con lucidità e vigore spirituale, morale ma anche culturale e sociale, riproponendo con forza la verità del messaggio cristiano vissuto con coerenza e mostrando come esso corrisponda a quanto di più umano, bello, giusto e buono alberga come esigenza nel cuore, nell’intelligenza e nella vita di ogni persona. Si tratta di una Chiesa amica dell’uomo e della sua ragione che, partendo da Cristo vero Dio e vero uomo, sa annunciarlo e testimoniarlo nella sua pienezza di verità, via e vita sempre attuale e fonte di gioia e di speranza per tutti. “La fede infatti è la radice di pienezza umana, amica della libertà, dell’intelligenza e dell’amore” (Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 15)» (S.E. Mons. Cesare Nosiglia, Scelta del titolo e modalità di partecipazione del Convegno ecclesiale nazionale del 2015. Intervento all’Assemblea generale della Conferenza episcopale Italiana, 20-24 maggio 2013, p. 2).

Sono qui riprese le indicazioni del discorso di Benedetto XVI a Verona su come il Padre abbia detto in Gesù Cristo il suo grande “sì” all’uomo e alla sua vita, alla sua libertà e alla sua intelligenza. Riecheggiano anche, in questo orizzonte, note affermazioni conciliari: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo […] Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22); e ancora: «Chi segue Cristo, l’Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (Ivi, n. 41).

Ne è scaturito il titolo approvato dall’Assemblea generale dell’Episcopato italiano nello scorso mese di maggio: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, con evidenti rimandi alla cultura fiorentina che ha segnato di sé il mondo. Si tratta di recuperare alle sue radici cristiane quell’umanesimo che i secoli successivi al Quattrocento-Cinquecento staccheranno dai riferimenti trascendenti per farne un manifesto dell’autonomia dell’uomo contro o senza Dio. Ci può aiutare in questo il riferimento a due opere del grande teologo francese Henri De Lubac. A lui si deve uno studio su uno dei principali interpreti dell’antico umanesimo, dai saldi riferimenti cristiani, un volume dal titolo per noi altamente emblematico: Pico della Mirandola. L’alba incompiuta del Rinascimento (1974). Allo stesso autore dobbiamo un altro testo dal titolo anch’esso fortemente evocativo, che segna l’approdo di quella incompiutezza: Il dramma dell’umanesimo ateo (1944).

Si vorrebbe mostrare, a noi e al nostro mondo, che solo ritornando a far rivivere le radici cristiane da cui si è indebitamente staccato, l’umanesimo può uscire dal suo dramma, dagli esiti nichilistici che caratterizzano tante espressioni del nostro tempo, e diventare nuovamente fattore di crescita per l’umanità. La fede si propone come un’offerta di piena umanità all’uomo contemporaneo, un’amica dell’intelligenza e della libertà.

I temi che si dovranno sviluppare attorno a questa intuizione saranno approfonditi all’interno di un percorso di preparazione guidato dal Comitato, presieduto, come detto, dall’Arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, e che ha come Vicepresidenti i Vescovi di Piacenza, Gianni Ambrosio, di Pistoia, Mansueto Bianchi, e di Acireale, Antonino Raspanti. Accanto ad esperti (tra cui i nostri Don Andrea Bellandi e Dom Bernardo Gianni), nel Comitato siedono i rappresentanti di tutte le regioni italiane, vescovi, presbiteri e laici.

A partire dal prossimo mese di settembre, il Comitato propone per un anno un coinvolgimento di tutte le diocesi per raccogliere contributi sul tema. Si partirà da uno strumento di lavoro predisposto dal Comitato, in cui verranno indicati criteri e strumenti per la raccolta di esperienze significative in atto e suggerimenti circa la celebrazione del Convegno.

Nell’anno pastorale 2014-2015 ci si concentrerà invece su un lavoro più mirato, ancora a livello diocesano, a partire da un documento preparatorio, come fatto per i precedenti convegni. In questa seconda fase della preparazione si prevedono anche eventi preparatori, distribuiti lungo tutta la penisola, così come fu fatto prima del Convegno di Verona.

3. Il Convegno di Firenze 2015 e l’impegno dell’organizzazione

Si può ragionevolmente ritenere che il Convegno di Firenze, come quelli che lo hanno preceduto, ruoterà attorno a momenti di celebrazione, di preghiera di ascolto e di dialogo e accompagnato da eventi culturali legati al tema del Convegno stesso.

Spetta al Comitato preparatorio indicare chi proporrà riflessioni culturali e teologiche, chi introdurrà i momenti di meditazione, chi aiuterà il confronto nei gruppi di lavoro. Lo stesso vale per le articolazioni tematiche che si vorrà porre all’attenzione dei partecipanti. Questi pure verranno scelti secondo criteri stabiliti dal Comitato preparatorio; si può ritenere che non saranno meno di 2500, cui si dovranno aggiungere numerosi invitati, giornalisti, personale di servizio.

Al nostro Comitato organizzativo locale spetta approntare ambienti e strumenti per la celebrazione del Convegno, nonché l’accoglienza per i partecipanti.

Il nostro Comitato è composto, oltre che da me e dal Vescovo ausiliare Vicario generale, dall’Avv. Stefania Saccardi, Vice Sindaco di Firenze, la Dott.ssa Franca Rosa, Vice Prefetto presso la Prefettura di Firenze, l’Avv. Franco Lucchesi, Presidente dell’Opera di S. Maria del Fiore, il Prof. Antonio Natali, Direttore della Galleria degli Uffizi, il Dott. Riccardo Galli, giornalista.

Pur volendo dare il massimo rilievo ai luoghi storici e artistici di Firenze, a cominciare dalla nostra Cattedrale, le esigenze di articolazione dei lavori porteranno a valorizzare anche spazi dedicati a questo tipo di eventi, quelli della Fiera di Firenze alla Fortezza da Basso. Per l’ospitalità occorrerà trovare accordi con le associazioni degli albergatori fiorentini, cercando di limitare al massimo gli spostamenti.

L’assistenza ai partecipanti, nell’accoglienza, negli spostamenti, nel lavoro assembleare e per gruppi, nella vita liturgica quotidiana, richiederanno un notevole intervento del volontariato. A Verona furono circa 1000 i volontari coinvolti.

A Firenze i momenti collaterali di carattere culturale non potranno non avere un rilievo singolare. Si prevedono mostre, esecuzioni, itinerari artistici, che dovranno essere all’altezza della nostra storia e identità. Dovremo saper illustrare il meglio del nostro passato e quanto di meglio la cultura contemporanea può offrire per illustrare il tema prescelto.

Un momento del tutto particolare dovremmo viverlo il 12 novembre, quando, se tutto si svolgerà come nei precedenti convegni, dovrebbe essere presente il Santo Padre, anche se – prima che ci sia un annuncio ufficiale da parte della Santa Sede – è bene ribadire che si tratta di un auspicio, sufficientemente fondato ma per ora solo un auspicio. Papa Francesco dovrebbe venire per parlare al Convegno e ci auguriamo che poi possa celebrare l’Eucaristia per la nostra comunità diocesana, come è sempre accaduto da Loreto fino a Verona. Anche questo evento straordinario chiederà partecipazione e coinvolgimento non comuni.

Questi i settori operativi in cui si articolerà probabilmente il lavoro previsto per noi: Accoglienza – Ambienti dei lavori – Ospitalità alberghiera e pasti – Centro servizi – Trasporti – Animazione liturgica – Comunicazione e Ufficio stampa – Sicurezza – Fund raising – Controllo gestione economica – Eventi culturali collaterali – Visita del Papa.

L’invito conclusivo a questo punto è naturale: lasciarsi coinvolgere nei momenti preparatori previsti dal Comitato nazionale; sensibilizzare i fedeli per un’accoglienza fraterna; predisporre una generosa disponibilità a sostenere l’organizzazione in specie con l’apporto del volontariato.

 Giuseppe Card. Betori
Arcivescovo di Firenze


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

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